La Corte Suprema della Virginia annulla il referendum dei Dem sulla mappa elettorale
I giudici hanno dichiarato nullo il voto di aprile che avrebbe ridisegnato la mappa congressuale dello Stato, facendo guadagnare ai democratici fino a quattro seggi alla Camera.
La Corte Suprema della Virginia ha annullato venerdì il referendum sulla ridefinizione dei collegi elettorali approvato dagli elettori in un'elezione speciale ad aprile. Con una decisione di 46 pagine, i giudici hanno stabilito che i deputati democratici hanno violato le regole procedurali quando hanno portato l'emendamento costituzionale alla consultazione popolare per creare la nuova mappa congressuale dello Stato.
La nuova mappa avrebbe dato ai democratici fino a quattro seggi aggiuntivi alla Camera dei Rappresentanti, trasformando l'attuale equilibrio di sei democratici e cinque repubblicani in un assetto vicino al dieci a uno. Con la sentenza, la mappa attualmente in vigore, basata sui collegi disegnati nel 2021, resterà valida per le elezioni di novembre.
L'effetto domino della decisione di Richmond:
la Corte Suprema statale cambia gli equilibri nazionali
Con 4 voti a 3, la Corte Suprema della Virginia annulla il referendum del 21 aprile e cancella i 4 seggi che i democratici puntavano a sottrarre al GOP. Il vantaggio strutturale della battaglia per il redistricting torna così a pendere nettamente verso i repubblicani.
Il GOP torna in vantaggio nella battaglia delle mappe, prima ancora del voto
Il redistricting di metà decennio spinto da Trump nell'estate 2025 aveva aperto due fronti contrapposti. La Virginia, con 4 seggi potenzialmente contendibili, era il tassello che riportava quasi in equilibrio il confronto. Senza quei seggi, il quadro torna a essere nettamente asimmetrico a favore dei repubblicani.
Ai democratici servono 3 seggi netti per riconquistare la maggioranza alla Camera. Il vantaggio strutturale dei repubblicani nel redistricting non decide da solo le elezioni, perché molto dipenderà dall'affluenza di novembre. Ma rende più stretta la strada e alza la soglia di tutto ciò che i democratici dovranno ottenere alle urne.
Dove si gioca la battaglia delle mappe per i midterm
Sei Stati hanno ridisegnato i propri distretti elettorali dopo la pressione esercitata da Trump nell'estate 2025. A questi si aggiungono lo Utah, dove una nuova mappa è stata imposta da un tribunale, e la California, che ha risposto con un referendum a novembre. Maryland, New York e Virginia rappresentano invece i tentativi democratici falliti.
Una decisione di stretta misura su una norma procedurale del 1902
I giudici si sono divisi sull'interpretazione del requisito costituzionale statale dell'intervening election, previsto tra le due approvazioni legislative dell'emendamento. La maggioranza ha esteso il concetto di "elezione" anche al periodo del voto anticipato.
Lo Stato ha sottoposto agli elettori un emendamento costituzionale in un modo senza precedenti, che viola il requisito dell'elezione intermedia. La violazione compromette in modo irreparabile l'integrità del referendum.
Estendere la nozione di elezione al voto anticipato è in conflitto diretto con il modo in cui la legge della Virginia e quella federale definiscono un'elezione. Il mandato federale impone una giornata unica.
Per i democratici la strada si fa più stretta, ma l'esito resta aperto
"Non è una buona notizia. È una battuta d'arresto importante nel nostro tentativo di riconquistare la Camera, anche se possiamo ancora vincere. Ma la salita è diventata più ripida."
Il giudice D. Arthur Kelsey, autore dell'opinione di maggioranza, ha scritto che lo Stato ha sottoposto agli elettori una proposta di emendamento costituzionale con modalità senza precedenti, in violazione del requisito dell'elezione intermedia previsto dalla legge statale. Secondo Kelsey, questa violazione compromette in modo irreparabile l'integrità del voto referendario e lo rende nullo. Tre giudici hanno espresso opinione dissenziente.
La procedura prevista dalla Costituzione della Virginia per i referendum costituzionali richiede che la proposta passi attraverso il parlamento statale, sia seguita da un'elezione intermedia e poi venga riapprovata dai legislatori prima di arrivare alla scheda elettorale. I democratici avevano accelerato i tempi convocando una sessione straordinaria, e proprio questa accelerazione è stata al centro del ricorso repubblicano. Cayce Myers, docente del Virginia Tech, ha spiegato che la questione legale non riguardava l'equità dei nuovi collegi, ma esclusivamente aspetti procedurali e definitori sul modo in cui si era arrivati al voto.
Il referendum era stato approvato il 21 aprile con circa il 51,5 per cento dei voti favorevoli, un margine ristretto nonostante la massiccia campagna finanziata dai gruppi democratici, tra cui il principale super PAC nazionale impegnato nella battaglia per la maggioranza alla Camera. I democratici avevano investito decine di milioni di dollari, una cifra molto superiore a quella raccolta dai repubblicani.
La sentenza rappresenta un duro colpo per le ambizioni del Partito Democratico in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. I democratici contavano sulla nuova mappa della Virginia per consolidare il proprio vantaggio e compensare le ridefinizioni dei collegi a favore dei repubblicani in altri Stati, volute dal presidente Donald Trump.
Il procuratore generale dello Stato Jay Jones ha criticato duramente la sentenza, affermando che la Corte Suprema della Virginia ha anteposto la politica allo Stato di diritto e che la decisione mette a tacere le voci di milioni di elettori. Il leader della minoranza alla Camera della Virginia, il repubblicano Terry Kilgore, ha replicato sostenendo che la sentenza ribadisce che la Costituzione dello Stato vale quello che dice. Il deputato Richard Hudson della North Carolina, presidente dell'organismo elettorale dei repubblicani alla Camera, ha interpretato la decisione come un ulteriore segnale dello slancio del partito in vista di novembre.
La vicenda della Virginia si inserisce in una più ampia corsa al ridisegno dei collegi che ha attraversato gli Stati Uniti negli ultimi mesi. Trump ha spinto diversi Stati a guida repubblicana a ridisegnare le mappe a metà decennio per rafforzare la maggioranza alla Camera contro i venti contrari tipici delle elezioni di metà mandato. Il Texas ha risposto con nuove mappe che potrebbero produrre cinque seggi repubblicani aggiuntivi, e il Missouri ha seguito la stessa strada. La California ha fatto altrettanto in chiave democratica, mentre l'Indiana, a guida repubblicana, ha rinunciato a partecipare. La recente sentenza della Corte Suprema federale, che ha reso più difficile contestare in tribunale i ridisegni di parte, ha ulteriormente accelerato questa dinamica, con la Florida che ha già adottato una nuova mappa più favorevole ai repubblicani.
Il dibattito sulla questione tocca anche un nodo strutturale del sistema americano. Quando i collegi vengono disegnati per garantire l'esito, le elezioni generali perdono di significato e l'unica competizione reale diventa quella delle primarie, che attira la fascia più ideologizzata e partigiana dell'elettorato. Il risultato è un Congresso sempre più distante dal Paese che dovrebbe rappresentare. Alcuni Stati, tra cui Arizona, Michigan e Iowa, hanno adottato commissioni indipendenti per la ridefinizione dei collegi, sottraendo questo potere al partito di maggioranza. Sono sistemi imperfetti, ma poggiano sul principio che siano gli elettori a scegliere i propri rappresentanti, e non il contrario.