Trump accetta un cessate il fuoco di due settimane in Iran
Poco prima della scadenza dell'ultimatum di Trump, il Pakistan ha mediato un accordo che prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz e l'avvio di negoziati a Islamabad. Israele esclude il Libano dalla tregua
Nella notte tra il 7 e l'8 aprile 2026, poco dopo la mezzanotte ora italiana, gli Stati Uniti e l'Iran hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco di due settimane, scongiurando un'escalation che per tutta la giornata era sembrata inevitabile. Il presidente Trump aveva fissato alle 20 ora di Washington (le 2 di notte in Italia) la scadenza entro cui l'Iran avrebbe dovuto riaprire lo Stretto di Hormuz, pena la distruzione delle infrastrutture civili del Paese. Circa novanta minuti prima del termine, Trump ha annunciato su Truth Social di accettare una proposta di mediazione del Pakistan.
L'accordo prevede la sospensione dei bombardamenti americani e israeliani sull'Iran per due settimane, in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz al transito commerciale. Il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha confermato che Teheran avrebbe cessato le operazioni militari e consentito il "passaggio sicuro" attraverso lo stretto, precisando però che il transito sarebbe avvenuto "in coordinamento con le forze armate iraniane". Una formulazione che lascia all'Iran un ruolo di controllo sulla rotta marittima, un elemento che prima della guerra non esisteva.

La giornata era cominciata con una minaccia senza precedenti. Al mattino Trump aveva scritto sui social: "Un'intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più". Il presidente aveva chiesto all'Iran di riaprire lo stretto entro la sera, minacciando di colpire ponti, centrali elettriche e altre infrastrutture civili, azioni che secondo il diritto internazionale configurano crimini di guerra. La minaccia aveva suscitato condanne da parte di governi, organizzazioni internazionali e anche di esponenti del Partito repubblicano.
La svolta è arrivata grazie alla mediazione del Pakistan. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif aveva chiesto pubblicamente a Trump di prorogare la scadenza di due settimane, e il capo di stato maggiore dell'esercito pakistano Asim Munir, che mantiene rapporti con i vertici militari iraniani, ha fatto da tramite tra le parti. Secondo tre funzionari iraniani, anche la Cina ha avuto un ruolo determinante, esercitando pressioni su Teheran affinché accettasse la proposta. Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano ha confermato l'accordo, presentandolo come una vittoria in cui gli Stati Uniti avrebbero accettato le condizioni di Teheran. Trump, dal canto suo, ha definito l'intesa "una vittoria totale e completa" per gli Stati Uniti.
L'Iran ha sottoposto agli americani un piano in dieci punti che Trump ha definito "una base praticabile per negoziare". Le richieste iraniane comprendono la garanzia di non aggressione, il mantenimento del controllo sullo Stretto di Hormuz, il riconoscimento del diritto all'arricchimento dell'uranio, la revoca di tutte le sanzioni, il ritiro delle forze americane dalla regione, il pagamento di risarcimenti per i danni di guerra e il cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano. Si tratta di posizioni che Richard Fontaine, direttore del Center for a New American Security, ha descritto al New York Times come "una lista dei desideri di Teheran da prima della guerra".

La distanza tra le due parti resta enorme. Solo tre settimane fa Trump chiedeva la "resa incondizionata" dell'Iran. L'accordo di Obama del 2015 sul nucleare, che Trump stesso aveva abbandonato nel 2018, richiese due anni e mezzo di trattative in tempo di pace. Ora le due parti hanno due settimane, con i negoziati che dovrebbero iniziare venerdì a Islamabad.
Un nodo cruciale riguarda il Libano. Il primo ministro pakistano Sharif ha dichiarato che il cessate il fuoco si applica "ovunque, compreso il Libano". Ma l'ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha smentito, precisando che la tregua non include le operazioni israeliane contro Hezbollah in territorio libanese. Israele ha continuato a colpire obiettivi in Libano anche dopo l'annuncio dell'accordo: poco prima della tregua, un attacco israeliano su una strada trafficata della città costiera di Saida ha ucciso almeno otto persone, secondo il ministero della sanità libanese. Dall'inizio dei combattimenti tra Israele e Hezbollah, più di 1.500 persone sono state uccise in Libano.
