Il presidente Donald Trump vuole trasformare l'arco di trionfo che intende costruire davanti al ponte per il cimitero di Arlington in un complesso militare con droni, cecchini e depositi di munizioni. Secondo un'analisi di Tom Nichols pubblicata sull'Atlantic, il progetto non ha alcuna giustificazione di sicurezza nazionale e rivela l'ossessione del presidente per i monumenti che portano il suo nome.
L'annuncio è arrivato alle 7:34 di questa mattina, ora di Washington (le 13:34 in Italia), con un post su Truth Social, il social network del presidente. Trump ha scritto che, su "forte richiesta" delle forze armate e per ragioni di sicurezza nazionale, l'arco sarà convertito in un "complesso militare" capace di ospitare e usare rapidamente un gran numero di droni, di schierare cecchini sul tetto e sulla piazza e di conservare grandi quantità di munizioni. Ha aggiunto che Washington è l'unica capitale senza un arco di trionfo e che ora avrà "the greatest of them all", il più grande di tutti.
L'arco fa parte di un gruppo di progetti su cui il presidente si è concentrato negli ultimi mesi: il cambio di nome del John F. Kennedy Center for the Performing Arts, il principale centro per le arti di Washington, e la demolizione dell'ala est della Casa Bianca per costruire al suo posto una sala da ballo. Nichols ricorda che Trump ne parla anche quando gli vengono poste domande su temi di interesse nazionale, in un momento in cui gli Stati Uniti sono coinvolti in una guerra in Medio Oriente che sta andando male, l'inflazione e i prezzi dell'energia sono in aumento e il gradimento del presidente è sceso ai livelli di George W. Bush nel secondo mandato.
Secondo Nichols la scelta di presentare l'arco come un'installazione militare è almeno in parte una strategia legale. Quando la sala da ballo è finita davanti ai giudici, l'amministrazione si è rivolta alla Corte Suprema sostenendo di poter proseguire i lavori perché il bunker sotto la struttura riguardava la sicurezza nazionale. La Corte le ha dato ragione. Trump potrebbe ora usare lo stesso argomento per superare l'opposizione all'arco. Altri presidenti hanno invocato in passato la sicurezza nazionale per aggirare i limiti al loro potere, ma con Trump è diventata una prassi.
Nel merito, Nichols sostiene che il progetto non ha senso dal punto di vista della sicurezza. La Casa Bianca è già protetta da diversi livelli di difesa, compresi i cecchini che il Secret Service, l'agenzia che protegge il presidente, schiera sul tetto quando lo ritiene necessario. Anche gli altri monumenti e luoghi turistici della capitale sono sorvegliati dalle forze dell'ordine. Trump invece immagina installazioni militari permanenti, compresa una sul tetto di un edificio annesso alla Casa Bianca, sopra una sala pensata per feste e ricevimenti.
L'arco presenterebbe rischi ulteriori. Gli automobilisti che attraversano il Potomac sul Memorial Bridge dovrebbero girargli intorno, con il rischio di creare ingorghi che potrebbero essere sfruttati da eventuali terroristi in una città che ha già molti punti critici per il traffico. La struttura sorgerebbe inoltre vicino alle rotte di avvicinamento al Reagan National Airport, uno degli aeroporti di Washington, già molto congestionato. Un luogo aperto al pubblico diventerebbe una base militare sempre operativa, con un deposito di munizioni sotto i piedi di turisti e studenti. La presenza di armi aumenterebbe la possibilità di incidenti o malfunzionamenti.
La critica principale di Nichols è però simbolica. L'arco sorgerebbe all'ingresso del cimitero di Arlington, dove sono sepolti migliaia di caduti americani. Secondo l'autore sposterebbe l'attenzione dai morti al presidente. Gli Stati Uniti non hanno un arco di trionfo perché non hanno la tradizione di celebrare le conquiste militari all'estero. Napoleone avviò la costruzione dell'Arco di Trionfo di Parigi nel 1806 per accogliere le truppe dopo la vittoria di Austerlitz, ma l'opera fu completata trent'anni dopo, quando lui era già stato sconfitto in Russia ed era morto in esilio.
Nichols richiama anche il Cremlino, il cui nome deriva dalla parola russa per "fortezza" e che per l'autore è il simbolo di secoli di autocrazia. Trasformare la Casa Bianca e un monumento sul Potomac in cittadelle militari andrebbe contro lo spirito di una capitale che porta il nome di George Washington, considerato uno dei massimi esempi di virtù repubblicana. Secondo Nichols, Trump potrebbe voler lasciare un segno duraturo sulla città per paura di essere dimenticato quando non sarà più presidente.
