Come la politica teneva sotto controllo la Corte Suprema americana
Calendario, sede, stipendi, bilancio, deontologia: per quasi due secoli il legislatore americano ha esercitato pressioni sui giudici. Oggi quei meccanismi sono caduti in disuso.
Per gran parte della storia americana il Congresso degli Stati Uniti ha disposto di una serie di leve concrete per condizionare la Corte Suprema, indurla alla cautela e talvolta minacciarla apertamente. Lo ricostruisce un'analisi pubblicata nella newsletter One First dal giurista Steve Vladeck, secondo cui l'attuale assenza di responsabilità della Corte verso il potere legislativo è uno dei motivi principali della deriva istituzionale degli ultimi anni. Il giudice Samuel Alito ha sostenuto nel 2023 che nessuna disposizione costituzionale conferisce al Congresso il potere di regolare la Corte Suprema, ma l'analisi mostra che questa affermazione contrasta con due secoli di prassi.
La prima leva è il calendario stesso della Corte. Quando i giudici si riuniscono dipende dal Congresso e l'attuale data del primo lunedì di ottobre è fissata per legge dal 1916. Nel 1802 il Congresso a maggioranza jeffersoniana spostò la sessione annuale da dicembre a febbraio, decidendolo ad aprile, con l'obiettivo dichiarato di impedire alla Corte di riunirsi quell'anno. Tra i casi che i giudici avrebbero dovuto esaminare c'era una contestazione sulla costituzionalità della soppressione dei seggi giudiziari creati dai federalisti uscenti nel 1801. Cancellando la sessione, il Congresso costrinse i giudici a tornare a percorrere i circuiti giudiziari prima di potersi riunire in formazione plenaria.
La seconda leva è la sede fisica. Per oltre un secolo la Corte non ebbe edifici propri: il Congresso le assegnò spazi permanenti soltanto nel 1810, e in modo non casuale li collocò nel seminterrato del Campidoglio. I giudici si spostarono nella vecchia aula del Senato nel 1860 e continuarono a sedere all'interno del Campidoglio fino al 1935. L'opposizione al finanziamento dell'attuale palazzo della Corte Suprema, voluto con insistenza dal presidente della Corte Taft fin dal 1908, si fondava proprio sull'idea che dare ai giudici una sede autonoma avrebbe accresciuto eccessivamente il loro potere e la loro distanza dai rami eletti del governo. Il giudice Louis Brandeis, che non avrebbe mai utilizzato il suo ufficio nel nuovo edificio, definì la struttura un palazzo di marmo destinato a gonfiare l'ego dei giudici.
Una terza leva, oggi scomparsa, era l'obbligo del circuit-riding. I giudici della Corte Suprema dovevano spostarsi fisicamente per il paese e sedere come giudici federali almeno una volta l'anno in ciascun distretto della propria area geografica. Allora deputato, James Buchanan affermò in un dibattito del 1826 che la Corte Suprema sarebbe diventata un tribunale politico solo nel momento in cui i giudici si fossero stabiliti a Washington, lontani dal popolo e sotto l'influenza diretta dell'esecutivo. L'obbligo, faticoso in un'epoca di viaggi disagevoli, fu attenuato e infine eliminato solo alla fine dell'Ottocento, quando il carico di lavoro della Corte divenne incompatibile con questa doppia funzione.
La quarta leva, e probabilmente la più incisiva, riguardava il controllo del ruolo della Corte. Fino al 1891 il Congresso disciplinava ogni aspetto del carico processuale: non esisteva la giurisdizione discrezionale del certiorari e l'esame dei ricorsi era obbligatorio. Il certiorari fu introdotto in via sperimentale nel 1891, ampliato nel 1914 e nel 1916, ridisegnato in modo significativo con il Judges' Bill del 1925, scritto e promosso direttamente dai giudici. Soltanto nel 1988 il Congresso ha rinunciato quasi del tutto al proprio controllo, lasciando alla Corte ampia discrezionalità tranne che per gli appelli dai tribunali distrettuali a tre giudici, che riguardano in media un caso a sessione.
