Ungheria al voto, tra il declino di Orbán e l'ingerenza americana
Domenica gli ungheresi scelgono il nuovo governo. Per la prima volta in 16 anni il premier rischia la sconfitta, mentre il vicepresidente Vance è volato a Budapest per sostenere un alleato chiave del movimento conservatore globale
Viktor Orbán potrebbe perdere. Dopo quattro mandati consecutivi dal 2010, il primo ministro ungherese affronta domani le elezioni più incerte della sua carriera. I sondaggi danno in vantaggio il partito Tisza, guidato da Péter Magyar, un ex fedelissimo di Fidesz che ha rotto con il premier due anni fa. Se il risultato confermasse i numeri dei sondaggi, si tratterebbe di un terremoto politico non solo per l'Ungheria, ma per l'intera Europa e per il movimento conservatore che da Washington a Mosca ha fatto di Orbán un modello.
| Data | Istituto | Lead | Tisza | Fidesz | MH | DK |
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Il voto arriva in un momento di forte pressione internazionale su Budapest. Il vicepresidente americano J.D. Vance è volato in Ungheria martedì per partecipare a un comizio elettorale insieme a Orbán, come se fossero compagni di lista. A febbraio il Segretario di Stato Marco Rubio aveva già visitato Budapest, dichiarando davanti alle telecamere che "il presidente Trump è profondamente impegnato nel vostro successo". Trump stesso ha moltiplicato gli endorsement a favore di Orbán, con una forza paragonabile a quelli che riserva ai candidati nelle elezioni americane di medio termine. Ieri ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social che gli Stati Uniti useranno "tutta la loro potenza economica" per aiutare l'Ungheria, aggiungendo: "Siamo entusiasti di investire nella prosperità futura che sarà generata dalla leadership di Orbán".
Questo livello di coinvolgimento americano in un'elezione europea non ha precedenti recenti. Diversi ambasciatori occidentali a Budapest, che hanno parlato con l'Atlantic in forma anonima, hanno definito ironico il fatto che Trump abbia espresso pubblicamente il suo sostegno a Orbán nello stesso periodo in cui il Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ammoniva gli ambasciatori europei a non intromettersi nel voto. Il messaggio, secondo i diplomatici, era che le interferenze esterne fossero accettabili solo se a favore del governo. Vance ha rafforzato il concetto dichiarando di voler "mandare un segnale" ai funzionari europei perché restassero fuori dalla competizione elettorale, e raccontando di aver chiesto a Orbán durante un pranzo: "Cosa posso fare per aiutarti?".
L'interesse americano per l'Ungheria si spiega con il ruolo che Orbán ha assunto nell'immaginario della destra conservatrice globale. Nel 2022 Budapest ha ospitato la prima edizione europea del Conservative Political Action Conference, il principale raduno della destra americana. Orbán vi accolse politici statunitensi ed europei presentando l'Ungheria come "un laboratorio in cui abbiamo testato l'antidoto al dominio progressista". Da anni istituzioni e pensatori conservatori americani promuovono l'"orbánismo" come modello di governo anti-globalista, anti-immigrazione e ostile a Bruxelles. Come ha scritto il New Yorker, alcuni esponenti della destra americana si sono trasferiti in Ungheria per lavorare in enti legati a Fidesz, trovando in cambio una cornice ideologica per le loro battaglie culturali.
Ma il modello Orbán mostra crepe profonde. L'economia ungherese ha ristagnato per tre anni consecutivi a partire dal 2023. L'inflazione è stata tra le più alte d'Europa. La decisione dell'Unione Europea di congelare miliardi di euro di fondi destinati a Budapest, per violazioni dello stato di diritto, ha aggravato la situazione. Zoltán Török, responsabile della ricerca di Raiffeisen Bank Hungary, ha spiegato all'Atlantic che "l'Ungheria è un caso anomalo, e questo dipende esclusivamente dalle decisioni politiche del primo ministro". Il Financial Times ha rivelato che aziende controllate da tredici stretti collaboratori di Orbán, compreso il genero, hanno ricevuto contratti pubblici per 28 miliardi di euro tra il 2010 e il 2025. Lőrinc Mészáros, amico d'infanzia del premier e un tempo idraulico, è diventato l'uomo più ricco del paese.
L'erosione del consenso interno rende la scommessa americana ancora più rischiosa. Come ha osservato Istvan Dobozi in una lettera al Wall Street Journal, la visita di Vance "comporta rischi: invita accuse di interferenza politica straniera, lo lega a un leader che potrebbe perdere e può rafforzare la narrazione dell'opposizione ungherese secondo cui Orbán dipende da sostegni esterni, da Washington come da Mosca". Quella percezione potrebbe galvanizzare ulteriormente gli elettori anti-Orbán in un momento decisivo.
