Khamenei, l'ayatollah che ha trasformato l'Iran in una teocrazia militare

Per 36 anni ha guidato la Repubblica islamica con pugno di ferro, soffocando ogni dissenso interno e finanziando milizie in tutto il Medio Oriente. La sua morte, ieri, in un attacco congiunto di Israele e Stati Uniti, chiude un'era.

Khamenei, l'ayatollah che ha trasformato l'Iran in una teocrazia militare
kremlin.ru

L'Ayatollah Ali Khamenei è morto sabato 28 febbraio 2026 durante un attacco aereo congiunto condotto da Israele e Stati Uniti su Teheran. Aveva 86 anni ed era la guida suprema dell'Iran dal 1989, uno dei capi di stato in carica da più lungo tempo al mondo. Il presidente Donald Trump ha annunciato la sua morte su Truth Social, definendolo "una delle persone più malvagie della storia". Poche ore dopo, la televisione di stato iraniana ha confermato che Khamenei era stato ucciso nel suo ufficio, mentre una colonna di fumo nero si alzava sul suo compound nel centro della capitale.

Per capire chi era Khamenei e che cosa rappresentava, bisogna partire da lontano.

Una vita segnata dalla rivoluzione

Ali Khamenei nacque il 19 aprile 1939 a Mashhad, città santa nel nordest dell'Iran e seconda per importanza dopo Teheran. Era il secondo di otto figli di un modesto religioso sciita. La sua famiglia viveva in povertà: lui stesso raccontò di aver trascorso notti in cui non c'era nulla da mangiare se non pane e uva passa. Fin da bambino studiò nelle scuole islamiche, e a 19 anni si trasferì nella città santa di Qom, centro teologico dell'Islam sciita, dove conobbe l'ayatollah Ruhollah Khomeini, che sarebbe diventato il suo mentore e il fondatore della Repubblica islamica.

All'epoca l'Iran era governato dal re Mohammad Reza Pahlavi, lo Shah, sostenuto dagli Stati Uniti. Khomeini guidava l'opposizione religiosa al regime, che cercava di modernizzare il paese secondo modelli occidentali, una direzione che il clero conservatore rifiutava. Il giovane Khamenei abbracciò la causa e iniziò a svolgere attività clandestina per conto di Khomeini, che sarebbe stato espulso dall'Iran nel 1964 e avrebbe trascorso anni in esilio.

Tra il 1963 e il 1976 Khamenei fu arrestato almeno sei volte dalla polizia segreta dello Shah, la SAVAK, e subì torture e periodi di esilio interno nelle zone più remote del paese. Queste esperienze rafforzarono il suo odio verso il regime monarchico e verso gli Stati Uniti, che lo sostenevano.

La rivoluzione islamica del 1979 rovesciò lo Shah. Khomeini tornò trionfante in Iran e fondò la Repubblica islamica, un sistema di governo in cui l'autorità politica suprema è affidata a un religioso, la "guida suprema", in base al principio del velayat-e faqih, cioè la tutela del giurista islamico. Khamenei fu nominato leader delle preghiere del venerdì a Teheran, un ruolo politico oltre che religioso: i suoi sermoni settimanali, trasmessi in tutta la nazione, lo resero uno dei volti della nuova leadership.

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L'ascesa al potere

Nel giugno 1981 Khamenei scampò per un soffio a un attentato: una bomba nascosta in un registratore esplose mentre teneva un discorso, lasciandolo con il braccio destro paralizzato per il resto della vita. Pochi mesi dopo, quando il presidente dell'Iran Mohammad Ali Rajai fu assassinato in un altro attentato, Khamenei si candidò alle elezioni presidenziali e vinse con oltre il 95% dei voti, diventando il primo religioso a guidare il governo esecutivo del paese. Fu rieletto nel 1985.

Durante la sua presidenza, l'Iran era in guerra con l'Iraq. Saddam Hussein aveva invaso l'Iran nel 1980, temendo che la rivoluzione islamica si propagasse anche nel suo paese. Fu un conflitto devastante, durato otto anni, con centinaia di migliaia di morti da entrambe le parti. L'Iraq era sostenuto da occidente e dai paesi del Golfo. Khamenei trascorse periodi prolungati al fronte e vide morire molti dei comandanti e soldati che conosceva. Quella guerra plasmò la sua visione del mondo: gli Stati Uniti e l'occidente erano nemici da diffidare, capaci di sostenere aggressori pur di contenere la rivoluzione islamica.