Nelle ore immediatamente successive all'annuncio, la situazione sul terreno è rimasta caotica. Paesi del Golfo Persico, tra cui Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar, hanno segnalato attacchi con missili e droni provenienti dall'Iran anche dopo la proclamazione della tregua. Non è chiaro se si trattasse di violazioni dell'accordo o di ritardi nella trasmissione degli ordini alle forze iraniane. Israele ha continuato a colpire l'Iran anche dopo l'annuncio, secondo un funzionario della sicurezza israeliano citato dal Wall Street Journal. In Israele, le sirene antiaeree sono suonate almeno due volte dopo la proclamazione del cessate il fuoco, con missili balistici iraniani in arrivo intercettati dai sistemi di difesa.
Il bilancio della guerra, iniziata il 28 febbraio con un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, è pesante. Secondo la Human Rights Activists News Agency, un'organizzazione con sede negli Stati Uniti, almeno 1.701 civili sono stati uccisi in Iran, tra cui 244 bambini. In Libano, i morti superano i 1.500. Nei Paesi del Golfo, almeno 32 persone sono rimaste uccise in attacchi attribuiti all'Iran. In Israele, 20 persone hanno perso la vita, e 13 militari americani sono morti dall'inizio del conflitto.
I mercati hanno reagito con sollievo all'annuncio. Il prezzo del petrolio Brent è sceso a circa 93 dollari al barile, con un calo del 15% rispetto ai livelli della giornata. Il greggio americano West Texas Intermediate è precipitato di quasi il 18%. Le Borse asiatiche hanno aperto in forte rialzo: il Nikkei giapponese ha guadagnato oltre il 4%, il Kospi sudcoreano più del 5%. I futures sull'indice S&P 500 sono saliti di oltre il 2%.
La giornata era stata segnata da condanne trasversali contro la retorica di Trump. Papa Leone XIV, primo pontefice americano, ha definito le minacce del presidente "davvero inaccettabili", aggiungendo che si tratta di "una questione morale che riguarda il bene di un popolo nella sua interezza". Tucker Carlson, commentatore conservatore tra i più influenti della destra americana, ha definito i messaggi pasquali di Trump "malvagi" e ha invitato i funzionari americani a disobbedire a eventuali ordini di colpire civili. L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, un tempo tra le più strette alleate del presidente, ha invocato il 25esimo emendamento della Costituzione per rimuoverlo dall'incarico, scrivendo sui social: "Non possiamo uccidere un'intera civiltà. Questa è follia e malvagità". Più di un quarto dei parlamentari democratici al Congresso ha chiesto la rimozione di Trump dall'incarico.
Tra i repubblicani, il senatore Ron Johnson del Wisconsin, stretto alleato del presidente, ha dichiarato al Wall Street Journal che avrebbe ritirato il suo sostegno se Trump avesse colpito infrastrutture civili, definendola "un errore enorme". La senatrice Lisa Murkowski dell'Alaska ha scritto che la minaccia di Trump "è un affronto agli ideali che la nostra nazione ha cercato di sostenere per quasi 250 anni". Ma la maggioranza dei leader repubblicani, compreso il presidente della Camera Mike Johnson e il leader della maggioranza al Senato John Thune, è rimasta in silenzio.
La guerra ha messo in evidenza sia la potenza tecnologica americana sia l'inattesa capacità di resistenza iraniana. In 39 giorni di conflitto, gli Stati Uniti hanno colpito oltre 13.000 obiettivi. L'Iran ha però dimostrato di poter condurre una guerra asimmetrica efficace, chiudendo lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale, lanciando attacchi missilistici e con droni contro Israele, i Paesi del Golfo e le basi americane nella regione, e conducendo attacchi informatici contro i sistemi idrici ed energetici statunitensi. Il 3 aprile, l'Iran ha abbattuto un caccia americano F-15E, la prima volta che un aereo da combattimento statunitense veniva colpito nel conflitto.
La domanda centrale è se due settimane basteranno per colmare il divario tra le posizioni delle due parti. Il piano iraniano in dieci punti comprende richieste che gli Stati Uniti e Israele hanno respinto per vent'anni. L'Iran mantiene un arsenale di circa 440 chili di uranio arricchito al 60%, vicino al grado necessario per uso bellico, che in teoria era la ragione originaria della guerra. Se Trump non riuscirà a ottenerne la rimozione dal Paese, avrà ottenuto meno dell'accordo di Obama del 2015, in cui l'Iran spedì all'estero il 97% delle proprie scorte nucleari. Fontaine ha sintetizzato al New York Times: "C'è la possibilità che tutto questo finisca con gli Stati Uniti e il mondo in una situazione peggiore di quella iniziale".