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In Uganda la repressione cresce da quando gli Stati Uniti se ne sono disinteressati
Graham Carlow, CC BY 2.0
Politica estera 8 min di lettura

In Uganda la repressione cresce da quando gli Stati Uniti se ne sono disinteressati

Telecamere cinesi, spyware israeliani e chip russi nelle targhe: in Uganda gli oppositori sono sorvegliati e torturati, mentre Washington tace e la Cina allarga la sua influenza.

In Uganda gli oppositori del regime vengono rapiti e torturati, spesso dopo essere stati individuati con tecnologie di sorveglianza comprate all'estero. Da quando il presidente Donald Trump è tornato alla Casa Bianca gli Stati Uniti hanno smesso di protestare.

È la tesi di un lungo reportage della giornalista Megan K. Stack pubblicato sul New York Times, all'interno di una serie dedicata alla fine dell'ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale. Stack è andata nel paese africano per capire che effetto ha avuto la ritirata americana dalla difesa dei diritti umani. Molti ugandesi le hanno detto che il silenzio di Washington ha permesso anche agli altri governi occidentali di non dire nulla e ha reso il regime sempre più spietato.

Yoweri Museveni, 82 anni, governa l'Uganda da quarant'anni. La repressione degli ultimi mesi porta però il nome di suo figlio, il generale Muhoozi Kainerugaba, capo dell'esercito, che ha annunciato di volersi candidare alla presidenza. Chi lo critica rischia di finire nel "basement", il seminterrato: è il nome con cui Kainerugaba indica le camere di tortura di cui si vanta sui social. Negli ultimi mesi un commentatore radiofonico è stato portato via a forza da uomini in borghese mentre era in onda, un attivista dell'opposizione è morto dopo essere stato chiuso nella sua casa, a cui è stato poi dato fuoco, e le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in una grande società di media indipendente, tagliando la corrente e chiudendola per un mese.

Per gli ugandesi è sempre più difficile nascondersi. Le strade sono controllate da telecamere e software di riconoscimento facciale cinesi, le auto sono state seguite in tempo reale grazie a chip russi inseriti nelle targhe e i telefoni vengono svuotati con programmi israeliani. Nel 2019 il governo ha installato una rete di videosorveglianza da 126 milioni di dollari fornita dalla società cinese Huawei. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, alcuni ingegneri di Huawei lavoravano direttamente negli uffici delle forze di sicurezza ugandesi. Il sistema di controllo delle targhe è stato invece affidato a una società russa poco trasparente, Joint Stock Company Global Security, che avrebbe dovuto gestirlo per i primi dieci anni. Questa settimana il procuratore generale dell'Uganda ha dichiarato nullo il contratto e il futuro del progetto è incerto. La polizia ha ammesso di aver usato il riconoscimento facciale e i lettori di targhe per seguire i sostenitori dell'opposizione.

L'Uganda non è un caso isolato. Secondo l'ultimo rapporto di Freedom House, un'organizzazione americana che misura lo stato della democrazia nel mondo, in Africa solo il 10 per cento della popolazione vive in paesi classificati come "liberi": fa peggio solo il Medio Oriente. I governi africani hanno speso almeno 2 miliardi di dollari in sistemi di sorveglianza cinesi basati sull'intelligenza artificiale, usati contro i dissidenti dal Mozambico allo Zimbabwe fino alla Repubblica del Congo. La Cina non è l'unico fornitore: lo spyware israeliano Pegasus, che trasforma il telefono in uno strumento per spiare il suo proprietario, è stato comprato da governi di tutto il mondo. Anche aziende di Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia e Germania hanno esportato tecnologie di sorveglianza in Africa.

Lo scrittore e avvocato Kakwenza Rukirabashaija ha potuto vedere nero su bianco quali strumenti sono stati usati contro di lui. Il suo primo romanzo, "The Greedy Barbarian", racconta in chiave satirica la storia di un presidente che diventa un dittatore e viene rovesciato da una rivolta popolare. Nei due anni successivi Rukirabashaija è stato arrestato più volte e torturato: frustato, picchiato fino a fratturargli le caviglie e danneggiargli i reni. Ha raccontato che Kainerugaba è andato a trovarlo due volte in carcere. La prima volta gli ha ordinato di spogliarsi e di inginocchiarsi a chiedere scusa mentre lo filmava con il telefono, la seconda gli ha offerto soldi per non parlare delle torture subite. Nel 2022 è fuggito lasciando il telefono a casa per ingannare chi lo seguiva e oggi vive in Germania.