Quando Khomeini morì nel giugno 1989, non aveva designato un successore chiaro. La scelta ricadde su Khamenei in modo quasi inaspettato: era un religioso di rango medio, non un grande ayatollah come richiedeva la costituzione. Per superare l'ostacolo, la costituzione fu modificata in modo da non richiedere più il grado più alto della gerarchia clericale, e Khamenei fu elevato al rango di ayatollah in una sola notte. L'Assemblea degli Esperti, il consiglio di religiosi che elegge la guida suprema, lo nominò il giorno dopo la morte di Khomeini. Nel suo primo discorso si definì "un individuo con molti difetti e lacune, un semplice studente di teologia."

Come ha governato

La guida suprema in Iran non è paragonabile a un presidente o a un premier occidentale. È il vertice assoluto del sistema: comanda le forze armate, nomina i capi della magistratura, controlla la radio e la televisione di stato, sceglie metà dei membri del Consiglio dei Guardiani, l'organo che può escludere i candidati dalle elezioni e bocciare le leggi del parlamento. Il presidente eletto dai cittadini ha un ruolo subordinato. Khamenei aveva l'ultima parola su tutto.

Nei primi anni la sua posizione fu insicura: mancava del carisma e del prestigio religioso di Khomeini. Per compensare, costruì nel tempo una rete capillare di fedeli in ogni istituzione del paese: parlamento, magistratura, polizia, media, clero. Ma soprattutto si appoggiò ai Guardiani della Rivoluzione, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (in inglese Islamic Revolutionary Guard Corps, IRGC), una forza militare creata nel 1979 per proteggere la rivoluzione. Khamenei ne espanse il potere in modo sistematico, al punto che i Guardiani finirono per controllare circa il 30% dell'economia iraniana, secondo uno dei loro fondatori, Mohsen Sazegara, oggi dissidente in esilio. Erano presenti nell'industria, nel commercio, nelle reti di contrabbando. Quando nel 2004 aprì un nuovo aeroporto vicino a Teheran, i Guardiani ne presero il controllo facendo entrare i carri armati sulle piste.

Ali Vaez, direttore del progetto Iran presso l'International Crisis Group, ha dichiarato a NPR che Khamenei era "un uomo di pazienza strategica, capace di calcolare qualche mossa in anticipo", e che grazie ai Guardiani aveva "progressivamente accentrato nelle sue mani tutte le leve del potere, mettendo da parte chiunque altro."

Karim Sadjadpour, ricercatore specializzato sull'Iran presso la Carnegie Endowment for International Peace, ha scritto che Khamenei governava l'Iran "come una causa, non come un paese." Lo stesso Sadjadpour ha descritto il suo sistema di potere come "un cartello ristretto di chierici di linea dura e Guardiani della Rivoluzione arricchitisi".

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La repressione del dissenso

Per decenni, Khamenei si presentò come una figura al di sopra delle lotte politiche quotidiane, un arbitro imparziale tra le diverse fazioni del regime. Ma quella maschera si incrinò nel 2009, quando le elezioni presidenziali furono truccate in favore del presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad. Milioni di iraniani scesero in piazza nel movimento che fu chiamato "Rivoluzione verde". Khamenei appoggiò il risultato elettorale contestato e ordinò la repressione: decine di persone furono uccise, migliaia arrestate.

Da quel momento, la repressione divenne sistematica. Nel 2019, quando le proteste esplosero per l'aumento del prezzo della benzina, Khamenei fece spegnere internet per impedire alle manifestazioni di organizzarsi, poi ordinò alle forze di sicurezza di sparare sulla folla. Nel 2022, la morte in custodia di Mahsa Amini, una giovane donna di 22 anni arrestata dalla polizia morale per una presunta violazione delle norme sull'hijab, scatenò un'ondata di proteste in tutto il paese. Le donne marciarono svelate scandendo "Donna, vita, libertà." La repressione fece oltre 550 morti e 20.000 arrestati, secondo le organizzazioni per i diritti umani.

Alla fine del 2025, una grave crisi economica, aggravata dalle sanzioni internazionali, spinse nuovamente milioni di iraniani in strada. Era la più grande ondata di proteste dalla rivoluzione del 1979. Questa volta le vittime furono migliaia: le fonti variano tra i 3.000 e i 7.000 morti, a seconda dell'organizzazione che ha condotto il monitoraggio. Per la prima volta in modo così diffuso, i manifestanti scandivano apertamente "Morte a Khamenei." Le forze di sicurezza risposero con una repressione senza precedenti.

Sanam Vakil, esperta di Iran al Chatham House di Londra, ha dichiarato a NPR che Khamenei "ha sempre sostenuto e approvato la repressione governativa, riconoscendo che le proteste danneggiavano la stabilità e la legittimità dello stato."