La quinta leva è il bilancio. Il Congresso non può ridurre lo stipendio dei giudici, ma lo stipendio rappresenta circa il due per cento del bilancio complessivo della Corte. Il resto è discrezionale. Nel marzo 2001 una sottocommissione della Camera convocò il giudice Anthony Kennedy per interrogarlo sulla sentenza Bush contro Gore proprio nell'ambito dell'esame del bilancio annuale: l'idea che i giudici debbano difendere pubblicamente le proprie decisioni più controverse per ottenere lo stanziamento appare oggi remota, ma era prassi appena un quarto di secolo fa.
La sesta leva sono stipendi e pensioni. Nel 1964, quando il Congresso concesse aumenti retributivi ai dipendenti federali, i nove giudici della Corte Suprema furono quelli che ricevettero meno, in segno di disappunto per le sentenze sul ridisegno dei collegi elettorali. Fino al 1937 il Congresso utilizzava inoltre leggi pensionistiche dedicate al singolo giudice per spingerlo a lasciare l'incarico. Quel potere fu in larga parte dismesso con l'introduzione di un meccanismo permanente di pensionamento.
La settima leva è la deontologia. Il Congresso non ha mai creato un meccanismo formale di vigilanza etica sui giudici, ma non ne aveva bisogno. Nel maggio 1969 il giudice Abe Fortas si dimise dalla Corte Suprema dopo che il presidente della Corte Earl Warren gli aveva detto che doveva farsi da parte per il bene dell'istituzione. Warren temeva che, se Fortas non si fosse dimesso, il Congresso avrebbe aperto inchieste e procedure di impeachment. Da quel giorno non si è più verificata una situazione in cui la maggioranza dei giudici fosse stata nominata da presidenti democratici.
L'ottava leva, infine, è la possibilità di rovesciare per via legislativa le interpretazioni della Corte sulle leggi ordinarie. Uno studio del 2014 di Matthew Christiansen e del professor Bill Eskridge ha individuato oltre cento leggi approvate tra il 1980 e il 2000 che hanno annullato in tutto o in parte interpretazioni della Corte Suprema. Negli ultimi anni quel numero è sceso a poche unità, e l'ultimo caso di rilievo risale al 2009, quando il 111° Congresso intervenne sulla sentenza Ledbetter del 2007. Un Congresso ancora attivo su questo terreno avrebbe presumibilmente reagito a sentenze come Shelby County, che richiedeva un aggiornamento della formula di copertura del Voting Rights Act, ma nessuna risposta è arrivata.
L'analisi distingue questi otto strumenti da due proposte oggi rilanciate dai riformatori più radicali: la sottrazione di giurisdizione e l'allargamento della Corte. Sul primo punto, il Congresso non è mai riuscito a privare la Corte della possibilità di interpretare una specifica disposizione costituzionale, e l'unico precedente significativo riguarda i casi della Reconstruction. Sull'allargamento, la dimensione della Corte è cambiata sette volte tra il 1789 e il 1869, ma quasi sempre per ragioni legate al numero dei circuiti o per impedire o consentire nomine presidenziali, non per spostarne l'orientamento ideologico. La proposta del presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1937 fu controversa proprio perché avrebbe innescato una corsa al rilancio: ogni partito con la maggioranza in Congresso e alla Casa Bianca avrebbe potuto ampliare la Corte per consolidare il proprio orientamento.
Il quadro complessivo che emerge dall'analisi è quello di una Corte che per gran parte della sua storia ha operato non solo all'ombra del Congresso, ma in risposta a esso, dal capolavoro politico di John Marshall in Marbury alla sentenza di Owen Roberts del 1937 nota come switch in time fino alle dimissioni di Fortas. La progressiva rinuncia del Congresso a usare queste leve, unita alla scomparsa di figure interne alla Corte come Stewart, Powell, O'Connor e Kennedy, ha prodotto un'istituzione priva di controlli esterni e interni.