Gli Stati Uniti vendono missili da 17 miliardi a tre Paesi del Golfo
L'amministrazione Trump ha autorizzato l'esportazione di migliaia di intercettori antiaerei a Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein nonostante l'allarme del Pentagono sulle riserve americane prosciugate dalla guerra contro l'Iran.
L'amministrazione Trump ha approvato la vendita di migliaia di missili intercettori per la difesa aerea e servizi correlati per un valore di 17 miliardi di dollari a Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Lo ha rivelato il New York Times sulla base di informazioni ottenute da funzionari del Dipartimento di Stato e fonti del Congresso. La cifra si aggiunge agli 8,6 miliardi di vendite di armi annunciate ufficialmente venerdì scorso, portando il totale autorizzato in un solo giorno a circa 25,7 miliardi di dollari.
La parte più consistente dell'operazione, quella da 17 miliardi, non è stata comunicata pubblicamente con un comunicato stampa, a differenza degli altri contratti firmati nello stesso giorno. Secondo il Dipartimento di Stato si tratta dell'espansione di tre vendite già approvate in passato dal Congresso, una nel 2019 per il Bahrein e due nel 2024 per Kuwait ed Emirati, e per questo motivo non sono stati emessi annunci ufficiali. Una fonte del Congresso ha precisato la suddivisione: 9,3 miliardi al Kuwait, 6,25 miliardi agli Emirati Arabi Uniti e 1,625 miliardi al Bahrein.
I tre ordini riguardano due tipi di missili intercettori Patriot e ammontano complessivamente a circa 4.250 unità, calcolando un costo medio di quattro milioni di dollari a missile. A questi si aggiunge un quarto contratto reso noto venerdì, quello con il Qatar per quattro miliardi di dollari, equivalente a circa mille missili. Le varianti richieste dai Paesi del Golfo sono il Patriot Guidance Enhanced Missile-T e il Patriot Advanced Capability-3 Missile Segment Enhancement. Il sistema antiaereo Patriot è prodotto da Raytheon, mentre i missili sono fabbricati da Raytheon e Lockheed Martin.
Il problema è la disponibilità reale di queste armi. Dall'inizio del nuovo conflitto contro l'Iran, scoppiato il 28 febbraio dopo l'attacco congiunto di Stati Uniti e Israele, l'esercito americano ha utilizzato oltre 1.300 missili intercettori Patriot, secondo stime interne del Dipartimento della Difesa. I Paesi arabi del Golfo ne hanno lanciati altri 600 circa per difendersi da missili e droni iraniani. Le aziende americane producono poco più di 600 intercettori Patriot all'anno: significa che in pochi mesi di guerra sono stati consumati l'equivalente di tre anni di produzione. L'amministrazione ha annunciato un piano per portare la capacità produttiva a duemila unità annue, ma il passaggio richiederà tempo. Solo gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato che i propri sistemi di difesa aerea hanno ingaggiato oltre 2.200 droni iraniani dall'inizio del conflitto, oltre a centinaia di missili balistici.
Per accelerare le forniture, il segretario di Stato Marco Rubio ha firmato il primo maggio una dichiarazione di emergenza che elimina i tempi di revisione del Congresso, fissati in quindici giorni per Israele e trenta giorni per gli altri Paesi destinatari. Anche con questa procedura accelerata, però, i tempi di consegna restano lunghi. Elaine McCusker, ex funzionaria del Pentagono ora all'American Enterprise Institute, ha dichiarato a Bloomberg che gli unici tempi inferiori ai due o tre anni sono possibili solo attingendo alle scorte già disponibili, e che comunque le nuove forniture non arriveranno in tempo per il conflitto in corso.
È proprio sulle scorte che si concentrano le preoccupazioni dei vertici militari americani. Alcuni funzionari del Pentagono temono che la prontezza operativa delle forze armate sia compromessa dalle riserve ridotte. Munizioni destinate ai comandi statunitensi in Asia ed Europa sono state dirottate in Medio Oriente, nonostante a Washington prevalga la valutazione che la Cina, con l'esercito in più rapida crescita al mondo, rappresenti la principale sfida alla sicurezza americana. Quando Raytheon e Lockheed Martin consegnano missili ai circa dodici clienti stranieri sotto contratto, il numero di munizioni disponibili per gli Stati Uniti diminuisce. I sistemi Patriot e i relativi intercettori sono tra le armi più richieste al mondo: l'Ucraina ne chiede da tempo per la difesa contro la Russia.
L'amministrazione Trump ha invocato la procedura di emergenza per aggirare l'approvazione standard del Congresso tre volte da gennaio. Parlamentari democratici e alcuni repubblicani stanno chiedendo conto al governo delle conseguenze sulla capacità militare globale degli Stati Uniti. Il deputato democratico Gregory W. Meeks, capogruppo della minoranza alla Commissione Affari Esteri della Camera, ha dichiarato al New York Times che mettere ripetutamente da parte il Congresso sulle vendite di armi è diventata una caratteristica strutturale di questa amministrazione. Meeks ha aggiunto che il ricorso ai poteri di emergenza per oltre 25 miliardi di dollari di trasferimenti di armi mostra il fallimento nella gestione di una guerra di scelta, sostenendo che l'amministrazione non ha fatto i compiti necessari prima di entrare in conflitto e ora corre a rifornire i partner del Golfo aggirando il Congresso.
La differenza tra gli 8,64 miliardi annunciati pubblicamente e i 25 miliardi citati da Meeks ha spinto il New York Times a chiedere chiarimenti al Dipartimento di Stato, che ha confermato le ulteriori vendite di intercettori. Secondo la spiegazione fornita a Bloomberg da un portavoce, la discrepanza si deve a un cavillo regolamentare: l'amministrazione considera i contratti da 17 miliardi modifiche di approvazioni precedenti e non vendite nuove. La cifra completa sarà pubblicata sul Congressional Record alla ripresa dei lavori parlamentari.