Pubblicata l'autopsia democratica sulle elezioni 2024, è subito scontro all'interno del DNC
Dopo mesi di rinvii, il DNC ha pubblicato l'analisi completa sulla sconfitta di Kamala Harris alle elezioni 2024. Il documento contiene però errori, omissioni e ha incrinato la fiducia nel presidente del partito Ken Martin.
Il Comitato Nazionale Democratico (DNC) ha pubblicato oggi il rapporto integrale sulla sconfitta di Kamala Harris alle presidenziali del 2024. Ken Martin, presidente del DNC, lo aveva tenuto riservato per mesi, mentre aumentavano le pressioni interne per renderlo pubblico. Il documento presenta però diversi problemi. Mancano infatti ancora sezioni chiave, compresa la conclusione, e contiene errori fattuali: i nomi degli ex governatori Jon Corzine, del New Jersey, e Matt Bevin, del Kentucky, sono stati storpiati, mentre il margine di vittoria del governatore della North Carolina nel 2024 è indicato in modo errato.
Lo stesso DNC ha inserito all'inizio del rapporto una clausola insolita per prendere le distanze dai contenuti ivi contenuti. Il documento, si legge, riflette le opinioni dell'autore, non quelle del Comitato Nazionale Democratico, che non ha ricevuto fonti, interviste o dati a supporto e non può quindi verificare in modo indipendente le affermazioni contenute.
Un rapporto contestato fin dall'origine
A redigere l'analisi è stato Paul Rivera, consulente democratico vicino a Ken Martin, che si era offerto di lavorare al rapporto part time e da volontario. Rivera non partecipava a una campagna presidenziale dal 2004, quando fece parte dello staff di John Kerry. Martin lo aveva scelto proprio perché esterno sia al DNC sia alla campagna di Harris, con l'obiettivo dichiarato di garantire indipendenza all'analisi.
"Mi scuso sinceramente", ha dichiarato Martin in un comunicato. "Per piena trasparenza pubblico il rapporto così come l'ho ricevuto, nella sua interezza, senza modifiche né tagli. Non risponde ai miei standard e non risponderà ai vostri, ma lo faccio perché le persone devono potersi fidare del Partito Democratico e della nostra parola".
Ma pubblicazione del report ha aperto una crisi di fiducia proprio attorno alla sua leadership. Diversi donatori storici hanno fatto sapere che non firmeranno nuove donazioni, proprio per il modo in cui Martin ha gestito il dossier. Altri avrebbero ritirato donazioni già promesse. La crisi arriva in un momento già finanziariamente delicato per il Partito Democratico, che deve fare i conti con un debito significativo mentre la controparte repubblicana dispone di ampia liquidità in vista delle elezioni di midterm.
Il rapporto che nessuno voleva pubblicare: l'autopsia DNC sulla sconfitta di Harris
Il Comitato Nazionale Democratico ha pubblicato l'analisi sulla sconfitta del 2024 — premettendo però di non poterne verificare i contenuti. Sezioni mancanti, errori sui nomi, protagonisti mai ascoltati: anatomia di un documento che ha aperto una crisi di leadership.
Non risponde ai miei standard e non risponderà ai vostri, ma lo pubblico perché le persone devono potersi fidare del Partito Democratico.
"Sezioni mancanti, nomi sbagliati, dati errati
Il DNC ha allegato all'inizio del report una clausola insolita per prendere le distanze dai contenuti, ammettendo di non aver ricevuto «fonti, interviste o dati a supporto». Tocca le voci per i dettagli.
Un'autopsia senza i principali protagonisti
Né Biden, né Harris, né il suo candidato vicepresidente Tim Walz sono mai stati ascoltati. Gli architetti della campagna presidenziale del 2024 sono stati contattati per la prima volta a settembre, mesi dopo la scadenza prevista.
L'autore Paul Rivera, consulente democratico vicino a Martin, non lavorava a una campagna presidenziale dal 2004, quando aveva fatto parte dello staff di John Kerry. Si era offerto di redigere il rapporto part time e da volontario.
I temi che hanno diviso il partito ma non sono nel report
Restano fuori dall'analisi proprio gli interrogativi più scomodi emersi dopo la sconfitta.
Una crisi di fiducia attorno alla leadership di Martin
La pubblicazione ha aperto un fronte interno proprio mentre il Partito Democratico si avvia alle midterm con un debito significativo e i rivali repubblicani dispongono di ampia liquidità.
Le accuse a Biden e i temi rimasti fuori
Sul piano politico, il rapporto accusa l'Amministrazione Biden di non aver sostenuto abbastanza Kamala Harris prima del dibattito di giugno 2024 che costrinse l'ex presidente a ritirarsi dalla corsa e lasciare posto alla sua vicepresidente. La campagna di Donald Trump ha legato con successo la vicepresidente al ruolo di cosiddetta "zar del confine", che le era stato assegnato dalla Casa Bianca, ed al disastro immigrazione che ne è seguito al confine sud degli Stati Uniti.
Il documento prova anche a spiegare perché Harris abbia ottenuto risultati peggiori rispetto ad altri candidati democratici, tra cui alcuni candidati al Senato e Josh Stein, eletto governatore della North Carolina. Il paragone, però, è contestato: Stein aveva corso contro il candidato repubblicano Mark Robinson, travolto dallo scandalo per i commenti razzisti e incendiari pubblicati su un sito pornografico e rivelati da CNN KFILE.
Restano invece fuori dal report molti dei temi che hanno diviso il partito dopo la sconfitta: anzitutto la controversa decisione di Biden di ricandidarsi, così come l'assenza di un vero processo di selezione interna dopo il suo ritiro e l'impatto delle posizioni del ticket democratico sulla guerra a Gaza in Stati chiave come il Michigan, dove i democratici hanno perso tutto il voto musulmano.
Una report senza i protagonisti principali
Anche il metodo di lavoro è finito sotto accusa. Rivera non avrebbe contattato i principali responsabili delle campagne di Biden e Harris fino a settembre, mesi dopo la scadenza inizialmente prevista per il report. Non sono mai stati ascoltati né Biden, né Harris, né il candidato vicepresidente Tim Walz.
Tra gli strateghi non interpellati figurano anche storici consiglieri di Biden, come Mike Donilon e Anita Dunn, e figure centrali della campagna di Harris, tra cui Jen O'Malley Dillon e David Plouffe. Non sono stati contattati nemmeno i leader del movimento Uncommitted, che durante le primarie aveva organizzato il voto di protesta filo-palestinese.
Il mandato di Martin alla guida del DNC scade nel 2029 e il presidente può essere rimosso solo in caso di dimissioni volontarie. Martin però non sembra per nulla interessato a farsi da parte nonostante le pesanti polemiche seguite alla pubblicazione di questo report: anzi nelle scorse settimane ha visitato le città candidate a ospitare la prossima Convention democratica, dicendo a più interlocutori di voler scegliere già ora non solo la sede del 2028, ma anche quella del 2032.