L'Aids torna a uccidere in Zambia, un anno dopo i tagli americani al programma contro l'Hiv

I casi gravi di Aids sono in forte aumento nel nord del Paese africano dopo lo smantellamento del Pepfar voluto dal presidente Trump. Washington minaccia di tagliare tutti gli aiuti se lo Zambia non firmerà un accordo che lega i fondi sanitari all'accesso alle risorse minerarie del Paese.

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L'Aids torna a uccidere in Zambia, un anno dopo i tagli americani al programma contro l'Hiv
USAID Africa

Nell'ospedale missionario di Mpongwe, nella cintura del rame dello Zambia settentrionale, un anno fa si registrava uno o due casi al mese di Aids in fase avanzata. A gennaio 2026 ne sono stati registrati 28, altri 28 a febbraio, sette a marzo. I reparti tornano a riempirsi di pazienti giovani che muoiono per infezioni da Hiv non trattate, uno scenario che il Paese non vedeva da decenni.

Lo racconta il New York Times in un lungo reportage firmato da Stephanie Nolen, corrispondente per la salute globale che segue l'epidemia di Hiv in Zambia da oltre vent'anni. Il quadro che emerge è quello di un sistema sanitario che si sta sgretolando, un anno dopo i tagli imposti dall'amministrazione Trump al Pepfar, il programma di emergenza per la lotta all'Aids lanciato nel 2003 dal presidente George W. Bush. Quel programma aveva trasformato lo Zambia: centinaia di migliaia di persone avevano ottenuto accesso gratuito ai farmaci antiretrovirali, il tasso di nuove infezioni era calato costantemente e l'aspettativa di vita era risalita da 37 a 67 anni.

Durante il primo mese del suo secondo mandato, Trump ha interrotto gran parte dei finanziamenti al Pepfar, sostenendo che molti programmi erano stati uno spreco e un uso improprio del denaro dei contribuenti. L'agenzia Usaid gestiva i servizi nel nord dello Zambia, la regione con i tassi più alti di prevalenza e trasmissione dell'Hiv nel Paese, attraverso decine di organizzazioni locali. Queste hanno chiuso all'improvviso.

Il governo zambiano ha dichiarato una sorta di stato d'emergenza sanitario. "È stato come uno stato d'emergenza militare", ha detto al New York Times il dottor Suilanji Sivile, consulente tecnico nazionale del programma Hiv. La gran parte delle 2.885 strutture di trattamento è rimasta aperta e la maggior parte degli 1,3 milioni di pazienti in terapia antiretrovirale a gennaio 2025 continua a ricevere i farmaci. Il ministero della Sanità stima però che 100mila persone abbiano interrotto l'assunzione dei medicinali durante il caos organizzativo e che 40mila di loro non siano ancora state recuperate.

Il problema più grave riguarda i servizi di prevenzione, quasi tutti eliminati. Il dottor Lloyd Mulenga, responsabile del programma nazionale contro l'Hiv, ha spiegato al New York Times di aver dovuto decidere cosa tagliare insieme ai colleghi. L'elenco è lungo. Il sistema di tracciamento dei contatti sessuali delle persone risultate positive, che individuava il 70% delle infezioni diagnosticate ogni anno, è stato chiuso. I test per le donne incinte sieropositive sono passati da tre a uno durante la gravidanza. I neonati di madri con Hiv non vengono più sottoposti al test genetico rapido entro poche ore dalla nascita, ma devono aspettare sei settimane per un esame del sangue standard meno costoso. I test Hiv non vengono più offerti a chiunque si presenti in una struttura sanitaria, ma solo a chi li richiede espressamente. Il sequenziamento genetico del virus, che permetteva di individuare focolai di infezione recente e intervenire con squadre mobili, è stato sospeso. La distribuzione dei farmaci nelle comunità, attraverso piccoli negozi e chiese, è cessata. Gli operatori sanitari di comunità che seguivano i pazienti a domicilio hanno perso il lavoro. I programmi dedicati alle categorie più vulnerabili, come uomini omosessuali e lavoratori del sesso, sono stati chiusi. I sistemi elettronici di monitoraggio dei pazienti sono stati in gran parte sostituiti da registri cartacei. I programmi di prevenzione rivolti alle ragazze adolescenti, la fascia demografica più esposta al contagio, sono stati eliminati. E il programma di circoncisioni gratuite, oltre 100mila l'anno, che riduceva il rischio di trasmissione, è stato cancellato.

Le conseguenze sono già visibili. Nella clinica di Ipusukilo, vicino alla città mineraria di Kitwe, il personale è passato da 11 operatori a uno solo per mesi dopo i tagli. La clinica ha perso traccia dei risultati degli esami del sangue di una paziente incinta di 25 anni, che ha scoperto solo sette mesi dopo di avere una carica virale alta, esponendo il feto al virus per tutto quel periodo. "So che non possiamo dipendere solo dai donatori, dobbiamo vivere con i nostri mezzi", ha detto al New York Times Ireen Lubwesha, la clinica che ha gestito da sola la struttura per gran parte dell'anno scorso. "Ma è come se non ci importasse più come prima".

Il reportage mette in luce anche un problema strutturale: nonostante anni di discussioni e milioni di dollari spesi per trasferire la gestione dei servizi dal Pepfar al governo zambiano, la transizione non è mai avvenuta davvero. Migliaia di operatori sanitari erano dipendenti delle organizzazioni di aiuto, non del ministero della Sanità, e hanno perso il lavoro con i tagli. Il personale ministeriale non sapeva usare i sistemi di ordinazione dei farmaci e dei test. Nella città di Ndola hanno dovuto pregare gli impiegati licenziati di tornare a insegnare le password e il funzionamento del sistema informatico ai clinici rimasti.

La situazione potrebbe peggiorare ulteriormente. L'amministrazione Trump ha fissato al 30 aprile la scadenza perché lo Zambia firmi un nuovo accordo sui finanziamenti sanitari. Secondo una bozza vista dal New York Times, l'intesa offrirebbe cinque anni di fondi e un maggiore controllo zambiano sul programma, ma è legata alla concessione agli Stati Uniti di un accesso ampliato alle risorse minerarie del Paese. Se lo Zambia non firma, Washington potrebbe interrompere tutti gli aiuti per l'Hiv. In quel caso il Paese dovrebbe acquistare e distribuire da solo farmaci antiretrovirali, reagenti di laboratorio e test, un compito per il quale non è preparato. "Se le scorte che abbiamo sono le ultime che riceveremo, cosa faremo?", ha detto Lubwesha. "Ci penso sempre. Significherà morte".

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