Le riserve di petrolio degli Stati Uniti ai minimi da vent'anni per la guerra con l'Iran
Scorte commerciali e strategiche americane ai livelli più bassi da oltre vent'anni dopo dieci settimane di prelievi. Gli analisti però invitano a non drammatizzare ancora: il sistema regge, almeno per ora.
La guerra tra Stati Uniti e Iran, entrata nel quarto mese senza ancora una chiara soluzione in vista, ha spinto le riserve di petrolio americane ai livelli più bassi da oltre vent'anni. Le scorte commerciali e strategiche calano ormai da dieci settimane consecutive, mentre i negoziati per fermare il conflitto procedono a intermittenza e rendono più difficile capire quale sia oggi il livello di sicurezza del mercato.
Le scorte di greggio funzionano come ammortizzatori del sistema energetico: compensano lo scarto tra un'offerta instabile e una domanda più prevedibile. Per essere efficaci devono però restare in equilibrio, né troppo alte né troppo basse. Gli ultimi dati settimanali segnano però un calo di circa 8 milioni di barili, fino a quota 434 milioni: ciò significa circa il 3% sotto la media degli ultimi cinque anni per questo periodo. La flessione è stata molto più netta del previsto, visto che un sondaggio del Wall Street Journal stimava un calo di 3,3 milioni di barili.
Il cuscinetto che si assottiglia
Le riserve americane si dividono in due categorie. La prima è quella strategica, controllata dal Congresso e dal presidente Donald Trump: la Strategic Petroleum Reserve è ormai vicina al minimo degli ultimi decenni e i prelievi proseguono nell'ambito dello sforzo internazionale per contenere il prezzo del greggio. La seconda è quella commerciale, gestita dalle aziende della filiera, che ogni settimana comunicano al governo il livello delle proprie scorte.
"Non è una preoccupazione immediata, ma il vero nodo è come e quando finirà questa guerra. Non credo che qualcuno abbia una risposta chiara", ha dichiarato a MarketWatch Kevin Liu, analista di Bloomberg Intelligence. "In questo momento c'è un cuscinetto che sta per smettere di fare da cuscinetto".
Diversi esperti, però, invitano a non drammatizzare. Le scorte ridotte non stanno creando problemi immediati a produttori e consumatori americani: erano già scese intorno ai 420 milioni di barili tra la fine dello scorso anno e l'inizio di quest'anno senza provocare allarmi. Prima dello scoppio del conflitto a febbraio, il mercato era in eccesso di offerta e accumulare troppo greggio aveva poco senso.
Le riserve di petrolio Usa ai minimi da oltre vent'anni
Al quarto mese di guerra con l'Iran, le scorte di greggio americane calano da dieci settimane di fila. Gli esperti invitano a non drammatizzare, ma il margine di sicurezza si è assottigliato.
Due riserve che si svuotano insieme
Le scorte americane si dividono in strategiche e commerciali. Servono ad assorbire lo scarto tra un'offerta instabile e una domanda più prevedibile: da dieci settimane scendono entrambe.
A Cushing le scorte sfiorano la soglia critica
L'hub di stoccaggio in Oklahoma è il punto di consegna del greggio di riferimento per i futures americani. Qui le riserve sono scese al livello più basso da dicembre.
Hormuz è chiuso da cento giorni, ma il greggio resta sotto i 100 dollari
In tempo di pace circa un quinto del petrolio mondiale passava dallo Stretto. Dopo la chiusura, il mercato ha trovato strade alternative ed evitato il raddoppio dei prezzi che molti temevano.
Qualche mese sì, un paio d'anni no
Washington dispone ancora di diverse leve per tenere il mercato in equilibrio. Il vero nodo, dicono gli analisti, non è il livello attuale delle scorte ma la durata del conflitto.
Durante la crisi, ha spiegato Jan Stuart, stratega globale dell'energia di Piper Sandler, i mercati hanno trovato soluzioni complesse che hanno consentito agli Stati Uniti e al resto del mondo di andare avanti, pur tra molte difficoltà, nonostante la perdita di una parte consistente del greggio mediorientale. Altre scorte strategiche devono ancora arrivare sul mercato, nell'ambito del programma dell'International Energy Agency avviato a marzo. Anche dopo questi interventi, i Paesi dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico conserverebbero circa due terzi delle riserve in proprio possesso.
"Possiamo andare avanti così per qualche altro mese. Se invece parliamo di un paio d'anni, prima o poi avremo un problema", ha detto Stuart. Gli Stati Uniti, comunque, dispongono ancora di molte leve. Oltre ad aumentare i prelievi dalle riserve, potrebbero ridurre le esportazioni, soprattutto se la benzina al dettaglio superasse una soglia critica, tra 5 e 6 dollari al gallone, contro i 4,22 dollari della media nazionale attuale. "E la leva numero uno è che abbiamo una quantità mostruosa di produzione", ha aggiunto.
Hormuz chiuso, ma prezzi ancora sotto controllo
Dal 2020 gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti di greggio e prodotti raffinati, e di recente lo sono diventati anche per il solo greggio. Durante la crisi, le esportazioni di petrolio e di prodotti come benzina, diesel e carburante per aerei sono cresciute molto, contribuendo a rifornire il mercato mondiale.
In tempo di pace, circa un quinto del petrolio e dei prodotti raffinati mondiali passava per lo Stretto di Hormuz. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno deviato parte del greggio sugli oleodotti, alcune petroliere sono riuscite a lasciare il Golfo Persico e in Asia, che dipendeva quasi interamente dal greggio mediorientale, la domanda è diminuita. Il prezzo resta oggi sotto i 100 dollari al barile, anche se molti temevano che potesse raddoppiare dopo la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, ormai quasi cento giorni fa.
L'attenzione si concentra ora sull'hub di stoccaggio di Cushing, in Oklahoma, punto di consegna del West Texas Intermediate, il greggio di riferimento per i futures statunitensi. Qui le scorte commerciali sono scese a 22,4 milioni di barili, il livello più basso da dicembre, dopo essersi mantenute intorno ai 30 milioni nelle prime fasi del conflitto. Alcuni operatori temono che ci si possa avvicinare al fondo dei serbatoi, dove il prelievo finisce per intercettare una miscela quasi inutilizzabile di fanghi e detriti.
Quel limite si colloca di solito tra il 10% e il 20% della capacità del serbatoio, ha spiegato Henry Hoffman, co-gestore del Catalyst Energy Infrastructure Fund. "Livelli molto inferiori ai 20 milioni di barili rischiano di creare problemi", ha detto, pur ritenendo improbabile arrivare a quel punto: prezzi più alti ridurrebbero la domanda prima che le scorte tocchino il fondo.
Anche Jaime Brito, direttore esecutivo per la raffinazione e i prodotti petroliferi di Dow Jones Energy, minimizza. Il calo delle scorte di Cushing non desta particolare preoccupazione, ha spiegato, anche perché l'hub ha perso centralità da quando il grosso della produzione americana si è spostato verso il bacino del Permiano, in Texas. Da lì il greggio aggira Cushing e raggiunge direttamente le raffinerie del Golfo del Messico e il porto di Corpus Christi, ampliato di recente, attraverso una rete di oleodotti potenziata.