Trump chiede agli alleati di mandare navi militari nello Stretto di Hormuz
Il conflitto con l'Iran ha quasi azzerato il transito di navi nel passaggio da cui transita il 20% del petrolio mondiale. Il presidente americano punta su una coalizione internazionale per riaprire la rotta
L'attacco americano e israeliano all'Iran, lanciato il 28 febbraio, ha innescato una crisi che nessun piano militare americano sembra aver previsto fino in fondo: il blocco quasi totale dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo più importante al mondo per il commercio energetico. In due settimane di guerra, i transiti giornalieri sono crollati da oltre 150 a meno di dieci, secondo le società di monitoraggio del traffico navale. L'Iran è sospettato di aver attaccato almeno 16 navi commerciali straniere nell'area del Golfo Persico, provocando esplosioni e uccidendo marinai.
Dallo Stretto di Hormuz passa il 20% delle esportazioni mondiali di petrolio e gas, oltre a prodotti chimici per l'industria farmaceutica e materie prime come i fertilizzanti. Per ora, quel commercio si è fermato. Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia, le spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto sono scese a meno del 10% rispetto ai livelli precedenti la guerra. L'Iraq, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita hanno ridotto la produzione complessiva di diversi milioni di barili al giorno, e i paesi della regione hanno tagliato la produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno, circa il 10% dell'offerta globale.
Il prezzo del petrolio, che il mese scorso si aggirava intorno ai 65 dollari al barile, è schizzato oltre i 110 dollari prima di stabilizzarsi a 97 dollari sabato. Negli Stati Uniti, secondo AAA, il prezzo della benzina è aumentato di 70 centesimi al gallone nell'ultimo mese. Il Qatar, una delle principali potenze mondiali nell'export di gas naturale, ha smesso di raffreddare il gas per la spedizione fin dai primi giorni del conflitto.
Sabato il presidente Trump ha annunciato su Truth Social che diverse nazioni invieranno navi da guerra nel Golfo per riaprire lo Stretto. "Molti paesi, specialmente quelli colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra, insieme agli Stati Uniti d'America, per mantenere lo Stretto aperto e sicuro", ha scritto. Trump ha indicato Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito tra i paesi che spera si uniscano allo sforzo. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth sta inviando la nave d'assalto anfibio USS Tripoli e la sua unità di spedizione dei Marines in Medio Oriente.

La mossa arriva dopo un massiccio attacco americano sull'isola di Kharg, il principale terminal per le esportazioni petrolifere iraniane. Il Comando centrale americano ha dichiarato che lo strike ha distrutto depositi di mine navali, bunker per missili e altri 90 obiettivi militari sull'isola. Trump ha precisato su Truth Social che le infrastrutture petrolifere dell'isola non sono state colpite, ma ha avvertito che lo saranno se l'Iran non smetterà di attaccare le navi nello Stretto. "Nel frattempo, gli Stati Uniti bombarderanno a tappeto la costa e continueranno a colpire le imbarcazioni iraniane", ha aggiunto. Prima che le scorte navali alle navi commerciali possano iniziare, secondo fonti di Axios, l'esercito americano sta pianificando operazioni per eliminare i missili anti-nave terrestri che gli iraniani hanno dispiegato nell'area dello Stretto.
Il nuovo leader supremo dell'Iran, Mojtaba Khamenei, salito al potere dopo che gli attacchi congiunti americano-israeliani hanno ucciso suo padre, ha descritto la capacità di bloccare lo Stretto come una leva che "deve assolutamente continuare a essere usata". Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che "l'ombrello di sicurezza americano si è rivelato pieno di falle" e che "gli Stati Uniti stanno supplicando gli altri, persino la Cina, di rendere sicuro Hormuz".

