Cosa succede ora con i dazi di Trump

La Casa Bianca cambia base legale per mantenere i dazi in vigore. Rimborsi miliardari in sospeso, accordi commerciali a rischio, partner internazionali in attesa

Cosa succede ora con i dazi di Trump
Official White House Photo by Daniel Torok

Con la sentenza della Corte suprema che ha dichiarato illegali gran parte dei suoi dazi doganali, il presidente Donald Trump non ha aspettato neanche un giorno per reagire: ha firmato un decreto che impone una nuova tassa del 10% su tutte le importazioni mondiali, stavolta fondandosi su una base legale diversa. Ma la mossa apre una serie di interrogativi su rimborsi miliardari, accordi commerciali già firmati e reazioni internazionali che potrebbero ridisegnare i rapporti commerciali degli Stati Uniti con il resto del mondo.

Il nuovo dazio del 10% entrerà in vigore il 24 febbraio e durerà 150 giorni. Si basa sulla Sezione 122 del Trade Act del 1974, una legge che consente al presidente di imporre dazi fino al 15% per affrontare squilibri nella bilancia dei pagamenti, senza bisogno di indagini preliminari. Dopo 150 giorni, però, qualsiasi proroga richiederebbe l'approvazione del Congresso. Il decreto prevede esenzioni per alcuni settori, tra cui quello farmaceutico, e per le merci che rientrano nell'accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto, in un discorso all'Economic Club of Dallas, che le entrate doganali del 2026 resteranno "praticamente invariate" grazie alla combinazione del nuovo dazio al 10% con il possibile rafforzamento di altri strumenti già esistenti: la Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, che permette dazi motivati da ragioni di sicurezza nazionale su specifici settori industriali, e la Sezione 301 del Trade Act del 1974, che consente misure contro pratiche commerciali sleali di paesi stranieri. A differenza della Sezione 122, queste due richiedono indagini formali, che possono durare mesi, e hanno criteri più stringenti.

Il vicepresidente J.D. Vance ha attaccato la sentenza su X, definendola "un'illegalità pura e semplice" e sostenendo che rende "più difficile per il presidente proteggere le industrie americane". Ha aggiunto che Trump dispone comunque di "un ampio ventaglio di altri poteri in materia di dazi".

Uno dei nodi più complicati riguarda i rimborsi. La Corte suprema non ha detto nulla su cosa debba accadere ai miliardi già incassati dal governo con i dazi dichiarati illegali. Secondo una stima del Penn Wharton Budget Model dell'Università della Pennsylvania, la somma da rimborsare potrebbe arrivare a 175 miliardi di dollari. Il giudice Brett Kavanaugh, pur votando con la maggioranza contro i dazi, ha definito nella sua opinione dissenziente il processo di rimborso un potenziale "disastro". Trump, interrogato sul punto durante la conferenza stampa, ha risposto che la questione "non è stata discussa" nella sentenza e ha previsto anni di battaglie legali: "Finiremo in tribunale per i prossimi cinque anni".

Migliaia di aziende importatrici, tra cui Costco, Revlon e Goodyear, avevano già presentato ricorso al Tribunale del commercio internazionale per ottenere indietro circa 150 miliardi di dollari. Secondo l'ex segretario al Commercio Wilbur Ross, intervistato da Politico, l'amministrazione Trump si opporrà ai rimborsi e la questione si trasformerà in un nuovo ciclo di contenzioso. Scott Lincicome del Cato Institute ha sottolineato che questo processo penalizzerà soprattutto le piccole aziende importatrici, che non hanno le risorse per affrontare cause legali lunghe e costose.

Sul fronte degli accordi commerciali già siglati, la situazione è altrettanto fluida. Il New York Times ricostruisce lo stato dei principali accordi: il Giappone aveva accettato una tariffa del 15% in cambio di investimenti per 550 miliardi di dollari negli Stati Uniti; la Corea del Sud aveva raggiunto un accordo simile al 15% con impegni per 350 miliardi, ma Trump aveva già minacciato di riportarlo al 25% per i ritardi nella ratifica; Taiwan aveva ottenuto il 15% in cambio di investimenti nel settore dei semiconduttori; l'India pagava il 18% dopo un accordo che ha eliminato una tariffa punitiva del 50%; l'Indonesia aveva firmato un'intesa giovedì, diventando il terzo paese del Sudest asiatico ad accettare nuove tariffe insieme a Malesia e Cambogia.

Trump ha detto che "la maggior parte" di questi accordi resta valida, ma che alcuni "saranno sostituiti dagli altri dazi". Non ha chiarito quali. La questione riguarda in modo particolare l'Unione europea, che aveva concordato un tetto del 15% in cambio di acquisti di energia americana per 750 miliardi di dollari e investimenti per 600 miliardi. Il Parlamento europeo non ha ancora ratificato la sua parte dell'accordo e stava per riprendere l'iter in una riunione prevista per martedì 24 febbraio. Bernd Lange, deputato socialdemocratico tedesco che presiede la commissione parlamentare per il commercio, ha annunciato una riunione straordinaria per lunedì per valutare le implicazioni legali della sentenza. "Né il governo americano né l'Unione europea possono semplicemente riprendere le proprie attività come se nulla fosse accaduto", ha dichiarato in un comunicato.

Le esportazioni europee di acciaio e alluminio verso gli Stati Uniti sono già soggette a dazi del 50%, rimasti intatti dopo la sentenza, e sono calate del 30% nel secondo semestre del 2025 rispetto all'anno precedente. L'organizzazione europea dei produttori di acciaio Eurofer ha chiesto un riequilibrio dell'accordo tra Bruxelles e Washington.

Il Canada si trova in una posizione particolare: circa il 90% delle sue esportazioni verso gli Stati Uniti è già esente da dazi grazie all'accordo di libero scambio nordamericano, e i dazi colpiti dalla sentenza riguardano solo una piccola parte degli scambi bilaterali. Il Messico, che destina oltre l'80% delle sue esportazioni agli Stati Uniti, attende chiarimenti: il ministro dell'economia Marcelo Ebrard ha dichiarato alla stampa che il governo vuole analizzare l'impatto prima di trarre conclusioni. Il Canada e il Messico non dovrebbero essere interessati dal nuovo dazio globale al 10%, grazie all'accordo di libero scambio che li lega agli Stati Uniti.

A Wall Street, la sentenza è stata accolta positivamente: il Dow Jones ha guadagnato lo 0,47%, il Nasdaq lo 0,90% e l'S&P 500 lo 0,69%. I mercati sembrano scommettere che l'incertezza sia comunque preferibile a una guerra commerciale senza limiti legali.

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