Se nella notte delle midterm i repubblicani saranno in vantaggio anche solo per qualche ora, il presidente Donald Trump quasi certamente proverà a dichiarare vittoria prima della fine dello spoglio. Se invece non ci sarà nessun vantaggio da sfruttare, potrebbe denunciare interferenze di governi stranieri sulle macchine per il voto. È la tesi di un'analisi di Ed Kilgore pubblicata sul New York Magazine, a poco più di un mese dal voto del 3 novembre in cui i repubblicani rischiano di perdere il controllo del Congresso.
Diversi ex funzionari federali considerano le ore e i giorni successivi alla chiusura dei seggi il momento più vulnerabile di queste elezioni. Secondo gli esperti di diritto elettorale sentiti dal Guardian, l'amministrazione potrebbe usare questa "finestra dello spoglio" per contestare i risultati, dopo aver faticato a far passare la sua stretta sulle regole del voto. Nelle ultime settimane l'amministrazione ha già annunciato l'invio di osservatori federali e fatto causa a decine di Stati.
Il copione esiste già. Nel 2018 Trump si unì ai repubblicani del Congresso nel sostenere che i voti per posta, che stavano erodendo i primi vantaggi del partito in alcune sfide decisive, fossero probabilmente il frutto di brogli dei democratici. Fu una prova generale di quello che accadde nel 2020, quando nelle prime ore dopo la mezzanotte Trump si proclamò vincitore con moltissime schede ancora da contare. Si trattava soprattutto di voti per posta, che richiedono più tempo per essere verificati e scrutinati rispetto a quelli espressi di persona al seggio.
Negli Stati Uniti questo fenomeno ha un nome: "red mirage", il miraggio rosso. Il rosso è il colore dei repubblicani, che tendono a votare di persona il giorno delle elezioni e i cui voti vengono quindi contati per primi. I democratici votano più spesso per posta, così i loro voti arrivano nei conteggi in un secondo momento e possono ribaltare un risultato che la sera sembrava favorevole ai repubblicani. Nel 2020 molti osservatori avevano previsto che Trump avrebbe approfittato di questo sfasamento per annunciare la vittoria dalla Casa Bianca. All'epoca venivano spesso liquidati come paranoici. Il presidente invece seguì il copione e ne fece la base della campagna per negare la sconfitta che culminò nell'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Quasi sei anni dopo, quella tesi resta uno dei miti fondativi del movimento MAGA.
Da allora Trump si è convinto ancora di più che i voti per posta siano di per sé una prova di frode. Ha provato a limitarli o vietarli con un ordine esecutivo (bloccato dai tribunali) e con una legge, il SAVE America Act, fermata dai democratici al Senato. Il tentativo più ambizioso è stato il piano per consentire allo U.S. Postal Service, il servizio postale federale, di rifiutarsi di consegnare le schede che non superavano un test sulla prova della cittadinanza messo a punto in fretta. La Corte Suprema lo ha bocciato un paio di settimane fa. Trump continua comunque ad attaccare il voto per posta con regolarità. Lo stesso fa Stephen Miller, il suo principale consigliere per la politica interna.
Per Kilgore tutti questi elementi, insieme ai precedenti, rendono quasi certo che nella notte elettorale Trump rivendichi una vittoria prematura, seguita subito da vaghe accuse di brogli. L'unico scenario che renderebbe difficile questa mossa è un'ondata democratica così ampia da non lasciare ai repubblicani nemmeno un vantaggio iniziale.
Per quel caso il presidente sta già preparando un'altra accusa: che governi stranieri possano manomettere le macchine per il voto, rendendo sospetti anche i primi conteggi. È stato uno dei temi principali del discorso in prima serata del 16 luglio, in cui Trump ha rilanciato diverse teorie del complotto sulle elezioni e ha sostenuto che esistono prove concrete di un'interferenza cinese nel voto del 2020. Secondo Kilgore, le prove presentate erano materiale già noto su tentativi occasionali di governi stranieri di testare la sicurezza dei sistemi elettorali, senza alcuna evidenza che siano riusciti o che abbiano influito sui risultati.
Un'accusa del genere permetterebbe a Trump di parlare di elezioni truccate anche senza un vantaggio iniziale da travisare. Soprattutto, l'idea di una manomissione straniera potrebbe diventare il pretesto per un intervento federale sulle macchine per il voto o sulle schede, presentato come risposta a una minaccia alla sicurezza nazionale. Il rischio maggiore, scrive Kilgore, è che questo avvenga prima che gli Stati certifichino i risultati. La certificazione è il passaggio con cui ogni Stato rende ufficiale l'esito del voto dopo aver concluso lo spoglio. Nel 2020 fu proprio il punto debole del piano di Trump: le certificazioni della vittoria di Joe Biden resistettero e il tentativo di ribaltarle al Congresso fallì nonostante l'assalto della folla. Impedire che le certificazioni avvengano, conclude l'analisi, potrebbe aprire una crisi costituzionale senza una via d'uscita chiara.