Il fascicolo della polizia, che il suo avvocato gli ha mandato lì, contiene l'ordine segreto di un tribunale per perquisire il telefono e l'elenco dei software usati: quelli dell'azienda israeliana Cellebrite per analizzare i suoi post sui social e quelli della canadese Magnet Forensics per scaricare i suoi dati dal cloud. Una portavoce di Cellebrite ha detto a Stack che l'azienda ha smesso di vendere in Uganda, mentre Magnet Forensics non ha risposto.

La sorveglianza è cresciuta proprio mentre Museveni si trovava davanti per la prima volta un'opposizione credibile e popolare. Il suo volto è Bobi Wine, vero nome Robert Kyagulanyi, cantante reggae cresciuto nelle baraccopoli di Kampala e soprannominato il "presidente del ghetto". Nel 2017 è entrato in politica ed è stato eletto in Parlamento con facilità. Secondo il Wall Street Journal il regime ha usato la tecnologia di Huawei per entrare nei suoi messaggi cifrati, mentre nel 2018 Wine è stato arrestato, torturato e accusato di tradimento. Si è candidato due volte contro Museveni, nel 2021 e a gennaio di quest'anno, e ha perso entrambe le volte in elezioni segnate da violenze e accuse di brogli. Secondo Amnesty International durante e subito dopo il voto di quest'anno le forze di sicurezza hanno ucciso probabilmente almeno 16 persone, tra cui una donna colpita alla nuca mentre tornava a casa dopo aver votato.

Dopo le elezioni Kainerugaba ha scritto sui social di pregare per la morte di Wine, che si è nascosto e poi è fuggito negli Stati Uniti con l'aiuto di alcuni sostenitori interni agli apparati di sicurezza. "Non tutti negli apparati di sicurezza stanno con il governo", ha detto a Stack David Lewis Rubongoya, segretario generale del partito di Wine, la National Unity Platform. "Il paese è in silenzio, ma c'è molta rabbia".

Anche l'altro grande oppositore, Kizza Besigye, è finito nel mirino. Negli anni Ottanta era stato compagno di guerriglia e medico personale di Museveni, poi ha rotto con lui e lo ha sfidato alle elezioni dal 2001 in poi. Alle ultime presidenziali ha sostenuto Wine. Nel 2024 è stato rapito in Kenya, dove si trovava per la presentazione di un libro, e riportato illegalmente in Uganda, dove è stato accusato di tradimento e possesso illegale di armi. Il governo keniota ha prima negato ogni coinvolgimento, poi il suo ministro degli Esteri ha ammesso di aver collaborato con il regime ugandese in un'operazione che ha aggirato la legge del Kenya sull'estradizione.

Il processo contro Besigye è pieno di irregolarità. Il suo avvocato principale, un ex sindaco di Kampala, è stato prelevato da casa e tenuto per due giorni nella camera di tortura di Kainerugaba, poi è stato accusato di non aver denunciato un complotto. Il mese scorso un testimone dell'accusa ha detto in aula che le armi trovate a Besigye al momento dell'arresto erano state messe lì dalla polizia, ma il processo va avanti. Kainerugaba ha promesso più volte di impiccarlo. Secondo l'organizzazione americana Action for Democracy, che tiene un archivio della collaborazione tra governi autoritari, gli autocrati trattano ormai "le tecniche repressive come beni trasportabili che possono superare i confini".

L'Uganda non ha mai avuto un passaggio di potere pacifico dall'indipendenza dal Regno Unito nel 1962, ma diversi ugandesi hanno paragonato la repressione di oggi agli anni di Idi Amin, il dittatore che negli anni Settanta fece uccidere migliaia di persone. Di solito le sparizioni e gli scontri aumentavano prima delle elezioni e calavano dopo i risultati, mentre quest'anno sono continuati anche dopo il voto di gennaio. Kainerugaba si è formato all'accademia militare britannica di Sandhurst e in un college dell'esercito americano a Fort Leavenworth, in Kansas. Secondo Stack lui o chi gli sta intorno ha probabilmente capito che né gli Stati Uniti né gli altri governi occidentali avrebbero protestato.

Fino a pochi anni fa Washington reagiva. L'amministrazione Biden aveva definito le elezioni ugandesi del 2021 "né libere né regolari", aveva limitato i visti a chi era accusato di aver danneggiato il processo democratico e aveva escluso l'Uganda da un programma che garantiva ai paesi africani esenzioni fiscali e doganali. Con il ritorno di Trump le critiche sono finite. A luglio del 2025 il segretario di Stato Marco Rubio ha di fatto vietato ai suoi funzionari di criticare, anche in modo indiretto, le elezioni o il rispetto della democrazia in altri paesi. L'amministrazione riassume la sua linea con la formula "trade, not aid", commercio e non aiuti.