Il legame tra Orbán e Mosca è l'altro elemento che rende queste elezioni cruciali per l'Europa. Audio trapelati di recente hanno rivelato che il Ministro degli Esteri Szijjártó ha discusso con il suo omologo russo Sergei Lavrov strategie per promuovere gli interessi del Cremlino all'interno dell'Unione Europea, offrendosi di condividere documenti sull'adesione dell'Ucraina alla UE. L'Ungheria è uno dei pochi Paesi europei che non ha ridotto la dipendenza dal petrolio russo dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022. Orbán ha mantenuto rapporti cordiali con Putin, ha ostacolato ripetutamente gli sforzi europei di aiuto a Kyiv e ha bloccato un prestito europeo multimiliardario all'Ucraina. I suoi veti nel Consiglio Europeo hanno impedito l'adozione di nuove sanzioni contro la Russia e di un prestito di 90 miliardi di euro a Kyiv.
Per questo l'esito del voto di domani va ben oltre i confini ungheresi. Se Orbán dovesse perdere, il suo successore Magyar ha fatto sapere, attraverso la sua consigliera per la politica estera Anita Orbán (nessuna parentela con il premier), che un governo Tisza ripristinerebbe la posizione dell'Ungheria a Bruxelles e ricalibererebbe i rapporti con Mosca, pur mantenendo un approccio pragmatico sulla guerra in Ucraina, legato alle esigenze energetiche del Paese. Magyar ha promesso anche di combattere la corruzione, sbloccare i fondi europei congelati e sottoporre a revisione ogni contratto pubblico assegnato dal governo Orbán.
Resta però il dubbio che un'eventuale vittoria dell'opposizione si traduca in un effettivo cambio di potere. Il sistema elettorale ungherese, riscritto da Orbán con la maggioranza dei due terzi ottenuta nel 2010, favorisce strutturalmente Fidesz. I collegi sono ridisegnati a vantaggio delle aree rurali, tradizionale bacino del partito di governo. Circa l'80% dei media ungheresi è sotto il controllo diretto o indiretto del governo. Reti di clientelismo capillari legano posti di lavoro municipali e servizi pubblici al sostegno per Fidesz. Anche per questo motivo l'organizzazione Freedom House classifica l'Ungheria solo come "parzialmente libera", mentre il V-Dem Institute svedese la definisce un'"autocrazia elettorale".
L'opposizione si è comunque preparata: il partito Tisza ha annunciato di aver posizionato osservatori in ciascuna delle 10.000 sezioni elettorali del paese. Numerosi altri partiti hanno ritirato le proprie candidature per non dividere il voto anti-Orbán, una decisione difficile ma strategica. Dávid Bedő, capogruppo parlamentare del partito liberale Momentum, che ha rinunciato a presentarsi, ha dichiarato all'Atlantic: "Nelle elezioni precedenti Orbán controllava sempre la narrazione. Ora è Magyar ad avere il controllo, perché conosce il funzionamento del sistema".
Lo scenario più temuto è però quello di una crisi post-elettorale. Il premier di recente ha sostenuto che esplosivi erano stati trovati vicino al gasdotto che porta gas russo in Ungheria attraverso la Serbia, affermazioni che l'opposizione ha definito un pretesto per delegittimare il voto. Ambasciate occidentali a Budapest stanno predisponendo telefoni satellitari e altre misure di emergenza in caso di disordini di piazza. Gábor Vona, che sfidò Orbán senza successo nel 2018, ha detto all'Atlantic: "Siamo a un passo da una guerra civile". Diplomatici stranieri hanno confidato di temere che Trump possa incoraggiare il suo alleato a dichiarare vittoria prematuramente, come fece lui stesso nel 2020 prima di chiamare i suoi sostenitori al Campidoglio il 6 gennaio 2021. Due analisti di stanza a Budapest hanno scritto su Foreign Affairs: "Se Orbán dovesse restare al potere, farà tutto il necessario per negare ai suoi avversari un'altra occasione come questa".
L'Ungheria è un Paese di quasi 10 milioni di abitanti, senza armi nucleari né un peso economico paragonabile a quello delle grandi potenze europee. Eppure il voto di domani è forse l'elezione più importante nella storia dell'Europa postcomunista. Metterà alla prova la tenuta di un regime che ha deviato dai principi democratici sanciti dalle rivoluzioni pacifiche del 1989, gli stessi principi che l'Unione Europea ha cercato di consolidare con l'allargamento a est del 2004. Qualunque sia il risultato, il 13 aprile gli ungheresi si sveglieranno nella fase più delicata della loro storia moderna dalla caduta del comunismo.