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Una settimana dopo, la Russia non ha ancora detto cosa ha ucciso la ricercatrice della peste
Illustrazione generata con l'intelligenza artificiale.
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Una settimana dopo, la Russia non ha ancora detto cosa ha ucciso la ricercatrice della peste

Le autorità escludono una contaminazione da peste ma non indicano il patogeno che ha causato la polmonite fatale a Darya Shipilova. Negli Stati Uniti gli esperti si chiedono cosa nasconda Mosca, che per l'intelligence americana lavora ancora ad armi biologiche.

A più di una settimana dalla morte di Darya Shipilova, la ricercatrice di 28 anni dell’Istituto di Ricerca antipeste per la Siberia e l’Estremo Oriente, a Irkutsk, le autorità russe non hanno ancora identificato pubblicamente la causa della polmonite che l’ha uccisa il 2 ottobre. L’ipotesi che avesse contratto la peste polmonare in laboratorio aveva fatto temere un focolaio, anche perché i media locali avevano riferito della rottura di una provetta durante il lavoro. L’assenza di casi accertati di peste nella regione ha però attenuato quei timori. Ma la mancanza di una diagnosi, nonostante migliaia di analisi, continua ad alimentare interrogativi sulla trasparenza delle autorità russe, scrive il New York Times.

Secondo il Rospotrebnadzor, l’agenzia federale russa per la sorveglianza sanitaria, le analisi sui campioni biologici di Shipilova non hanno rilevato i patogeni pericolosi con cui lavorava, compreso il batterio della peste. La causa del decesso resta quindi una "polmonite di origine non determinata": una diagnosi che descrive la malattia, ma non identifica l’agente responsabile, che potrebbe essere un virus, un batterio o un fungo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) continua a chiedere chiarimenti. Ha chiesto informazioni anche sulle notizie di un presunto secondo caso, senza confermarlo. Nel bollettino del 10 ottobre riferisce che, secondo le autorità russe, non sono stati individuati altri casi di polmonite grave collegati alla vicenda. "Se questa persona non è morta di peste, allora di che cosa è morta?", ha chiesto mercoledì 7 ottobre, in conferenza stampa, Maria Van Kerkhove, direttrice dell’OMS per la gestione delle epidemie e delle pandemie. L’organizzazione ha quindi chiesto a Mosca quali esami fossero stati eseguiti e quali patogeni fossero stati cercati.

Alcuni esperti ritengono che, con le tecnologie disponibili, le autorità russe dovrebbero essere già in grado di fornire una risposta. Il New York Times cita Raj Panjabi, già responsabile della sicurezza sanitaria globale e della difesa biologica alla Casa Bianca durante la presidenza di Joe Biden: "Presumibilmente sono in grado di eseguire un semplice sequenziamento del genoma in pochi giorni. Presumibilmente lo hanno fatto, ma non hanno condiviso i risultati, e questo è preoccupante".

I timori americani e l’invito alla cautela

A Washington la vicenda desta particolare preoccupazione anche per le valutazioni dell’intelligence statunitense sulle capacità russe nel campo delle armi biologiche. Il rapporto annuale sulle minacce del 2026 ritiene che la Russia conservi probabilmente le conoscenze e le capacità necessarie a produrre e impiegare agenti biologici e che i suoi scienziati continuino a sviluppare nuove capacità nel settore delle armi chimiche e biologiche.

"Negli Stati Uniti non esiste un vaccino autorizzato contro la peste. Considerato che la Russia ha un programma illegale di armi biologiche, la situazione è molto preoccupante", ha detto al quotidiano Andrew Weber, ricercatore del Council on Strategic Risks ed ex responsabile della difesa biologica al Pentagono.

Persone a conoscenza delle valutazioni dell’intelligence americana hanno però dichiarato al New York Times che non ci sono indicazioni di ricerche sulle armi biologiche nell’istituto di Irkutsk. Alexander Kelle, ricercatore dell’Istituto per la ricerca sulla pace e la politica di sicurezza dell’Università di Amburgo, invita alla cautela: la reticenza è una caratteristica storica della burocrazia sovietica e poi russa, ma "la mancanza di informazioni non va confusa con qualcosa di losco". Collegare il caso alla guerra biologica, aggiunge, significherebbe trarre conclusioni che le poche prove disponibili non consentono di sostenere.

Secondo uno studio presentato quest’anno a una conferenza sulle malattie infettive a Mosca, Shipilova studiava l’efficacia di diversi antibiotici e dosaggi contro Yersinia pestis, il batterio della peste. La malattia, presente in focolai naturali in Siberia e in altre regioni del mondo, può essere curata con gli antibiotici se il trattamento comincia tempestivamente. La forma polmonare è particolarmente pericolosa: può trasmettersi da persona a persona attraverso le particelle respiratorie e, senza cure tempestive, avere un decorso rapidamente fatale.

Le autorità russe, che nei comunicati si riferiscono a Shipilova come "la paziente", sostengono che fosse stata vaccinata contro i patogeni con cui lavorava e che due indagini indipendenti abbiano escluso incidenti nel laboratorio. Affermano inoltre che le misure di quarantena fossero precauzionali. Il New York Times riferisce però dei dubbi sollevati dagli esperti sull’efficacia e sulla sicurezza dei vaccini contro la peste. Restano ancora da chiarire le attività svolte dalla ricercatrice nei giorni precedenti la malattia, le circostanze dell’eventuale esposizione e il decorso clinico che ha portato alla morte.

Mosca cerca di chiudere il caso

Finora il Rospotrebnadzor non ha tenuto conferenze stampa e si è limitata a diffondere comunicati stampa periodici. Anche il Cremlino ha evitato di rispondere nel merito, invitando a fare riferimento soltanto alle autorità sanitarie. Non è la prima volta, comunque, che Mosca tarda a rendere pubblici dettagli cruciali. Nel 2019, dopo l’esplosione nel Mar Bianco che causò sette morti e che, secondo la ricostruzione americana, avvenne durante il recupero di un missile a propulsione nucleare, le autorità russe non chiarirono subito il coinvolgimento di materiale radioattivo e non avvertirono i medici dell’esposizione dei feriti alle radiazioni.

Giovedì 8 ottobre il governatore della regione di Irkutsk, Igor Kobzev, ha cercato di chiudere la vicenda con un videomessaggio. Ha annunciato la conclusione del monitoraggio sanitario delle persone entrate in contatto con Shipilova e sostenuto che l’OMS avesse confermato l’assenza di rischi per la salute pubblica.

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