Quasi tutti gli ugandesi con cui Stack ha parlato hanno citato il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro e il controllo americano sul petrolio del Venezuela: secondo loro i funzionari ugandesi temono le reazioni di Trump e fanno quello che chiede. L'Uganda ha accettato alcune persone espulse dagli Stati Uniti verso paesi terzi, ha offerto truppe per Gaza e ha firmato un accordo sanitario che dà agli Stati Uniti accesso ai dati medici dei cittadini ugandesi, ufficialmente per monitorare le epidemie. L'opposizione teme che Washington possa usarlo per ottenere diritti preferenziali su minerali e petrolio, mentre accordi simili sono stati congelati o respinti in Zambia e Zimbabwe.

L'avvocata per i diritti umani Agather Atuhaire, che dice di essere stata rapita e torturata in Tanzania nel 2025 e poi abbandonata vicino al confine ugandese, ha raccontato a Stack quando ha capito che qualcosa era cambiato. Nel 2024 era stata premiata a Washington da Jill Biden e Antony Blinken tra le "donne coraggiose" scelte dal dipartimento di Stato. L'anno dopo, quando ha chiamato un'amica all'ambasciata americana per denunciare le violenze contro elettori e giornalisti in un'elezione suppletiva, si è sentita rispondere che a Washington della questione non importava nulla.

Il disimpegno americano ha lasciato spazio alla Cina, presente in Africa fin dalla Guerra fredda, quando sosteneva con armi e soldi i movimenti di liberazione anticoloniali. Pechino ha concesso prestiti e finanziato infrastrutture senza chiedere nulla su diritti umani e ambiente. Oggi l'Uganda le deve circa 2,6 miliardi di dollari. La Cina ha contribuito a costruire due delle principali centrali idroelettriche del paese, i giacimenti di petrolio scoperti di recente, un grande oleodotto verso la Tanzania e l'autostrada tra Kampala e l'aeroporto di Entebbe. Le condizioni sono spesso favorevoli a Pechino: un prestito da 200 milioni di dollari della Export-Import Bank of China per ammodernare l'aeroporto obbliga il governo ugandese a cedere gli incassi dello scalo per vent'anni. "È come se avessimo ipotecato il nostro paese", ha detto a Stack Joel Ssenyonyi, il leader dell'opposizione in Parlamento.

Migliaia di ragazzi studiano il cinese a scuola, gli investitori cinesi comprano e affittano terreni e l'esercito cinese addestra ufficiali ugandesi, fornisce blindati e sistemi di difesa aerea e collabora alla produzione di esplosivi e droni.

Pechino esporta anche il suo modello politico. Funzionari cinesi stanno aiutando i partiti al governo in Africa a creare scuole per i dirigenti che uniscono le tradizioni locali ai metodi del Partito Comunista Cinese su disciplina e organizzazione. Nel 2023 il segretario generale del partito di Museveni, Richard Todwong, ha ottenuto dalla Cina la promessa di fondi per aprirne una in Uganda, che non è ancora stata inaugurata. Scuole simili esistono già in Tanzania e Zimbabwe e un'altra è prevista in Kenya. I funzionari dei paesi che comprano sistemi di sorveglianza cinesi vengono spesso portati in visita nello Xinjiang, la regione in cui Pechino è accusata di crimini contro l'umanità per la detenzione di massa degli uiguri.

Anche in Uganda però qualcuno comincia a ripensarci. Nansozi Muwanga, una delle principali politologhe del paese, ha spiegato a Stack che la Cina era vista come un contrappeso alle pressioni di Stati Uniti ed Europa su democrazia e diritti, ma che ora "la luna di miele è finita". Muwanga ritiene che Pechino abbia spinto il governo a costruire lo stato di sorveglianza e che il suo vero interesse sia la terra, perché l'Uganda ha molto spazio libero. Anche lei ha perso un finanziamento di USAID, l'agenzia americana per lo sviluppo internazionale, quando Trump ne ha tagliato i fondi. Di quella presenza americana che un tempo era vista come un'ingerenza, ha detto, oggi si sente la mancanza: "Sapere che da qualche parte c'era un guardiano, qualcuno che ti avrebbe richiamato all'ordine se avessi davvero superato il limite. Aveva un certo potere".

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