Trump scommette che all'Iran interessino più i soldi del potere
Secondo il settimanale britannico l'accordo che chiude la guerra è solo promesse di denaro: petrolio di nuovo esportabile, sanzioni rimosse e un fondo da 300 miliardi per Teheran.
Dopo aver fallito nel tentativo di sconfiggere l'Iran con le bombe, il presidente Donald Trump punta ora sui soldi. È la lettura dell'Economist, secondo cui l'accordo che ha chiuso la guerra è "tutto carota e nessun bastone": la promessa di moltissimo denaro a Teheran, a patto che convinca Trump di aver abbandonato ogni piano per costruire un'arma nucleare. Per il settimanale britannico è una scommessa enorme e improbabile.
L'intesa, scrive l'Economist, rinuncia a molti degli obiettivi di guerra di Trump. Non ci sarà alcun cambio di regime, nessun aiuto alla popolazione oppressa dell'Iran, nessun limite ai missili balistici di Teheran né al suo sostegno alle milizie alleate nella regione. L'accordo si concentra invece su due punti.
Il primo è la riapertura dello Stretto di Hormuz, il passaggio dove, secondo il settimanale, emergono "la follia" della guerra di Trump e l'umiliazione della sua marcia indietro. Prima dei combattimenti le navi avevano libero transito; dopo i 60 giorni previsti dall'accordo potrebbero dover pagare un pedaggio.
Il secondo punto è il programma nucleare, sul quale il regime non ha quasi concesso nulla. La promessa di non dotarsi di una bomba è vecchia. L'Iran diluirà le sue scorte di uranio arricchito e discuterà il resto del programma, ma le questioni sono complesse e, scrive l'Economist, Teheran è abilissima a tirare le cose per le lunghe.
L'Iran può esportare da subito petrolio e prodotti derivati. A seconda dei progressi dei negoziati, gli Stati Uniti sbloccheranno beni per decine di miliardi di dollari, toglieranno le sanzioni e contribuiranno a creare un fondo di almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo. Trump è stanco della guerra e, se le truppe americane se ne andranno entro 30 giorni come previsto, la sua capacità di usare la forza sarà limitata.
Il regime ha così un'occasione senza precedenti per scambiare le armi nucleari con denaro e investimenti. A differenza dei presidenti che lo hanno preceduto, scrive l'Economist, Trump non si cura della democrazia. Avendo già trasformato lo stretto in un'arma, l'Iran potrebbe vedere meno utilità nelle bombe atomiche. Il regime, impopolare in patria, avrebbe bisogno di quei soldi.
Ci sono però molte ragioni per cui questa scommessa può fallire, scrive l'Economist. I leader della linea dura iraniana non hanno motivo di fidarsi dell'America e si aspettano che Israele provi a far saltare l'accordo. L'influenza regionale a cui aspirano nasce proprio dall'essere il nemico del "Grande Satana", il nome con cui l'Iran indica gli Stati Uniti, e il programma nucleare offre prestigio e, forse, protezione. Gli ispettori faranno fatica a impedire gli imbrogli e i dirigenti iraniani saranno tentati di prendere i soldi senza rinunciare davvero alla bomba.
Per Israele, che aveva sostenuto questa guerra, il risultato è una delusione amara. Aveva combattuto fianco a fianco con gli americani, ma Trump lo ha poi escluso dai negoziati e ha indebolito la sua campagna contro Hezbollah, il movimento sciita libanese. Questo, secondo l'Economist, potrebbe costare al primo ministro Benjamin Netanyahu la rielezione di ottobre. La guerra è stata un fallimento strategico, perché l'Iran resta una minaccia: Netanyahu ha messo alla prova fin dove l'America fosse disposta a spingersi, e non è bastato per far prevalere Israele. Chiunque gli succederà dovrà mettere a punto una nuova dottrina di sicurezza.
I Paesi del Golfo, secondo l'analisi, devono ricostruirsi la reputazione di oasi di prosperità in un vicinato violento, ma i droni e i missili iraniani continueranno a essere una minaccia. Gli oleodotti che aggirano lo Stretto di Hormuz aiuteranno, però il Golfo dovrà anche rivedere la propria sicurezza, perché nessuno può sapere con quanta disponibilità l'America sarà disposta a combattere in futuro. Alcuni Stati cercheranno modi per scoraggiare l'Iran: gli Emirati Arabi Uniti potrebbero puntare a legami ancora più stretti con Israele. Altri proveranno ad accomodarsi con Teheran, altri ancora a tenere una via di mezzo.
Trump, conclude l'Economist, non avrebbe mai dovuto iniziare questa guerra. Ancora una volta basa la sua via d'uscita sull'idea che le persone siano disposte a tutto per i soldi. Ma la prima regola della diplomazia, ricorda il settimanale, è non immaginare che l'avversario ragioni come noi.