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Crypto, cause milionarie e petrolio venezuelano: gli affari d’oro del secondo mandato di Trump
Politica interna 10 min di lettura

Crypto, cause milionarie e petrolio venezuelano: gli affari d’oro del secondo mandato di Trump

I ricavi delle aziende del presidente sono quasi quadruplicati, trainati dalle criptovalute. Intanto Washington ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dal greggio venezuelano, ma sulla destinazione dei fondi regna il mistero.

I ricavi delle aziende di Donald Trump sono quasi quadruplicati tra il primo e il secondo mandato, passando dai 594 milioni di dollari del 2017 ai 2,24 miliardi del 2025, in termini reali. È quanto emerge da un’analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, documenti che non consentono di ricostruirne con esattezza il patrimonio netto, ma offrono anche un quadro dettagliato delle entrate annuali. La trasformazione è radicale: nel 2017 quasi il 90% dei ricavi proveniva dal golf e dalle attività immobiliari negli Stati Uniti, il nucleo storico dell’impresa di famiglia, mentre oggi quel comparto rappresenta appena un quarto del totale.

A trainare la crescita sono soprattutto le criptovalute, un settore dal quale Trump non ricavava nulla nel 2017 e sul quale, oggi nuovamente da presidente, esercita un’enorme influenza politica e normativa. Le operazioni nel comparto in oggetto hanno generato 1,44 miliardi di dollari: 799 milioni da World Liberty Financial, la società controllata dalla famiglia, e 636 milioni dal memecoin $TRUMP.

Conflitti di interesse
Da 594 milioni a 2,24 miliardi: come Trump si arricchisce da presidente
Ricavi annuali delle aziende della famiglia Trump, in dollari reali, nel primo anno di ciascun mandato. Nel 2017 quasi il 90% veniva da golf e immobili negli Stati Uniti; nel 2025 quasi due terzi vengono dalle criptovalute, un settore che il presidente oggi regola.
Ogni cella vale 10 milioni di dollari di ricavi
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Fonte: analisi del New York Times sulle dichiarazioni finanziarie del presidente, luglio 2026. Valori in dollari reali, al netto dell’inflazione. Le celle sono arrotondate a 10 milioni di dollari.

Accordi all’estero, risarcimenti e merchandising

Al secondo posto figurano i progetti immobiliari e golfistici all’estero, che hanno prodotto 125 milioni di dollari, più del doppio rispetto al 2017. Durante il primo mandato Trump aveva vietato alla propria azienda di concludere nuovi accordi internazionali, ma quella restrizione è stata ora abbandonata e la società di famiglia continua anche a incassare dai progetti avviati nel periodo trascorso fuori dalla Casa Bianca.

Fino a 117 milioni di dollari sono arrivati invece da transazioni giudiziarie, in gran parte concluse a favore di Trump con gruppi tecnologici e dell’informazione come Meta e CBS. Una quota dei proventi è stata destinata alla futura biblioteca presidenziale e a una fondazione impegnata nella tutela del National Mall. Ma anche il merchandising ha assunto un peso significativo: la vendita di orologi, prodotti con il marchio Trump e una Bibbia in edizione speciale ha generato 17 milioni di dollari, quasi diciotto volte il dato del 2017.

Intervistato dal New York Times, Trump ha rivendicato la decisione di non imporre più limiti agli affari di famiglia. Durante il primo mandato, ha sostenuto, "non ho ricevuto alcun riconoscimento" per le restrizioni adottate volontariamente. La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha dichiarato al quotidiano newyorkese che Trump "era un uomo d’affari di enorme successo prima di diventare presidente ed è per questo che è stato eletto". La Casa Bianca continua a negare l’esistenza di qualsiasi conflitto di interessi.

I 13 miliardi scomparsi del petrolio venezuelano

Se gli affari della famiglia Trump sono almeno parzialmente ricostruibili attraverso le dichiarazioni ufficiali, un altro ingente flusso di denaro sta passando da Washington con una trasparenza assai minore. Secondo i calcoli del Financial Times, dall’inizio dell’anno l’Amministrazione statunitense ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio venezuelano, le cui esportazioni sono passate sotto il controllo americano dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio e l’insediamento della vicepresidente Delcy Rodríguez alla guida del Paese.

Il quotidiano britannico ha ricostruito la cifra incrociando i dati sulle spedizioni di greggio forniti dalla piattaforma Kpler con le stime di prezzo dell’agenzia Argus Media. Della destinazione di quei fondi, tuttavia, si sa pochissimo: il sito creato da Caracas per tracciarli riporta una sola operazione, un trasferimento da 300 milioni di dollari effettuato a marzo.

Le ricostruzioni ufficiali sono contraddittorie. L’ordine esecutivo firmato a gennaio attribuisce agli Stati Uniti un ruolo di "custode" e stabilisce che i fondi restino di proprietà del governo venezuelano. A giugno Trump ha invece affermato che Washington avrebbe recuperato una somma pari a "28 volte" il costo dell’operazione militare e che gli Stati Uniti starebbero "guadagnando molto" dalla vendita di questo petrolio. In precedenza, ad aprile, il funzionario del Dipartimento di Stato Michael Kozak aveva parlato di circa 3 miliardi di dollari trasferiti a Caracas, assicurando che i conti sarebbero stati sottoposti a revisione da KPMG e che sarebbero stati pubblicati rapporti trimestrali.

Secondo i democratici della Commissione Esteri, però, quei rapporti non sono mai stati pubblicati. La scorsa settimana lo stesso Kozak ha riassunto così il meccanismo davanti al Congresso: "Sono soldi loro, ma devono avere il nostro permesso per usarli".

L’economia venezuelana, intanto, non riparte. Il petrolio rappresenta circa un quarto del PIL e la sospensione parziale delle sanzioni aveva alimentato le attese di un forte rimbalzo. La crescita ufficiale nel primo trimestre si è invece fermata al 2,5%, il livello più basso da quasi cinque anni. Secondo l’economista venezuelano Francisco Rodríguez, del Center for Economic and Policy Research, una possibile spiegazione è che gli Stati Uniti non abbiano trasferito a Caracas l’intero ammontare dei ricavi ottenuti dalla vendita di petrolio. José Guerra, economista ed ex parlamentare dell’opposizione, è ancora più netto:

"Dove sono finiti i soldi? Non c’è trasparenza e il governo americano non ci informa".

La questione è diventata ancora più urgente dopo i due terremoti del 24 giugno, che secondo le Nazioni Unite hanno provocato danni a edifici e infrastrutture per circa 37 miliardi di dollari. Washington ha stanziato 386 milioni di dollari in aiuti e inviato centinaia di militari. L’incaricato d’affari statunitense a Caracas, John Barrett, ha assicurato che una parte dei proventi petroliferi sarà destinata alla ricostruzione, senza però precisare l’importo.

Così la pressione politica cresce in entrambi i partiti. Il deputato democratico Joaquin Castro ha denunciato al Financial Times un’operazione fatta "di petrolio, potere e corruzione", con il Congresso "tenuto all’oscuro". La deputata repubblicana della Florida María Elvira Salazar ha chiesto invece la pubblicazione di rapporti dettagliati sui fondi ricevuti dalla vendita del petrolio venezuelano. Se a novembre i democratici dovessero conquistare almeno una delle due Camere, ha osservato l’ex consigliere della Casa Bianca Benjamin Gedan, la destinazione del denaro venezuelano diventerebbe un obiettivo naturale per indagini del Congresso, mandati di comparizione, audizioni e richieste formali di documenti.

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