Negli stati e nei collegi che decideranno le elezioni di metà mandato di novembre, la maggioranza degli elettori repubblicani è d'accordo con quella dei democratici su un punto: le tasse federali sui più ricchi vanno alzate. È il risultato di un sondaggio del Program for Public Consultation (PPC), un centro di ricerca dell'Università del Maryland, che ha intervistato quasi 20.000 persone in 11 stati e 28 collegi elettorali in bilico, cioè i territori in cui entrambi i partiti hanno una possibilità concreta di vincere. Una seconda rilevazione, condotta su scala nazionale con 2.509 intervistati, arriva a conclusioni simili.
La proposta più apprezzata è un'imposta federale annuale sui grandi patrimoni: il 2 per cento sulla ricchezza oltre i 50 milioni di dollari e il 3 per cento su quella oltre il miliardo. A differenza dell'imposta sul reddito, che colpisce quanto una persona guadagna in un anno, una patrimoniale colpisce quello che una persona possiede (azioni, immobili, quote di aziende, risparmi). L'aliquota si applica solo alla parte che supera la soglia: chi ha un patrimonio di 60 milioni di dollari pagherebbe il 2 per cento sui 10 milioni in eccesso, cioè 200.000 dollari all'anno. Oggi negli Stati Uniti un'imposta di questo tipo non esiste.
La patrimoniale ha la maggioranza in tutti i 39 territori in bilico considerati: è favorevole tra l'81 e il 95 per cento dei democratici, tra il 58 e l'84 per cento dei repubblicani e tra il 70 e l'87 per cento del totale. A livello nazionale la sostengono otto americani su dieci, l'88 per cento dei democratici e il 72 per cento dei repubblicani. Secondo le stime usate nel sondaggio porterebbe nelle casse federali circa 200 miliardi di dollari.
Le elezioni di novembre sono le midterm, il voto che si tiene a metà del mandato presidenziale e in cui si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e un terzo del Senato. I collegi del sondaggio sono quelli della Camera, ognuno dei quali elegge un deputato, e si trovano in stati come Arizona, Michigan, New York e Pennsylvania. Tra gli 11 stati considerati competitivi ci sono Georgia, Iowa, Maine, Michigan, North Carolina, Ohio e Texas.
Nell'ultimo mezzo secolo il Congresso ha ridotto le tasse sui redditi alti e sui grandi patrimoni. Steven Kull, il direttore del PPC, ha detto che "repubblicani e democratici sono d'accordo che le tasse federali vadano alzate ai super ricchi e a chi ha redditi molto alti, abbastanza da generare almeno 455 miliardi di dollari di nuove entrate". Kull ha aggiunto che, da altri sondaggi, non risulta invece un consenso tra i due partiti per alzare le tasse alle altre fasce di reddito.
Per ogni proposta gli intervistati hanno saputo quanto avrebbe fatto aumentare o diminuire le entrate dello Stato federale, sulla base delle stime di due organismi tecnici e apartitici del Congresso: il Joint Committee on Taxation, la commissione che calcola gli effetti delle leggi fiscali, e il Congressional Budget Office, l'ufficio che valuta l'impatto delle leggi sul bilancio pubblico. In molti casi potevano scegliere tra alzare un'imposta, lasciarla com'è o abbassarla.
Le plusvalenze, che negli Stati Uniti si chiamano capital gains, sono i guadagni che si ottengono vendendo un bene a un prezzo più alto di quello pagato: chi compra azioni per 100.000 dollari e le rivende per 150.000 realizza una plusvalenza di 50.000 dollari. Oggi questi guadagni sono tassati con aliquote più basse di quelle che si applicano al reddito ordinario (gli stipendi e gli altri compensi da lavoro). Il risultato è che, a parità di cifra incassata, chi vive di investimenti può pagare in proporzione meno tasse di chi vive del proprio lavoro.
La proposta è tassare le plusvalenze come il reddito ordinario, ma solo per le famiglie che guadagnano almeno 200.000 dollari all'anno. Il sondaggio ha diviso la misura in tre fasce e il sostegno cresce con il reddito di chi verrebbe colpito. Per le famiglie tra 200.000 e 500.000 dollari è favorevole il 64 per cento degli americani, il 69 per cento dei democratici e il 61 per cento dei repubblicani, per un gettito di 26 miliardi. Tra 500.000 dollari e un milione i favorevoli salgono al 72 per cento, con il 79 per cento dei democratici e il 65 per cento dei repubblicani, per altri 18 miliardi. Sopra il milione arrivano al 76 per cento, con l'83 per cento dei democratici e il 70 per cento dei repubblicani. È la fascia che conta di più, con 120 miliardi di entrate. In tutto la misura vale circa 164 miliardi.
Nei territori in bilico la tassazione delle plusvalenze dei redditi più alti, quelli sopra il milione, ha la maggioranza dei due partiti ovunque, con un sostegno tra il 54 e il 73 per cento dei repubblicani. Per la fascia più bassa, tra 200.000 e 500.000 dollari, i repubblicani favorevoli sono la maggioranza in 31 territori su 39.
Il sondaggio ha poi chiesto di alzare l'imposta federale sul reddito delle fasce più ricche. Negli Stati Uniti l'imposta sul reddito si paga sia allo Stato federale sia, in molti casi, al singolo stato in cui si vive: il sondaggio riguarda solo la prima. Come in Italia è progressiva (le aliquote crescono con il reddito) e prevede deduzioni e crediti d'imposta. Le deduzioni riducono la parte di reddito su cui si calcola l'imposta, i crediti riducono direttamente quanto si deve pagare. Per questo agli intervistati è stata indicata l'aliquota effettiva, la percentuale del reddito che una persona versa davvero al fisco federale dopo deduzioni e crediti, che è più bassa delle aliquote scritte nella legge.