Alex Vatanka, del Middle East Institute di Washington, ha detto sempre a NPR che Khamenei "in molte occasioni si è rifiutato categoricamente di accettare la realtà di base: che la sua visione del mondo non era quella del resto del suo popolo." Vatanka ha ricordato che il 75% degli iraniani è nato dopo la rivoluzione e ha visto altri paesi della regione modernizzarsi e integrarsi nella comunità internazionale.

Il nemico esterno: Stati Uniti e Israele

Khamenei chiamava gli Stati Uniti "il Grande Satana" e Israele "il Piccolo Satana." Descriveva Israele come "un tumore canceroso" da estirpare dal Medio Oriente, anche se precisava che l'obiettivo non era la distruzione militare dello stato ebraico, bensì la sua dissoluzione attraverso un referendum popolare e la creazione di uno stato palestinese. Per perseguire questa visione, finanziò e armò milizie alleate in tutta la regione: Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza, milizie sciite in Iraq, i Houthi in Yemen.

Questa rete di forze per procura, che Khamenei chiamava "asse della resistenza," era il pilastro della sua politica estera: colpire Israele e proiettare potere in tutta la regione senza uno scontro diretto con gli Stati Uniti. Per decenni la strategia funzionò. Ma dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 contro Israele, che causò circa 1.200 morti, il sistema cominciò a collassare sotto i colpi israeliani. Hezbollah perse gran parte della sua leadership, incluso Hassan Nasrallah, ucciso da un bombardamento israeliano a Beirut nel settembre 2024. La Siria di Bashar al-Assad, alleato chiave di Teheran, cadde nel dicembre 2024.

Nel giugno 2025, Israele attaccò l'Iran direttamente, colpendo il programma nucleare, le infrastrutture missilistiche e i vertici militari. Gli Stati Uniti si unirono agli attacchi, distruggendo tre siti di arricchimento dell'uranio. Khamenei vide azzerarsi le difese aeree del paese e indebolirsi il sistema di proxy che aveva costruito in decenni.

Il programma nucleare

Il nodo più controverso del suo governo fu sempre il programma nucleare. Khamenei sostenne pubblicamente che la produzione di armi nucleari era proibita dall'Islam e che il programma serviva solo a scopi civili, come la produzione di energia. Eppure rifiutò sempre di rinunciare all'arricchimento dell'uranio, che considerava un simbolo di indipendenza scientifica e di orgoglio nazionale.

Nel 2015, dopo anni di trattative, l'Iran firmò un accordo con le sei principali potenze mondiali, inclusi gli Stati Uniti, che limitava il programma nucleare in cambio di un allentamento delle sanzioni. Khamenei lo accettò con riluttanza, mostrandosi scettico sulla buona fede americana. La sua diffidenza fu confermata nel 2018, quando Trump ritirò gli Stati Uniti dall'accordo durante il suo primo mandato. L'Iran riprese l'arricchimento dell'uranio e negli anni successivi si avvicinò alla soglia tecnica necessaria per costruire un'arma nucleare, pur senza compiere il passo finale.

Quando Trump è tornato alla presidenza nel 2025, ha aperto nuove trattative con Teheran. Khamenei ha permesso ai negoziatori iraniani di partecipare, ma non ha ceduto sull'arricchimento. Le trattative sono interrotte dagli attacchi israeliani del giugno 2025.

L'eredità

Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University, ha dichiarato al New York Times che Khamenei è "uno dei leader più importanti della storia moderna dell'Iran. È davvero sotto di lui che la Repubblica islamica ha preso forma. Khomeini guidò una rivoluzione. Khamenei guidò uno stato".

Eppure lo stato che lascia è indebolito su tutti i fronti. L'economia è in macerie per effetto delle sanzioni e di decenni di cattiva gestione. Le difese aeree sono state distrutte. Il programma nucleare è stato gravemente danneggiato. I principali alleati regionali sono stati decimati. E la popolazione, esasperata dalla povertà e dalla repressione, non lo piange.

Andrew Thomas, docente di Studi sul Medio Oriente all'Università di Deakin, ha scritto su The Conversation che la sua eredità sarà "la profonda debolezza che il suo regime ha portato alla Repubblica islamica su tutti i fronti." Quando Khomeini morì nel 1989, milioni di persone parteciparono ai suoi funerali. Per Khamenei, difficilmente andrà così.

Khamenei non aveva mai designato pubblicamente un successore. Chi guiderà l'Iran ora, e in quale direzione, è una delle domande più aperte della politica mondiale.

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