Perché non c'è stato il "rally around the flag" per Trump
Gli attacchi aerei contro l'Iran non hanno prodotto alcun aumento nel gradimento del presidente, un fenomeno che la scienza politica spiega con cinque condizioni che questa guerra non soddisfa
Donald Trump ha lanciato attacchi aerei contro l'Iran il 28 febbraio 2026. A due settimane di distanza, il suo indice di gradimento è rimasto fermo al 39 per cento di approvazione e al 57-58 per cento di disapprovazione, senza alcun movimento rilevabile. In un'epoca di polarizzazione estrema, il gradimento del presidente non ha nemmeno oscillato. Il dato emerge dall'analisi del sondaggista G. Elliott Morris, autore della newsletter Strength in Numbers, che ha ricostruito la storia degli indici di gradimento presidenziale in corrispondenza di ogni grande conflitto militare americano dal 1941 a oggi.
Il fenomeno che Morris indaga si chiama rally around the flag, letteralmente "stringersi attorno alla bandiera": la tendenza dell'opinione pubblica a sostenere il presidente nei momenti di crisi militare. Commentatori e strateghi politici lo citano spesso come un meccanismo quasi automatico della politica americana. Karl Rove, storico consigliere repubblicano, ha scritto sul Wall Street Journal la settimana scorsa che sembrava improbabile che Trump potesse beneficiarne. Ma la domanda più profonda, secondo Morris, è se questo effetto sia davvero così affidabile come la narrazione comune suggerisce.
La risposta, guardando i dati storici, è no. Solo tre conflitti dalla Seconda guerra mondiale hanno prodotto aumenti netti e inequivocabili a doppia cifra nel gradimento presidenziale. Il caso più eclatante è la Guerra del Golfo del 1991: George H.W. Bush passò da un gradimento netto di +34 a +63 in due mesi, un balzo di 29 punti, raggiungendo il 79 per cento di approvazione. Poi, nel giro di un anno e mezzo, una recessione economica lo riportò a -20 e gli costò la rielezione contro Bill Clinton. Il secondo caso è l'ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale dopo Pearl Harbor: Franklin Roosevelt, che già godeva di un gradimento altissimo (+51 netto), salì ulteriormente di 19 punti in due mesi. Il terzo è l'invasione dell'Iraq nel 2003, con George W. Bush che guadagnò 17 punti netti nel primo mese, per poi vedere quel vantaggio evaporare nei sei mesi successivi man mano che l'occupazione si trascinava.
Al di sotto di questi tre casi, il quadro diventa molto più ambiguo. L'invasione di Grenada nel 1983 coincise con un aumento di 9 punti per Ronald Reagan, ma l'economia americana si stava riprendendo contemporaneamente da una grave recessione, rendendo impossibile isolare l'effetto del conflitto. La Guerra di Corea nel 1950 produsse forse un aumento di 7 punti per Harry Truman, ma i sondaggi dell'epoca erano rari e con margini di errore ampi. L'invasione di Panama nel 1989 non generò alcun cambiamento visibile: Bush padre era al 70 per cento prima e rimase al 70-71 per cento dopo. L'Afghanistan nel 2001 mostra un aumento di 15 punti, ma è impossibile separarlo dall'enorme ondata di sostegno seguita all'11 settembre, che era già in corso prima dell'inizio delle operazioni militari. Bush figlio raggiunse in quel periodo il gradimento netto più alto mai registrato per un presidente americano: 86 per cento di approvazione e solo il 9 per cento di disapprovazione.
Ci sono poi i casi in cui il presidente perse consenso. Il Kosovo nel 1999 vide Bill Clinton scendere di 10 punti in due mesi, anche se gran parte del calo era probabilmente dovuto alla normalizzazione dopo il picco di popolarità raggiunto durante l'impeachment per lo scandalo Lewinsky. L'intervento in Libia nel 2011 produsse un leggero calo per Barack Obama, poi mascherato dall'uccisione di Osama bin Laden avvenuta poche settimane dopo.

