Il blocco navale americano rischia di peggiorare l'economia mondiale
Il petrolio sale, le fabbriche rallentano in Asia, l'Europa frena. I Paesi del Golfo affrontano la crisi peggiore da decenni. E secondo le previsioni i prezzi dell'energia non torneranno ai livelli pre-bellici prima della fine del 2027
Il blocco navale imposto dagli Stati Uniti ai porti iraniani sta trasformando un conflitto regionale in uno shock finanziario globale che potrebbe rivelarsi più devastante della guerra stessa. A sostenerlo è il Wall Street Journal. Il blocco, che impedisce alle navi di entrare e uscire dai porti dell'Iran, drena ulteriore petrolio da un mercato già sotto pressione, prolunga la stretta sulle materie prime che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz e inietta un'incertezza significativa nell'economia mondiale.
I prezzi del petrolio sono saliti lunedì. L'alluminio ha raggiunto il massimo da quattro anni per il timore di una stretta prolungata sulle forniture provenienti da una regione che produce quasi un decimo dell'offerta mondiale di questo metallo industriale.
Lo shock petrolifero si sta già propagando in Asia. Alcune fabbriche hanno ridotto la produzione, un numero crescente di stazioni di servizio raziona il carburante e gli aeroporti della regione scarseggiano di cherosene senza soluzioni rapide all'orizzonte. Compagnie come Asiana Airlines, il secondo vettore sudcoreano, hanno sospeso temporaneamente oltre una dozzina di voli andata e ritorno verso Cina e Cambogia fino a maggio. Anche Vietnam Airlines ha tagliato i collegamenti. Il parlamento sudcoreano ha approvato nel fine settimana un pacchetto di emergenza da oltre 17 miliardi di dollari, che include sussidi in contanti fino a circa 400 dollari per i cittadini a basso reddito.
In Giappone, il colosso dei sanitari Toto ha bloccato lunedì gli ordini per unità da bagno prefabbricate a causa della carenza di nafta, un prodotto petrolchimico derivato dal greggio. Il Giappone, tra i primi Paesi colpiti dalla crisi della nafta, vede le onde d'urto raggiungere anche gli ospedali, dove i dirigenti sanitari chiedono con urgenza scorte nazionali di materie plastiche per uso medico, tra cui guanti chirurgici e siringhe per dialisi. La prima ministra Sanae Takaichi ha dichiarato di aver incaricato un gruppo di ministri di affrontare le carenze, ma ha negato una crisi grave, sostenendo che il Giappone dispone ancora di almeno quattro mesi di scorte di nafta. Le interruzioni nella fornitura di elio, intanto, potrebbero colpire l'industria dei semiconduttori in Corea del Sud e Malaysia.
Per i Paesi del Golfo il danno si preannuncia il peggiore da decenni. Molti esportatori di energia della regione non riescono a far arrivare le proprie forniture sui mercati. Il Qatar ha subito danni gravi ai suoi impianti di gas naturale liquefatto e le riparazioni potrebbero richiedere fino a cinque anni. La società di consulenza Rystad Energy stima che la ricostruzione delle infrastrutture energetiche danneggiate nell'intero Golfo potrebbe costare oltre 25 miliardi di dollari. Secondo Capital Economics, il prodotto interno lordo del Qatar si contrarrà del 13% quest'anno, quello degli Emirati Arabi Uniti dell'8% e quello dell'Arabia Saudita del 6,6%. Per avere un termine di paragone, durante la pandemia del 2020 il Pil del Qatar era sceso del 3,6%. La reputazione della regione come polo globale per affari e turismo ha subito un duro colpo: nelle ultime settimane sono stati cancellati eventi che andavano dalle conferenze finanziarie e sulle criptovalute alle gare di Formula Uno. Anche le infrastrutture tecnologiche strategiche, compresi data center di Amazon, sono state colpite.
In Europa, la crescita economica, già debole, sta rallentando ulteriormente. La Germania, la maggiore economia del continente, avrebbe dovuto registrare quest'anno la prima vera ripresa dalla pandemia grazie alla spesa finanziata dal debito. I principali istituti di previsione tedeschi hanno però tagliato le stime di crescita allo 0,6% dall'1,3%. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato lunedì che la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz è "enormemente dannosa" per l'Europa. L'Unione Europea sta lavorando a misure come l'allentamento temporaneo delle regole sugli aiuti di Stato e il coordinamento degli acquisti di gas tra gli Stati membri.
Gli Stati Uniti, in quanto esportatori netti di energia, difficilmente subiranno carenze, ma l'aumento dei prezzi alla pompa colpisce i consumatori. Il presidente Trump ha ammesso domenica che i prezzi dell'energia potrebbero non scendere a breve e potrebbero essere ancora alti quando gli americani andranno a votare per le elezioni di metà mandato in autunno. La banca pubblica tedesca KfW ha avvertito in una nota recente che i prezzi del greggio probabilmente non torneranno ai livelli pre-bellici prima della fine del 2027.
Le ripercussioni politiche si fanno già sentire. In Irlanda agricoltori inferociti hanno bloccato strade, terminali di carburante e una raffineria per protestare contro il caro-energia. In India l'aumento del prezzo del gas da cucina ha aggravato il malcontento operaio: dopo che migliaia di lavoratori a contratto hanno protestato davanti alle fabbriche in uno Stato del nord, il governo locale ha aumentato il salario minimo del 35%, e presto le proteste si sono estese allo Stato confinante. In Ungheria gli elettori hanno inflitto domenica una vittoria schiacciante all'opposizione, ponendo fine a 16 anni di governo del primo ministro Viktor Orbán.
Le prospettive dipendono dalla durata della chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitava un quinto del petrolio mondiale. Secondo UBS, se il transito resta limitato per altri due mesi la crescita globale si indebolirà e tornerà al trend precedente solo alla fine del 2028. Una chiusura più lunga sottrarrebbe un punto percentuale intero alla crescita mondiale e potrebbe provocare una recessione lieve negli Stati Uniti. L'impennata dei prezzi sta già alimentando l'inflazione, e probabilmente spingerà le banche centrali ad alzare i tassi di interesse. Tra i pochi vincitori potrebbe esserci la Russia, dove petrolio e gas rappresentano circa un quarto delle entrate pubbliche.
Hamzeh Al Gaaod, economista specializzato nella regione del Golfo, ha sottolineato che un Iran ostile resterà un rischio costante anche dopo la fine della guerra, un fattore che le imprese dovranno incorporare nei loro calcoli. Mujtaba Rahman, responsabile per l'Europa della società di analisi del rischio Eurasia Group, ha dichiarato al Wall Street Journal che le implicazioni sono "di portata molto ampia", perché il regime iraniano uscirà dal conflitto "temprato dalla battaglia e più radicale di quello precedente".