Anche senza le minacce dirette alla sua leadership e un'eventuale sfida di Alexandria Ocasio-Cortez alle primarie per il Senato, Chuck Schumer avrà molto da fare nel prossimo Congresso. Il leader dei democratici al Senato dovrà fare, infatti, i conti con le ambizioni presidenziali di ben 8 senatori del suo gruppo, che potrebbero anteporre la corsa alla Casa Bianca alle indicazioni del capogruppo. Si tratta di circa un senatore democratico su sei: abbastanza da complicare un incarico già di per se abbastanza impegnativo.
Lo ha riconosciuto questa settimana anche l'ex presidente Barack Obama. "Guidare il Partito Democratico è una gran seccatura, perché hai a che fare con persone di ogni estrazione", ha detto l'ex presidente a proposito di Schumer mercoledì, durante una raccolta fondi in Virginia. L'evento ha consentito di raccogliere 3,6 milioni di dollari per il Comitato elettorale dei democratici al Senato.
Schumer ha già avuto un assaggio di questo problema nel corso di quest'anno, durante gli scontri sui finanziamenti all'ICE, l'agenzia federale responsabile delle espulsioni e dell'applicazione delle leggi sull'immigrazione all'interno degli Stati Uniti. I potenziali candidati alle presidenziali del 2028 facevano a gara per opporsi con la massima fermezza ai fondi destinati all'agenzia, anche a costo di provocare uno shutdown, la sospensione di parte delle attività federali per la mancata approvazione dei finanziamenti necessari.
Se Schumer dovesse tornare a guidare la maggioranza, la tensione tra ambizioni individuali e unità del partito potrebbe manifestarsi fin da subito. I democratici stanno promettendo di ridurre il costo della vita e di governare in modo responsabile, ma anche di voler contrastare in tutti i modi l'Amministrazione Trump e indagarne l'operato ogni volta che se ne presenterà l'occasione. Schumer e Trump, peraltro, hanno un rapporto di lunga data e complicato: ciascuno ha il numero di cellulare dell'altro.
Una maggioranza dipende dall'unità dei senatori
Con la maggioranza in entrambe le camere, i democratici avrebbero strumenti incisivi per contrastare il presidente. Per usarli, però, servirebbero senatori presenti e uniti nelle votazioni. Chi intende puntare alla Casa Bianca ha invece interesse a trascorrere maggiormente tempo fuori da Washington, a distinguersi dagli altri aspiranti candidati del gruppo e, magari, a scontrarsi pubblicamente con i vertici del partito per dimostrare le proprie convinzioni.
Schumer ha già affrontato una situazione simile nella corsa alle presidenziali del 2020, quando guidava la minoranza e 7 senatori in carica si contendevano la candidatura democratica. Il problema principale all'epoca sono state le assenze: con i candidati impegnati nella campagna elettorale in tutto il Paese, organizzare il calendario dei lavori del Senato era diventato sempre più difficile. Quelle assenze, però, non costarono ai democratici alcuna votazione importante.
Anche questa volta i senatori da tenere d'occhio sono 7, ai quali potrebbe aggiungersi un ottavo. Cory Booker, del New Jersey, ha visitato il South Carolina, il New Hampshire e, due volte, il Nevada: si tratta di Stati centrali nelle prime fasi delle primarie. Ruben Gallego, dell'Arizona, è stato in South Carolina, Nevada, New Hampshire e Iowa. L'altro senatore dell'Arizona, Mark Kelly, ha visitato due volte il South Carolina, oltre al Nevada e al Michigan.
Non è finita qui: Chris Murphy, del Connecticut, è stato in South Carolina; Elissa Slotkin, del Michigan, è stata in Iowa e Nevada; Chris Van Hollen, del Maryland, è stato in Iowa e due volte in New Hampshire; Raphael Warnock, della Georgia, è stato due volte in Nevada e una in New Hampshire. Jon Ossoff, l'altro senatore della Georgia, è finora concentrato sulla rielezione e non risultano sue visite negli Stati delle prime primarie. Questo, però, non ha fermato le voci su una sua possibile candidatura, soprattutto in caso di netta vittoria per la rielezione come previsto dai sondaggi.
Prima, però, servono 51 seggi e la riconferma
Per tornare a guidare la maggioranza al Senato, Schumer deve anzitutto assicurarsi che i democratici vincano almeno 51 seggi alle elezioni del 3 novembre. Dovrà poi gestire una fase parecchio delicata: dopo il voto e fino all’insediamento del nuovo Congresso, quello uscente continuerà a lavorare. È il periodo che negli Stati Uniti viene chiamato lame duck. Infine, per essere confermato capogruppo, dovrà ottenere il sostegno dei senatori democratici, che sceglieranno il loro leader con un voto a scrutinio segreto.
Alcuni dei possibili nuovi senatori non sono particolarmente propensi a sostenerlo, un problema che potrebbe pesare soprattutto se i democratici ottenessero un buon risultato il 3 novembre. Candidati come Abdul El-Sayed in Michigan e James Talarico in Texas, ad esempio, non si sono impegnati a votare per lui.