Oltre agli attacchi diretti, l'Iran sta anche disturbando i segnali di navigazione con una tecnica chiamata spoofing elettronico, che fa apparire le navi in posizioni sbagliate sulle mappe digitali. Yarden Gross, amministratore delegato di Orca AI, azienda britannica che progetta sistemi di navigazione marittima computerizzati, ha dichiarato al Wall Street Journal che lo spoofing ha colpito più di 1.200 navi nella regione. Alcune imbarcazioni spengono deliberatamente i propri segnali di posizionamento per tentare attraversamenti furtivi. Le analisi del Wall Street Journal su immagini satellitari radar mostrano centinaia di navi ammassate alle due estremità dello Stretto, diventato una terra di nessuno.
La chiusura dello Stretto era il rischio più noto e temuto del sistema energetico globale, eppure nessuna vera alternativa è mai stata costruita. Come ha ricostruito il New York Times, la ragione sta in una combinazione di geografia, tensioni politiche e competizione economica tra le potenze petrolifere della regione. L'Arabia Saudita dispone di un oleodotto verso il Mar Rosso, costruito negli anni Ottanta durante la cosiddetta "guerra delle petroliere" tra Iran e Iraq, con una capacità di sette milioni di barili al giorno. Ma al netto dei due milioni destinati alle raffinerie interne, la capacità disponibile è di circa cinque milioni di barili, come ha spiegato Amin H. Nasser, amministratore delegato di Saudi Aramco. Gli Emirati hanno un oleodotto da Abu Dhabi a Fujairah che aggira lo Stretto, ma l'Iran ha preso di mira le infrastrutture a entrambe le estremità.
Per molti altri paesi produttori della regione, l'unica alternativa sarebbe costruire un oleodotto attraverso un paese vicino, un'impresa costosa e politicamente complicata. Il Qatar, uno dei maggiori esportatori mondiali di gas naturale, confina via terra solo con l'Arabia Saudita, un paese che gli aveva chiuso la frontiera durante una crisi diplomatica regionale risolta cinque anni fa. I sei paesi ricchi di combustibili fossili del Golfo appartengono a un'unione chiamata Consiglio di cooperazione del Golfo, ma la cooperazione è spesso carente. Arabia Saudita ed Emirati, le due potenze più influenti della regione, si trovano spesso su posizioni divergenti, con politiche petrolifere diverse e appoggi a fazioni opposte nei conflitti armati regionali.
Il Wall Street Journal ha rivelato che prima dell'attacco del 28 febbraio, il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, aveva avvertito Trump in più briefing che un'azione militare avrebbe potuto spingere l'Iran a chiudere lo Stretto di Hormuz. Trump ha deciso di procedere comunque, convinto che Teheran avrebbe capitolato prima di riuscire a chiudere il passaggio o a causare danni economici significativi. La pianificazione dell'operazione è stata gestita da una cerchia ristretta di consiglieri, che comprendeva il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, bypassando il processo di deliberazione allargata che normalmente precede un'operazione militare di questa portata.
Anche riaprire lo Stretto con scorte navali non risolverebbe il problema. Secondo le stime di Lloyd's List, le scorte potrebbero coprire solo il 10% circa del traffico giornaliero normale e sarebbero probabilmente limitate alle petroliere. La marina americana di oggi ha circa la metà delle dimensioni di quella degli anni Ottanta, quando già fornì scorte durante la guerra Iran-Iraq. E l'Iran dispone ora di armi che all'epoca non aveva, come i droni. Daniel Yergin, storico dell'energia e vicepresidente della società di ricerca S&P Global, ha dichiarato al New York Times che "c'è sempre stato lo scenario peggiore, ma sembrava uno scenario molto improbabile". La diversificazione o la sicurezza, ha aggiunto, "veniva dal fatto che i consumatori sarebbero stati lì a proteggere il petrolio". Trump ha detto che non intende porre fine alla guerra nell'immediato: secondo un alto funzionario della Casa Bianca, il presidente è "determinato" e la tempistica considerata resta di quattro-sei settimane.