Dazi bocciati, ma i rimborsi restano lontani: migliaia di aziende fanno causa

L'amministrazione Trump cerca di rallentare i pagamenti, i tribunali resistono e le imprese si organizzano per una battaglia legale che potrebbe durare anni

Dazi bocciati, ma i rimborsi restano lontani: migliaia di aziende fanno causa
Photo by Nick Morales / Unsplash

Più di 2.000 aziende hanno già fatto causa al governo americano per riavere i soldi pagati in dazi dichiarati illegali dalla Corte Suprema. E ogni giorno se ne aggiungono altre decine. Il problema è che i rimborsi, attesi da importatori grandi e piccoli, sembrano ancora lontani: l'amministrazione Trump sta cercando in tutti i modi di rallentare il processo, i tribunali resistono e il caos rischia di paralizzare per anni il sistema giudiziario che dovrebbe gestire tutto questo.

Il 20 febbraio scorso la Corte Suprema ha stabilito, con una maggioranza di sei giudici contro tre, che il presidente Donald Trump aveva ecceduto i suoi poteri imponendo dazi globali in base a una legge del 1977, l'International Emergency Economic Powers Act. Quella legge, pensata per gestire emergenze economiche nazionali, non autorizzava secondo i giudici l'imposizione di dazi su scala così vasta. La sentenza ha aperto la strada ai rimborsi per tutti gli importatori che avevano pagato quei dazi nell'ultimo anno. In ballo ci sono oltre 130 miliardi di dollari già riscossi, una cifra che secondo i calcoli del Penn Wharton Budget Model potrebbe salire a 175 miliardi se si considerano tutti i pagamenti effettuati.

Il guaio è che la Corte Suprema, nel dichiarare i dazi illegali, non ha detto nulla su come restituire il denaro. Non ha ordinato rimborsi, non ha fissato scadenze, non ha indicato una procedura. Ha lasciato tutto nelle mani del U.S. Court of International Trade, il tribunale commerciale con sede a New York che ora deve decidere come gestire una valanga di richieste senza precedenti. In confronto, nel 2024 questo stesso tribunale aveva ricevuto appena 252 nuovi casi in tutto l'anno.

Nel frattempo, l'amministrazione Trump ha cercato di guadagnare tempo. Il Dipartimento di Giustizia ha chiesto alla corte d'appello federale di sospendere il processo per 90 giorni. I giudici hanno rifiutato. Secondo quanto ricostruito da Politico sulla base di atti giudiziari e dichiarazioni di esperti del settore, la Casa Bianca starebbe anche valutando opzioni per ritardare i rimborsi a tempo indeterminato. Il presidente, interpellato dai giornalisti subito dopo la sentenza della Corte Suprema, ha detto che la questione "dovrà essere litigata per i prossimi due anni".

Gli avvocati specializzati in diritto commerciale non condividono questa lettura. Fanno notare che lo stesso Dipartimento di Giustizia, in un atto depositato l'anno scorso, aveva promesso che avrebbe rimborsato le aziende, con gli interessi, in caso di sconfitta in giudizio. L'amministrazione, sostengono, potrebbe semplicemente dare istruzione all'U.S. Customs and Border Protection di processare i rimborsi per via amministrativa, senza costringere ogni azienda a fare causa individualmente. Il rifiuto di farlo sta alimentando il caos.

Ryan Majerus, avvocato specializzato in commercio internazionale e socio dello studio King & Spalding, nonché ex funzionario governativo, ha dichiarato che si aspetta che il tribunale commerciale chieda rapidamente al governo di spiegare come intende conformarsi alla sentenza della Corte Suprema, adottando "una postura aggressiva". Siddartha Rao, socio dello studio Hoguet Newman Regal & Kenney, ha detto di ricevere molte chiamate da clienti disorientati, e ha ammesso che "siamo in un territorio in parte inesplorato". Ha anche sollevato un problema concreto: non è detto che il governo disponga della liquidità necessaria. "Non è che ci siano oltre cento miliardi di dollari in una stanza pronti per emettere assegni", ha detto Rao, aggiungendo che l'amministrazione potrebbe avere la necessità di reintrodurre nuovi dazi anche solo per raccogliere le risorse con cui rimborsare quelli vecchi.

Le aziende che si stanno muovendo per tempo sono tra le più grandi del paese. FedEx, il colosso americano delle spedizioni, ha già depositato una richiesta di rimborso integrale dei dazi pagati. Lo stesso ha fatto Nissan North America, la filiale americana del costruttore automobilistico giapponese. Tra le aziende che hanno presentato domanda ci sono anche L'Oreal e Dyson. Ma la stragrande maggioranza delle oltre 300.000 aziende che hanno pagato quei dazi è composta da piccole e medie imprese, molte delle quali non hanno né i mezzi né le risorse legali per avviare una causa in proprio.

È proprio qui che il rischio di paralisi si fa più concreto. Se il governo non istituisce una procedura semplificata, magari un portale online dove inserire i dati necessari per ottenere il rimborso, ogni azienda sarà costretta a presentare un ricorso formale e, in molti casi, a portare la questione davanti al tribunale. John Peterson, avvocato del commercio che ha già depositato diversi casi nella nuova ondata di richieste, ha definito la questione della procedura di rimborso "la mega-domanda" del momento. Richard Mojica, avvocato dello studio Miller & Chevalier Chartered che rappresenta alcune delle aziende coinvolte, ha detto al New York Times di stare consigliando ai propri clienti di dare per scontato che le autorità doganali "non renderanno le cose facili".

Il precedente storico più simile a questa situazione risale al 1998, quando la Corte Suprema dichiarò illegale una tassa portuale riscossa per undici anni. Anche allora ci fu un'ondata di cause. Il tribunale commerciale gestì la situazione creando un comitato di coordinamento tra gli avvocati dei ricorrenti e procedendo con un caso pilota, le cui decisioni vennero poi applicate a tutte le altre cause. In meno di tre anni furono rimborsati circa 730 milioni di dollari a quasi 100.000 richiedenti. Gli avvocati dei principali ricorrenti nell'attuale contenzioso hanno già suggerito al tribunale di seguire lo stesso modello. Ma quella volta si trattava di cifre incomparabilmente più piccole: i dazi Trump riguardano 34 milioni di spedizioni e oltre 130 miliardi di dollari.

Sul fronte politico, i democratici hanno già presentato al Senato una proposta di legge che obbligherebbe le autorità doganali a emettere rimborsi con gli interessi, e che imporrebbe alle aziende di trasferire i soldi ricevuti ai consumatori. La proposta non ha possibilità di passare in un Congresso controllato dai repubblicani, ma il deputato Richard Neal del Massachusetts, il principale democratico nella commissione della Camera che si occupa di politica commerciale, ha sottolineato a Politico che Trump si trova in una posizione difficile: se non rimborsa, perderà in tribunale; se rimborsa e le aziende non girano i soldi ai consumatori, ne pagherà le conseguenze politiche.

Il giudice della Corte Suprema Brett Kavanaugh, nominato da Trump e tra i tre che hanno votato contro l'annullamento dei dazi, aveva già avvertito nella sua opinione dissenziente che il processo di rimborso sarebbe stato "un casino". Per molte aziende americane, quell'avvertimento si sta rivelando profetico.

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