Una delle leggi più importanti degli ultimi decenni sulla casa è entrata in vigore negli Stati Uniti senza la firma del presidente Donald Trump. Il 21st Century Road to Housing Act, il provvedimento bipartisan pensato per rendere le abitazioni più accessibili, è diventato legge sabato 11 luglio dopo che il presidente si è rifiutato di firmarlo per protesta.
Trump aveva dieci giorni di tempo per firmare il testo, opporre il veto o lasciarlo entrare in vigore senza il suo nome. La Costituzione americana prevede che una legge approvata dal Congresso diventi effettiva anche senza la firma del presidente, se questi non la respinge entro dieci giorni. Il termine scadeva alle 23:59 di venerdì sulla costa orientale (le 5:59 del mattino di sabato in Italia) e allo scadere il provvedimento è diventato legge in automatico.
"Non firmerò la legge sulla casa, che è stata approvata dal Congresso e inviata alla Casa Bianca, per protesta contro il fatto che il Senato degli Stati Uniti non è capace di approvare il SAVE America Act", ha scritto il presidente sul suo social Truth Social venerdì. Il SAVE America Act è una proposta di legge che imporrebbe la prova di cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali e un documento con foto per votare. Il testo è fermo al Senato, dove non ha i sessanta voti necessari ad avanzare. Da mesi il presidente insiste per una stretta sulle regole del voto, un obiettivo che persegue anche per altre strade.
Nelle settimane precedenti Trump aveva più volte sminuito il provvedimento. Lo aveva definito "un grande sbadiglio" e di "minore importanza" rispetto alla legge elettorale. Il 24 giugno, poche ore prima di una cerimonia di firma già organizzata al Congresso, aveva annunciato a sorpresa che non avrebbe approvato la legge sulla casa finché i parlamentari non avessero prima approvato quella sul voto.
Il rifiuto mette in imbarazzo lo stesso partito del presidente in un anno di elezioni di metà mandato. La legge era passata con un sostegno larghissimo di entrambi gli schieramenti, 85 voti a 5 al Senato e 358 a 32 alla Camera. Rappresenta una delle poche vittorie legislative su cui i repubblicani contavano prima del voto di novembre. Invece di rivendicarla, si sono ritrovati a rincorrere le mosse del presidente.
"Le sue priorità non potrebbero essere più chiare: costi più alti per le famiglie e più potere per sé", ha scritto su X il leader dei democratici al Senato, Chuck Schumer. Il presidente della Camera, il repubblicano Mike Johnson, aveva provato a spingere Trump alla firma, ricordando ai giornalisti che la legge sarebbe comunque entrata in vigore e che l'avrebbero festeggiata lo stesso.
La legge affronta il problema soprattutto dal lato dell'offerta, cioè aumentando il numero di case disponibili. Raccoglie 47 proposte diverse, presentate sia dai repubblicani sia dai democratici. Questo spiega perché ha ottenuto un consenso così ampio. Tra le misure ci sono incentivi alle case prefabbricate, costruite in fabbrica e più economiche di quelle tirate su sul posto, la trasformazione di uffici in appartamenti e fondi federali in più ai comuni che costruiscono di più.
Per le case prefabbricate la legge elimina l'obbligo di avere un telaio d'acciaio permanente, quello che le rende trasportabili. Secondo gli esperti di politiche abitative il cambiamento può far risparmiare tra i 5.000 e i 10.000 dollari a casa e rendere più facili progetti più elaborati, come un secondo piano.
Per la prima volta il provvedimento limita anche il ruolo di Wall Street nel mercato immobiliare. Vieta ai grandi investitori che possiedono almeno 350 case unifamiliari di comprarne altre. L'obiettivo è rendere il mercato più accessibile alle famiglie, che spesso non riescono a competere con chi può pagare l'intera casa in contanti. La norma però non obbliga chi già supera quella soglia a vendere nulla. A livello nazionale, del resto, questi grandi investitori possiedono soltanto il 3% circa del mercato degli affitti unifamiliari, anche se in alcune città e quartieri la loro presenza è molto maggiore.
Le decisioni che contano di più sul mercato immobiliare si prendono nei governi locali o negli uffici dei costruttori, non a Washington. Le regole urbanistiche locali, che possono rallentare o bloccare le nuove costruzioni, restano intatte, perché a fissarle sono i comuni. Anche i tassi sui mutui, altro fattore decisivo, non dipendono dal Congresso: quello per un mutuo a trent'anni si aggira oggi intorno al 6,5%, molto più alto rispetto agli anni della pandemia.
A tenere ferme le case sul mercato contribuisce anche un altro meccanismo. Milioni di proprietari che avevano bloccato mutui a tassi bassissimi prima del 2022 non vogliono vendere, perché farlo significherebbe accendere un mutuo molto più caro. Nemmeno questo nodo viene toccato dalla legge.
L'Urban Institute, un centro studi di Washington, ha contato 35 tra programmi, regolamenti e studi che il Dipartimento per l'edilizia e lo sviluppo urbano, il ministero americano competente sulla casa, dovrà mettere in pratica, proprio mentre è a corto di personale dopo i tagli decisi dall'amministrazione Trump. "È una legge che cambia regole e regolamenti. Sbloccherà fondi, ma gran parte delle sue norme valgono quanto la loro attuazione", ha detto alla CNN Shaun Donovan, ex segretario del dipartimento sotto Barack Obama.
A giugno il prezzo mediano di una casa già esistente ha toccato i 440.600 dollari, il valore più alto da quando esistono questi dati, nel 1999. Una famiglia con un reddito di 75.000 dollari l'anno può oggi permettersi meno di un quarto delle case in vendita. Gli economisti della Casa Bianca hanno stimato all'inizio dell'anno una carenza di 10 milioni di abitazioni. Il nuovo provvedimento potrebbe colmarne solo una parte. Chi lo sostiene lo presenta comunque come un primo passo, il più ampio tentativo federale da decenni per rendere la casa più accessibile agli americani.
