Sono già falliti i negoziati tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, Vance lascia il Pakistan
Il vicepresidente americano annuncia che Teheran ha rifiutato le condizioni di Washington sul nucleare. Restano irrisolti i nodi sullo Stretto di Hormuz e sull'uranio arricchito
Ventuno ore di negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran si sono concluse senza alcun accordo nella notte tra sabato e domenica a Islamabad. Il vicepresidente americano J.D. Vance si è presentato davanti alla stampa alle 6:30 del mattino ora locale, con il volto provato, per annunciare il fallimento delle trattative. "Hanno scelto di non accettare le nostre condizioni", ha detto Vance in una breve conferenza stampa all'hotel Serena, nella capitale pakistana, prima di ripartire immediatamente per Washington.
L'incontro tra le delegazioni americana e iraniana, mediato dal Pakistan, rappresentava il più alto livello di contatto diretto tra i due Paesi dalla rivoluzione islamica del 1979. A soli sei settimane dall'uccisione della guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, in un raid americano-israeliano, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf e il vicepresidente Vance si sono stretti la mano e hanno avviato colloqui descritti da funzionari iraniani come "cordiali e calmi", secondo quanto riportato dal New York Times.
Il nodo centrale che ha impedito un'intesa riguarda il programma nucleare iraniano. Vance ha dichiarato che gli Stati Uniti esigono "un impegno chiaro" da parte dell'Iran "a non dotarsi di un'arma nucleare e a non cercare gli strumenti che permetterebbero di ottenerla rapidamente". Secondo Washington, i siti di arricchimento dell'uranio sono stati distrutti durante i bombardamenti americani e israeliani, ma resta la questione di circa 400 chili di uranio altamente arricchito al 60%, che si troverebbero ancora sepolti sotto le macerie, in particolare nel sito di Isfahan. Gli Stati Uniti ne chiedevano l'estrazione e il trasferimento fuori dall'Iran.
.@VP: "The simple fact is that we need to see an affirmative commitment that they will not seek a nuclear weapon, and they will not seek the tools that would enable them to quickly achieve a nuclear weapon." https://t.co/A6Wl97qbAV pic.twitter.com/DNEL4JSlj2
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) April 12, 2026
I punti di blocco, secondo due funzionari iraniani citati dal New York Times, erano tre: la riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino delle scorte di uranio arricchito e la richiesta iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di fondi congelati all'estero. Washington pretendeva la riapertura immediata dello stretto, attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale, ma Teheran ha rifiutato di rinunciare a quella che considera la sua principale leva negoziale, dichiarandosi disponibile a riaprirlo solo dopo un accordo di pace definitivo. L'Iran ha inoltre chiesto riparazioni di guerra per i danni subiti durante sei settimane di bombardamenti, richiesta respinta dagli americani.
La posizione americana era chiara fin dall'inizio: zero arricchimento di uranio consentito e consegna dell'intero arsenale nucleare. La stessa linea che l'inviato speciale Steve Witkoff aveva già espresso nei contatti diplomatici con l'Iran tra gennaio e febbraio sotto la mediazione dell'Oman. Vance ha affermato che la delegazione americana si è mostrata "piuttosto flessibile" e "piuttosto conciliante", aggiungendo che il presidente Trump aveva dato istruzioni di "negoziare in buona fede".
La delegazione americana comprendeva, oltre a Vance, l'inviato speciale Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente. Quella iraniana contava più di settanta persone, tra cui il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, alti funzionari della sicurezza e il governatore della Banca Centrale, a indicare la serietà con cui Teheran affrontava i colloqui. Vali Nasr, professore ed esperto di Iran alla Johns Hopkins University, ha dichiarato al New York Times che una delegazione così ampia viene dispiegata di solito nelle fasi finali di un negoziato, non per un primo sondaggio esplorativo.
Durante le ventuno ore di trattative, Vance ha parlato con il presidente Trump almeno sei volte, oltre che con il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario al Tesoro Scott Bessent. Trump, nel frattempo, si trovava a Miami per assistere a un incontro di arti marziali miste al Kaseya Center, accompagnato da Rubio. Parlando con i giornalisti prima di partire dalla Casa Bianca, il presidente aveva minimizzato l'importanza dei negoziati: "Che si arrivi a un accordo o meno, non mi interessa. Abbiamo vinto".
La reazione iraniana è stata contenuta. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha scritto su X che i colloqui hanno riguardato "diverse dimensioni dei temi principali, incluso lo Stretto di Hormuz, la questione nucleare, le riparazioni di guerra, la revoca delle sanzioni e la fine completa della guerra". In dichiarazioni successive alla televisione di Stato, Baqaei ha aggiunto che non ci si doveva aspettare un accordo in una sola sessione e che i contatti con il Pakistan e altri interlocutori regionali sarebbero proseguiti.
Un elemento di sorpresa ha caratterizzato la chiusura dei negoziati: gli iraniani si aspettavano una pausa prima di riprendere i colloqui domenica, come riportato da Le Monde. Invece Vance ha annunciato la partenza immediata, lasciando sul tavolo quella che ha definito "la nostra offerta finale e migliore". Un funzionario pakistano informato sull'andamento dei colloqui, citato dal Washington Post, ha riferito che Vance ha lasciato il Paese senza piani per ulteriori contatti.
Sul piano militare, mentre i negoziati erano in corso, due cacciatorpediniere americani hanno attraversato lo Stretto di Hormuz per avviare operazioni di sminamento, secondo il Comando Centrale americano. L'Iran ha smentito il transito. L'agenzia di stampa Fars, vicina ai servizi di sicurezza iraniani, ha citato un funzionario anonimo secondo cui "l'Iran non ha fretta e finché gli Stati Uniti non accetteranno un accordo ragionevole, la situazione nello Stretto di Hormuz non cambierà".
La posta in gioco resta altissima. Il cessate il fuoco di due settimane, concordato il 7 aprile, scade il 21 aprile. Un'eventuale ripresa delle ostilità avrebbe conseguenze gravi sui mercati energetici: dall'inizio della guerra i prezzi della benzina negli Stati Uniti hanno superato i 4 dollari al gallone e l'inflazione è salita al 3,3%. Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con attacchi americani e israeliani contro l'Iran, ha causato almeno 1.701 vittime civili iraniane, di cui 254 bambini, secondo la Human Rights Activists News Agency, e 2.020 morti in Libano nei combattimenti tra Israele e Hezbollah.
Il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha chiesto a entrambe le parti di rispettare il cessate il fuoco, dichiarando che Islamabad continuerà a svolgere il suo ruolo di mediatore. David Sanger, corrispondente del New York Times dalla Casa Bianca, ha osservato che entrambe le parti ritengono di aver prevalso nel primo round: gli Stati Uniti per la potenza militare dispiegata, l'Iran per essere sopravvissuto. "Nessuna delle due parti sembra incline al compromesso", ha scritto.