Per chi guadagna più di un milione di dollari l'aliquota effettiva media è oggi del 27 per cento. Portarla almeno al 29 per cento è sostenuto dal 60 per cento degli americani, dal 69 per cento dei democratici e dal 55 per cento dei repubblicani e porterebbe 73 miliardi di dollari. Nei territori in bilico la misura ha la maggioranza complessiva ovunque, mentre tra i repubblicani è maggioritaria in 21 casi su 39.
Per i redditi tra 500.000 dollari e un milione, alzare l'aliquota effettiva dal 25 ad almeno il 28 per cento è sostenuto dal 60 per cento degli americani, con il 67 per cento dei democratici e il 54 per cento dei repubblicani, per 48 miliardi di entrate. Per i redditi tra 200.000 e 500.000 dollari, passare dal 21 ad almeno il 24 per cento raccoglie invece solo il 52 per cento a livello nazionale e il 49 per cento tra i repubblicani. È l'unica fascia in cui manca una maggioranza dei due partiti. Nei territori in bilico i repubblicani favorevoli sono la maggioranza in appena nove casi, anche se la misura porterebbe il gettito più alto tra quelle sull'imposta sul reddito, 145 miliardi.
Un'altra proposta che mette d'accordo i due elettorati riguarda i gestori dei fondi di investimento privati, come gli hedge fund. Una parte consistente dei loro compensi è legata ai profitti dei fondi che gestiscono e oggi viene tassata come una plusvalenza, quindi con l'aliquota più bassa, anziché come uno stipendio. Tassarla come reddito ordinario porterebbe solo un miliardo di dollari, ma è sostenuto dalla maggioranza dei due partiti in tutti i territori in bilico: tra il 75 e il 93 per cento dei democratici, tra il 57 e l'81 per cento dei repubblicani e tra il 69 e l'84 per cento del totale.
Le divisioni sono maggiori sull'estate tax, l'imposta federale sull'eredità. Si paga sul patrimonio lasciato da una persona alla sua morte, ma solo sulla parte che supera una soglia di esenzione, oggi fissata a 15 milioni di dollari: sotto quella cifra non si paga nulla. La proposta è abbassare la soglia a 5 milioni, così che l'imposta si applichi a più eredità. A livello nazionale è favorevole il 64 per cento degli americani, con il 71 per cento dei democratici e il 59 per cento dei repubblicani, per 17 miliardi di entrate. Nei territori in bilico i repubblicani favorevoli sono la maggioranza in 27 casi su 39. Nei restanti 12 meno della metà dei repubblicani vuole estendere l'imposta, ma in nessuno di questi c'è una maggioranza repubblicana per abolirla, un'altra delle opzioni proposte.
Le ultime due misure hanno la maggioranza a livello nazionale, ma non convincono i repubblicani di gran parte dei territori in bilico. La prima riguarda l'imposta sulle aziende: anche qui il sondaggio usa l'aliquota effettiva, cioè quanto le società versano davvero in proporzione ai profitti, che oggi è del 12 per cento. Portarla almeno al 14 per cento è sostenuto dal 62 per cento degli americani, dal 71 per cento dei democratici e dal 56 per cento dei repubblicani, per 41 miliardi di entrate. Nei territori in bilico i democratici favorevoli sono la maggioranza ovunque, i repubblicani solo in 15 casi su 39.
La seconda è un'imposta dello 0,01 per cento sugli acquisti di azioni, cioè un centesimo ogni 100 dollari spesi in Borsa. A livello nazionale la sostiene il 56 per cento degli americani, con il 62 per cento dei democratici e il 53 per cento dei repubblicani e porterebbe 30 miliardi. Nei territori in bilico i repubblicani favorevoli sono la maggioranza in 17 casi su 39.
Le cinque misure su cui c'è un accordo tra i due partiti valgono insieme i 455 miliardi di dollari indicati da Kull. Sono tutte rivolte ai patrimoni più grandi e ai redditi più alti. Lo stesso schema è emerso in altri sondaggi recenti, in cui elettori dei due partiti si sono trovati d'accordo su misure che colpiscono banche e grandi aziende, come il tetto ai tassi delle carte di credito e ai prezzi dei farmaci, che piace a larghe maggioranze come Focus America ha raccontato nei giorni scorsi.
Il sondaggio sulle tasse è l'undicesimo di una serie di 15, chiamata Common Ground in the Battlegrounds?, che il PPC sta pubblicando insieme all'organizzazione Voice of the People e a un altro centro dell'Università del Maryland in vista delle midterm. Le proposte testate sono in gran parte già all'esame del Congresso e sono state scelte perché in passato avevano raccolto il sostegno della maggioranza dei due partiti a livello nazionale. Finora la serie ha trovato 54 misure sostenute dalla maggioranza dei democratici e dei repubblicani in tutti i territori in bilico, dalla regolamentazione dell'intelligenza artificiale ai prezzi dei farmaci. I promotori dicono di non sostenere né proposte politiche né candidati.
Le interviste sono state raccolte online tra il 21 luglio e il 17 agosto 2026, attraverso panel a cui le persone si iscrivono volontariamente per rispondere ai sondaggi. I risultati sono stati poi ponderati, cioè corretti in base a caratteristiche come età, etnia, sesso, istruzione e reddito, così da rispecchiare la popolazione adulta. Nei collegi il campione era di circa 500 persone e il margine di errore arriva fino a 8,1 punti, mentre negli stati e a livello nazionale scende a 2,9 punti. La rilevazione nazionale è anche più vecchia: risale a febbraio.
