Trump non rinnova l'accordo di libero scambio con Canada e Messico
Trump ha lasciato scadere il termine per prorogare di sedici anni l'USMCA: l'intesa resta in vigore ma sarà rivista ogni anno, mentre proseguono i negoziati per cambiarla.
Gli Stati Uniti hanno deciso di non rinnovare l'accordo di libero scambio con Canada e Messico, lasciando scadere mercoledì 1 luglio il termine per prorogarlo. L'intesa, nota con la sigla USMCA, resta in vigore ma da ora sarà rivista ogni anno, mentre Washington continua a trattare con i due vicini per cambiarne le regole.
L'USMCA è l'accordo commerciale che lega le tre economie del Nord America, firmato da Donald Trump durante il suo primo mandato per sostituire il NAFTA, l'intesa di libero scambio in vigore dal 1994. Il patto ha ridotto o azzerato i dazi sulla gran parte delle merci che circolano tra i tre paesi e ha integrato le catene di produzione, soprattutto nel settore dell'auto.
I tre paesi avevano tempo fino a mercoledì per prorogare l'accordo di sedici anni, oppure per continuare a negoziarne una revisione. Con il rifiuto degli Stati Uniti di rinnovarlo, l'intesa non decade ma entra in un regime diverso: resta applicata per circa un decennio, fino al 2036, con una verifica ogni anno, a meno che uno dei tre paesi non decida di uscirne. Questo apre la strada a trattative lunghe e complicate, che potrebbero riscrivere parti importanti del trattato.
Il rappresentante commerciale della Casa Bianca, Jamieson Greer, che guida i negoziati, ha spiegato in un comunicato che "gli Stati Uniti non hanno accettato di rinnovare l'USMCA nella sua forma attuale" e che "di conseguenza l'accordo non è rinnovato". Washington, ha aggiunto, continuerà a confrontarsi con Messico e Canada per correggere i limiti dell'intesa e ridurre il deficit commerciale con i due paesi, cioè lo squilibrio per cui gli Stati Uniti importano da loro più di quanto esportano.
La decisione segna un netto cambio di rotta del presidente rispetto a pochi anni fa. Quando l'accordo entrò in vigore, nel 2020, Trump lo definì il migliore mai fatto e uno dei più equilibrati mai firmati. Oggi lo giudica "irrilevante" e ha più volte minacciato di uscirne del tutto, un'ipotesi considerata comunque poco probabile. A giugno aveva già detto di non avere intenzione di rinnovarlo.
Il nodo principale, secondo un funzionario dell'amministrazione, è il deficit commerciale con i due partner. Trump vuole riportare negli Stati Uniti una parte maggiore della produzione di automobili e ridurre la possibilità che la Cina aggiri i suoi dazi facendo transitare le proprie merci attraverso il Messico. È lo stesso obiettivo che lo aveva spinto, all'inizio del secondo mandato, a imporre nuovi dazi su quasi tutti i paesi, Canada e Messico compresi.
L'accordo aveva reso più stabili gli scambi grazie a regole di origine severe, che per esempio impongono che almeno il 75% dei componenti di un'auto sia prodotto in Nord America perché il veicolo circoli senza dazi. Questa certezza aveva fatto crescere il commercio interno all'area, portando gli scambi di beni e servizi a quasi 2 mila miliardi di dollari nel 2024 e collocando Messico e Canada davanti alla Cina tra i principali partner commerciali americani.
Ora l'amministrazione vuole alzare l'asticella. Chiede di portare la quota di componenti nordamericani oltre l'attuale 75%, fino a più dell'80%, e di imporre che metà dei pezzi di un'auto sia fabbricata negli Stati Uniti per ottenere dazi più bassi. I costruttori dicono che sarebbe difficile rispettare soglie così alte, perché dopo decenni di delocalizzazioni alcuni componenti non si producono più in grandi quantità sul territorio americano. Le fabbriche di auto e componenti hanno perso oltre 21.000 posti di lavoro da quando l'accordo è in vigore, e gli accordi commerciali stretti con Giappone, Corea del Sud e Unione Europea rendono in alcuni casi più conveniente importare i veicoli e pagare il dazio che produrli negli Stati Uniti.
Un nuovo round di trattative tra Stati Uniti e Messico è previsto il 20 luglio a Città del Messico e dovrebbe concentrarsi proprio sulle regole di origine per auto e beni industriali. Con il Canada i colloqui non sono ancora cominciati: i rapporti tra Washington e Ottawa sono freddi da mesi, tra le battute del presidente sull'idea di fare del vicino il "51° Stato" e le contromosse canadesi ai dazi americani.
La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha detto in una conferenza stampa di aver già firmato la posizione del suo paese, che chiede un rinnovo di sedici anni, e di attendere la risposta degli Stati Uniti. Oltre l'80% dei prodotti messicani e canadesi esportati verso gli Stati Uniti passa attraverso l'USMCA, che li protegge dai dazi. Le prime tariffe di Trump contro i due paesi, decise al suo ritorno alla Casa Bianca nel gennaio 2025, erano una rappresaglia con cui li accusava di non contrastare abbastanza il traffico di fentanyl, un potente oppioide sintetico, e i flussi migratori verso il suo paese.
La decisione arriva mentre la maggioranza degli elettori americani giudica positivo l'accordo. Un sondaggio dell'istituto Public Opinion Strategies, condotto per l'associazione imprenditoriale Global Business Alliance, ha rilevato che il 72% degli intervistati sostiene l'intesa, inclusi due terzi degli elettori repubblicani e tre quarti dei democratici. Quasi tre elettori su quattro pensano che il patto faccia bene all'economia, e la maggioranza ritiene che abbia contribuito a creare posti di lavoro negli Stati Uniti e a tenere bassi i prezzi per i consumatori.
I sindacati americani chiedono invece da tempo di rinegoziare l'accordo per proteggere meglio i lavoratori. I due principali del settore, il sindacato dei metalmeccanici dell'auto (United Auto Workers) e quello dei siderurgici (United Steelworkers), sostengono che servano tutele più forti per i lavoratori dei tre paesi e incentivi più efficaci a creare posti di lavoro negli Stati Uniti invece di spostare la produzione in Messico. "Non c'è modo di tornare al sogno americano senza rimediare ai danni del NAFTA e del suo successore, l'USMCA", ha detto il presidente dei United Auto Workers, Shawn Fain. Sul fronte opposto, la Business Roundtable, la lobby che riunisce gli amministratori delegati delle maggiori aziende americane, ha ricordato che l'accordo sostiene più di 13 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti.
Un'incertezza prolungata sulle regole commerciali del Nord America avrebbe effetti limitati sull'economia statunitense ma rischia di frenare gli investimenti nei due paesi vicini, una prospettiva che non preoccupa l'amministrazione. Le aziende che temono i rischi di investire in Canada o in Messico, ha detto il funzionario, farebbero meglio a costruire i nuovi stabilimenti negli Stati Uniti.