Morris ha esaminato la letteratura accademica sul rally around the flag e ha identificato cinque condizioni necessarie perché un presidente ottenga un aumento significativo di gradimento. La prima è uno shock improvviso e drammatico: Pearl Harbor e l'11 settembre sono gli esempi classici. Il politologo John Mueller, che per primo descrisse l'effetto nel 1970, sottolineò che serve un evento capace di concentrare l'attenzione dell'intera nazione sul presidente nel suo ruolo di comandante in capo. La seconda condizione è un consenso bipartisan tra le élite politiche: il politologo Richard Brody sostenne nel 1991 che il rally dura solo finché l'opposizione si astiene dal criticare il presidente. Dopo l'11 settembre, come hanno mostrato Hetherington e Nelson nel 2003, i democratici al Congresso si schierarono immediatamente con Bush, e il suo gradimento schizzò dal 51 al 90 per cento. La terza condizione è una copertura mediatica unificata: Baker e Oneal hanno trovato nel 2001 che quando la risposta del presidente a una crisi finiva in prima pagina sul New York Times, l'effetto rally era di oltre 8 punti più ampio. La quarta è la legittimità percepita: Chapman e Reiter nel 2004 hanno calcolato che il sostegno del Consiglio di Sicurezza dell'Onu a un intervento militare aumentava l'effetto di circa 9 punti. La quinta, infine, è un pubblico disponibile a spostarsi: il politologo Matthew Baum nel 2002 ha dimostrato che i rally sono prodotti principalmente dagli indipendenti e dagli elettori dell'opposizione che si spostano verso il presidente, non dalla sua base, che lo sostiene già.
La guerra in Iran di Trump non soddisfa praticamente nessuna di queste condizioni. Non c'è stato uno shock improvviso: sono stati gli Stati Uniti ad avviare l'azione, dopo settimane di retorica crescente. Non c'è consenso bipartisan: i democratici hanno definito il conflitto una "guerra di scelta" fin dal primo giorno. La copertura mediatica è frammentata, divisa tra gli attacchi stessi, le vittime civili, l'opposizione del Congresso e le proteste. Trump non ha chiesto l'autorizzazione né al Congresso né alle Nazioni Unite, e un sondaggio Quinnipiac del 9 marzo ha rilevato che il 59 per cento degli americani riteneva che avrebbe dovuto farlo. Infine, l'elettorato è blindato dalla polarizzazione: la disapprovazione democratica degli attacchi si colloca tra l'85 e il 90 per cento, circa il 60 per cento degli indipendenti si dichiara contrario e il 75-85 per cento dei repubblicani approva. Trump è entrato nel conflitto con un gradimento netto di -19, il più basso di qualsiasi presidente all'inizio di un'azione militare nella storia dei sondaggi.
Morris si è anche occupato di un altro tema che circola nel dibattito politico americano: le implicazioni del gradimento di Trump per le elezioni di metà mandato del 2026. L'analista Henry Olson ha sostenuto in un editoriale pubblicato dal Washington Post che i repubblicani potrebbero fare meglio del previsto perché il gradimento di Trump tra gli elettori probabili (42-43 per cento) è leggermente superiore a quello tra la popolazione generale (40-41 per cento). Morris ritiene che questo argomento sopravvaluti l'importanza del gradimento presidenziale come predittore dei risultati elettorali. Inserendo i numeri nel suo modello, la differenza di due punti tra elettori probabili e popolazione generale si traduce nella differenza tra perdere 36 o 37 seggi alla Camera, un margine trascurabile. La variabile più rilevante, secondo Morris, è semplicemente quale partito sia al potere: storicamente il partito del presidente perde in media 26-28 seggi nelle elezioni di metà mandato, indipendentemente dal gradimento. Anche con un gradimento in pareggio, il modello prevede comunque la perdita di circa 30 seggi. A limitare ulteriormente le perdite potrebbe essere il numero ridotto di seggi contendibili, che Morris stima tra 25 e 30, a causa del gerrymandering e della polarizzazione geografica degli elettori.
L'effetto rally around the flag viene spesso presentato come uno dei meccanismi più affidabili della politica americana. I dati storici raccontano una storia diversa: i veri balzi di gradimento sono rari, spesso contaminati da fattori esterni, e in ogni caso temporanei. Trump ha lanciato una campagna aerea che la maggioranza degli americani ha disapprovato fin dal primo giorno, senza autorizzazione del Congresso o dell'Onu, con l'elettorato più polarizzato nella storia moderna dei sondaggi. In media, solo il 38 per cento degli elettori ha dichiarato di approvare gli attacchi. L'effetto rally che cercava non si è materializzato.