I procuratori generali di 12 Stati americani a guida democratica, tra cui California, New York e Washington, hanno intentato una causa per bloccare l’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Paramount Skydance, un’operazione da 110 miliardi di dollari. La loro iniziativa potrebbe ritardare o impedire il completamento dell’accordo, con un costo potenziale di centinaia di milioni di dollari per Paramount.
La coalizione di Stati ha chiesto alle due società di non perfezionare la fusione fino alla conclusione del procedimento e ha annunciato la presentazione di un’istanza per ottenere un ordine restrittivo temporaneo. All’azione legale partecipano anche Arizona, Colorado, Connecticut, Massachusetts, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico e Oregon.
Il rischio di una concentrazione senza precedenti
Secondo gli Stati che hanno presentato la causa, la fusione tra le due società danneggerebbe la concorrenza in almeno tre settori. Il primo è quello della distribuzione cinematografica su larga scala: a operazione conclusa, tre soli distributori controllerebbero il 75% dei film, mentre i primi quattro — il nuovo gruppo nato dalla fusione, Disney, Universal e Sony — arriverebbero all’86%.
Nel mercato dei film di maggiore incasso, invece, Paramount e Warner Bros supererebbero insieme il 30%, con una quota complessiva del 90% nelle mani dei primi quattro distributori. Il terzo fronte è quello della tv via cavo: Warner Bros è attualmente il secondo operatore e Paramount il terzo; insieme raggiungerebbero il 27% del mercato.
La fusione più grande nella storia di Hollywood finisce in tribunale
Dodici Stati a guida democratica, con in testa la California, hanno fatto causa per bloccare l’acquisizione di Warner Bros Discovery da parte di Paramount Skydance. Il Dipartimento di Giustizia aveva già approvato l’operazione a giugno.
Gli Stati hanno chiesto alle due società di non chiudere la fusione fino alla fine del processo: in caso contrario presenteranno un’istanza per un ordine restrittivo temporaneo.
Dopo la fusione, quattro gruppi controllerebbero quasi tutto il cinema americano
Le quote di mercato che, secondo la causa, il nuovo gruppo e gli altri grandi studios avrebbero a operazione conclusa.
Tre soli distributori controllerebbero il 75% di questi film; con Disney, Universal e Sony i primi quattro arriverebbero all’86%.
Il 90% di questi film sarebbe nelle mani dei primi quattro distributori.
La quota nascerebbe dall’unione del 2° operatore del mercato, Warner Bros, con il 3°, Paramount.
Gli Stati temono i prezzi, Paramount si appella allo streaming
Le due tesi che il giudice federale dovrà mettere a confronto.
Prezzi più alti, qualità inferiore e meno contenuti per il cinema e la televisione
Rob Bonta, procuratore generale della California
Con gli Stati si sono schierati i sindacati degli sceneggiatori (per la presidente della WGA West è “una delle peggiori fusioni mai proposte”) e Cinema United, l’associazione delle sale cinematografiche.
Un concorrente più forte contro le piattaforme dominanti dello streaming e della tecnologia
Ciò che nascerebbe dalla fusione, secondo la società
Per Paramount la causa distorce il diritto antitrust e ritardare l’operazione danneggerebbe i lavoratori dell’intrattenimento: la sola California ha già perso decine di migliaia di posti nel settore.
Washington ha detto sì, ma la partita resta aperta su tre fronti
A che punto è l’esame dell’operazione tra Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea.
Quest’anno una coalizione bipartisan di 33 Stati ha portato avanti con successo una causa antitrust contro il colosso dei biglietti.
Un gruppo di Stati ha ottenuto da un giudice federale il blocco della fusione, nonostante l’ok del Dipartimento di Giustizia e della FCC.
“La fusione illegale di questi due colossi dell’intrattenimento porterebbe a prezzi più alti, qualità inferiore e meno contenuti per il cinema e la televisione, danneggiando le sale, i distributori della tv via cavo e, in ultima analisi, il pubblico, su ogni divano e in ogni cinema degli Stati Uniti”, ha dichiarato il procuratore generale democratico della California, Rob Bonta.
L’iniziativa ha ricevuto il sostegno dei sindacati degli sceneggiatori, la Writers Guild of America West e la Writers Guild of America East. La presidente della WGAW, Michele Mulroney, ha definito l’operazione come “una delle peggiori fusioni mai proposte”, mentre per il presidente della WGAE, Tom Fontana, le conseguenze sulle industrie americane dell’intrattenimento e dell’informazione sarebbero “un disastro assoluto”.
Favorevole alla causa anche Cinema United, l’associazione delle sale cinematografiche, secondo cui un’ulteriore concentrazione degli studios produrrebbe effetti “significativi e duraturi” sui cinema locali di tutto il Paese.
Paramount: “La fusione rafforzerà la concorrenza”
Paramount ha respinto tutte le accuse, sostenendo che la causa “distorce i principi consolidati del diritto antitrust e si fonda su una rappresentazione errata della concorrenza nell’attuale industria dell’intrattenimento”. Secondo l’azienda, la fusione permetterebbe invece di creare “un concorrente più forte contro le piattaforme dominanti dello streaming e della tecnologia”, accusate di aver indebolito il mercato cinematografico e l’occupazione nel settore.
Un portavoce di Paramount ha inoltre affermato che ritardare l’operazione danneggerebbe ulteriormente i lavoratori dell’intrattenimento, dopo che la California ha già perso decine di migliaia di posti di lavoro nel comparto.
Il Dipartimento di Giustizia aveva già approvato l’acquisizione a giugno, ma l’operazione resta sotto esame anche all’estero. L’autorità britannica per la concorrenza ha aperto il mese scorso un’indagine formale, mentre i regolatori dell’Unione Europea sembrerebbero orientati verso un via libera subordinato ad alcune condizioni. Secondo Bloomberg, Paramount sarebbe disposta a cedere parte delle attività legate alle reti televisive per bambini pur di ottenere l’approvazione europea.
La causa presentata dai 12 Stati conferma, a ogni modo, il crescente attivismo dei procuratori generali statali contro i grandi gruppi industriali, nel tentativo di colmare quello che considerano un vuoto lasciato dalle autorità federali. Quest’anno una coalizione bipartisan di 33 Stati aveva già portato avanti con successo una causa antitrust contro Live Nation e Ticketmaster. Un altro gruppo di Stati ha invece ottenuto da un giudice federale il blocco della fusione tra Nexstar e Tegna, nonostante l’approvazione del Dipartimento di Giustizia e della Federal Communications Commission.
