Trump ha cambiato di continuo le scadenze sulla fine della guerra con l'Iran
Dal 28 febbraio a oggi il presidente ha promesso più volte la fine del conflitto entro tempi sempre diversi, alternando aperture diplomatiche e minacce di attacco spesso persino nello stesso giorno.
Donald Trump ha annunciato almeno 5 volte, da fine febbraio a oggi, la fine imminente della guerra con l'Iran. Ogni volta, però, ha indicato una scadenza diversa. A ricostruirlo questa tempistica incoerente è il Washington Post, in un'analisi firmata da Júlia Ledur, che raccoglie le dichiarazioni pubbliche del presidente tra il 28 febbraio e gli ultimi giorni di aprile.
Le scadenze mobili di Trump:
tutte le volte che ha detto che la guerra stava per finire
Da fine febbraio Trump ha annunciato almeno 5 volte la fine imminente della guerra con l'Iran. Ogni volta con una scadenza diversa. La ricostruzione del Washington Post mette in fila promesse, minacce e retromarce in 9 settimane di dichiarazioni contraddittorie.
5 date diverse per la fine della stessa guerra
Ogni barra mostra l'arco temporale promesso da Trump: dal giorno della dichiarazione (cerchio chiaro) alla data prevista per la fine del conflitto. La realtà è il cessate il fuoco esteso a tempo determinato il 21 aprile.
Il 21 aprile Trump ha esteso a tempo indeterminato il fragile cessate il fuoco. Nessuna delle scadenze annunciate nelle 9 settimane precedenti è stata rispettata.
Quattro cambiamenti di posizione su una rotta cruciale per il greggio mondiale
In 6 settimane Trump è passato dal minacciare la distruzione delle centrali iraniane allo scortare in sicurezza le navi per poi fare retromarcia ogni volta. Ogni dichiarazione ha generato reazioni opposte sui mercati energetici globali.
l'importanza dello Stretto
azioni se resta chiuso
Per Suzanne Maloney della Brookings Institution, gli Stati Uniti di Trump hanno sottovalutato la capacità iraniana di danneggiare l'economia globale: contavano su un crollo rapido del regime e ricadute economiche minime, ma ciò non è avvenuto.
Il cambio di regime era o non era nei piani?
In poco più di un mese Trump ha indicato il cambio di regime come obiettivo, poi ha negato di averlo mai detto, e infine ha rivendicato che "è avvenuto" lo stesso. Le sue dichiarazioni messe a confronto.
come obiettivo
non era l'obiettivo
Una comunicazione "unica nel suo genere" che mina la credibilità americana al tavolo dei negoziati
Per gli analisti consultati dal Washington Post le contraddizioni stanno erodendo la fiducia verso l'Amministrazione presso la controparte iraniana e complicando ogni via d'uscita negoziale.
Storicamente e politicamente, non credo di aver mai visto qualcuno in un ruolo di leadership politica adottare una giustificazione così costante e mutevole per le azioni che intraprende.
Non mi è chiaro se esista una soluzione militare praticabile in tempi tali da evitare ricadute catastrofiche per l'economia globale. L'esito finale dovrà essere diplomatico.
"L'Iran ha probabilmente deciso da tempo che la parola del presidente non vale molto. C'è poca fiducia al tavolo".
Il 21 aprile Trump ha esteso a tempo indeterminato il fragile cessate il fuoco che continua ancora oggi. Nelle settimane precedenti aveva ripetuto più volte che il conflitto era vicino alla conclusione, ma le previsioni sono cambiate di continuo. Il 2 marzo, parlando alla Casa Bianca, aveva detto: "Lo avevamo previsto fin dall'inizio, questa operazione durerà 4 o 5 settimane". Pochi giorni dopo, però, in conferenza stampa, la stima era già diventata diversa: "Andremo via molto presto, direi entro 2 settimane, forse 3".
Non è finita qui: il 1° aprile, in mattinata, aveva detto ai giornalisti presenti alla Casa Bianca che la guerra sarebbe finita "entro 3 giorni". La sera stessa, in un discorso televisivo, aveva promesso di colpire l'Iran "molto duramente" nelle 2 o 3 settimane successive. Quegli attacchi però non si sono mai verificati.
Minacce e marce indietro sullo Stretto di Hormuz
I segnali contraddittori si sono moltiplicati anche sullo Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra passava una quota rilevante del greggio mondiale. Il 21 marzo, su Truth Social, Trump ha minacciato di "colpire e annientare" le centrali elettriche iraniane se Teheran non avesse riaperto lo Stretto entro 48 ore. Dieci giorni dopo ha completamente cambiato registro: i Paesi che dipendono da quel petrolio, ha detto, "dovranno arrangiarsi" da soli.
Il 12 aprile ha quindi annunciato il blocco navale americano contro tutte le navi dirette verso lo Stretto o in uscita. Il 3 maggio è arrivato un nuovo cambio di rotta: la Marina americana, ha scritto, avrebbe “scortato in sicurezza” le navi iraniane fuori dalle acque contese. Poi, meno di 48 ore dopo, l'ennesima retromarcia.
Anche sugli obiettivi della guerra il messaggio è rimasto oscillante. Il 28 febbraio, nel primo discorso alla nazione dopo l'inizio degli attacchi americani e israeliani, Trump aveva indicato come scopo centrale dell’operazione l’eliminazione delle minacce poste dal regime iraniano. Il 23 marzo aveva parlato di “una forma molto seria di cambio di regime”. Il 31 marzo aveva sostenuto che il cambio di regime “non era tra gli obiettivi” che si era prefissato. Il giorno dopo, in un discorso televisivo serale, aveva aggiunto: “Non abbiamo mai detto di volere cambio di regime, ma il cambio di regime è avvenuto lo stesso”.
Panetta: "C'è poca fiducia al tavolo"
Leon Panetta, ex Segretario alla Difesa, ex direttore della Central Intelligence Agency ed ex capo di staff della Casa Bianca con presidenti democratici, ha definito la comunicazione di Trump come “unica nel suo genere”. “Sul piano storico e politico, non credo di aver mai visto qualcuno in una posizione di leadership adottare una giustificazione così costantemente mutevole per le azioni che intraprende”, ha dichiarato al Washington Post.
Secondo Suzanne Maloney, vicepresidente e direttrice del programma di politica estera della Brookings Institution, una possibile spiegazione è che gli Stati Uniti abbiano sottovalutato la capacità iraniana di danneggiare l'economia globale. I funzionari americani, ha spiegato Maloney al Washington Post, contavano su un rapido crollo del regime e su un conflitto breve, con ricadute economiche minime. "Quella presunzione si è rivelata sbagliata", ha detto. Ora, secondo Maloney, l'Amministrazione cerca di valorizzare risultati militari più limitati, in particolare il danneggiamento delle capacità belliche iraniane.
Maloney, che studia da tempo l’Iran e i mercati energetici del Golfo Persico, ritiene che una soluzione esclusivamente militare non sia mai stata realistica. “Non mi è chiaro che esista una soluzione militare praticabile in tempi tali da evitare ricadute davvero catastrofiche per l’economia globale”, ha affermato. La via d’uscita, secondo lei, dovrà essere diplomatica. Un ritiro senza accordo, però, finirebbe per contraddire 75 anni di politica americana nella regione e sarebbe “profondamente umiliante”.
Tali contraddizioni, avverte Panetta, stanno però già erodendo la credibilità dell’Amministrazione al tavolo negoziale. “L’Iran ha probabilmente concluso da tempo che la parola del presidente vale poco”, ha detto. “Al tavolo c’è poca fiducia”.