Il Board of Peace, l’organismo voluto dal presidente Trump per gestire il dopoguerra a Gaza, ha presentato ieri ai suoi membri un piano da 2,45 miliardi di dollari per i prossimi sei mesi. Il documento, ottenuto da Axios, comprende 66 progetti e delinea in che modo potrebbero svolgersi i primi mesi della ricostruzione e dell’amministrazione della Striscia. Ci hanno lavorato per un anno decine di persone del Board, che riunisce 28 Paesi, e del nuovo governo tecnico palestinese destinato ad amministrare Gaza. Un funzionario del Board ha descritto l’obiettivo con queste parole:
"Creare un governo dal nulla, un’economia dalle macerie e ricostruire un territorio devastato".
La valutazione congiunta Ue-Onu-Banca Mondiale (RDNA) di aprile ha stimato il costo materiale della guerra in 35,2 miliardi di dollari e quello della della ripresa e della ricostruzione in circa 71,4 miliardi nell’arco di dieci anni. I primi progetti sono suddivisi in sei aree: infrastrutture, sviluppo umano, rilancio economico, trasformazione digitale, affari legali, pace e sicurezza.
Alloggi, servizi e sicurezza
Alle infrastrutture è destinata la quota maggiore del nuovo piano, circa 1,2 miliardi di dollari. Di questi, 400 milioni servirebbero per fornire alloggi temporanei coibentati agli sfollati che vivono nelle tende, 275 milioni per rimuovere macerie e ordigni inesplosi, 50 milioni per ripristinare gli ospedali e 30 milioni per riparare la rete stradale.
Sono previsti anche interventi ai valichi di frontiera e alle reti elettriche e idriche, la distribuzione di 25.000 kit solari portatili e il riempimento definitivo dei tunnel costruiti da Hamas sotto le aree interessate dai progetti prioritari. Gli Emirati Arabi Uniti dovrebbero finanziare, inoltre, nella zona di Rafah, la costruzione di un quartiere pilota dotato di servizi autonomi per 50.000 persone che oggi vivono nelle tende.
Ai progetti per la sicurezza andrebbero invece circa 885 milioni di dollari. Il piano riserva 275 milioni a una base permanente fortificata a Rafah comprendente sia una struttura della Commissione interni che una base di supporto e capace di ospitare 5.000 membri della International Stabilization Force (ISF), la forza multinazionale di stabilizzazione. Altri 140 milioni servirebbero invece a reclutare, addestrare, equipaggiare e schierare il contingente.
Per la nuova polizia palestinese sono previsti 120 milioni. Migliaia di abitanti di Gaza sono già stati selezionati e sottoposti a controlli per la partecipazione a questa nuova forza di polizia, ma Israele ha impedito loro di lasciare la Striscia per addestrarsi in Egitto. Venti milioni dovrebbero invece finanziare un programma di riacquisto delle armi, prevedendo incentivi affinché membri di Hamas e degli altri gruppi armati consegnino armi e munizioni da smaltire. Sulla base di questo piano, una volta completati gli step precedenti, il governo tecnico palestinese dovrebbe poi assumere la responsabilità della gestione dei valichi con Israele e con l’Egitto, sia per le merci che per le persone.
Circa 300 milioni sono invece destinati a sanità, istruzione e assistenza. Il piano punta anche a costruire un’amministrazione locale palestinese funzionante e a rilanciare le imprese: prevede un sistema di identità digitale, pagamenti elettronici, la costruzione di una rete 4G, servizi sanitari e scolastici digitali, contributi per riaprire le piccole attività e la creazione di un fondo d’investimento per Gaza.
Gli ostacoli politici e i finanziamenti
Per avviare l'ambizioso piano serve però la collaborazione di Israele e di Hamas. Secondo Axios, il governo Netanyahu ha accettato in linea di principio alcune delle misure già discusse, ma non ha voluto cominciare ad applicarle, soprattutto per ragioni di politica interna in vista delle elezioni di fine ottobre. Hamas ha invece accettato in linea di principio di disarmarsi, ma l’impegno non è ancora stato messo alla prova: tra gli ostacoli c’è anche il rifiuto di Israele di concedere una tregua di 14 giorni prima dell’avvio della smilitarizzazione.
Il Board spera che la ricostruzione possa cominciare dopo le elezioni israeliane del 27 ottobre e la formazione di un nuovo governo. Secondo i sondaggi, però, il voto difficilmente produrrà un chiaro vincitore, ed un governo provvisorio o peggio ancora uno stallo politico potrebbero complicare ulteriormente l’attuazione del piano.
Manca anche una parte dei 2,45 miliardi necessari per implementare questo piano. I funzionari del Board osservano che l’intera somma non servirà immediatamente al momento dell’ingresso del governo tecnico a Gaza, e si dicono convinti che i donatori contribuiranno una volta superati i primi ostacoli politici. Alla prima riunione del Board, a febbraio, erano stati già annunciati impegni per 7 miliardi di dollari da parte di diversi Paesi e per altri 10 miliardi da parte degli Stati Uniti. Ad aprile Reuters ha riferito però che era stata ricevuta soltanto una piccola parte dei 17 miliardi promessi.
All’incontro di ieri hanno partecipato rappresentanti di 35 Paesi, compresi alcuni che non fanno parte del Board, oltre a delegati dell’Unione Europea e dell’ONU. Jared Kushner, genero e consigliere di Trump che ha guidato il lavoro dell’Amministrazione Trump su Gaza, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, l’alto rappresentante del Board Nickolay Mladenov e il capo del governo tecnico palestinese Ali Shaath hanno chiesto ai donatori di sostenere il piano.
"Vogliamo costruire a Gaza qualcosa di nuovo e di migliore, che dia alla pace una possibilità duratura", ha detto Mladenov. Il dialogo con Israele, ha aggiunto, "non è facile" a causa delle elezioni: "Adesso tutto è più delicato". Witkoff ha però concluso: "Non ci sono scorciatoie. Non c’è un piano B".
