Perché l'aumento del petrolio non è una cattiva notizia per gli Stati Uniti

L'economista Brian Albrecht spiega perché il paese, da esportatore netto di energia, guadagna dalla crisi nello Stretto di Hormuz. Ma i lavoratori pagano il conto

Perché l'aumento del petrolio non è una cattiva notizia per gli Stati Uniti
Photo by Carl Nenzen Loven / Unsplash

Il prezzo del greggio Brent ha toccato i 118 dollari al barile. La causa è nota: lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20 per cento del petrolio trasportato via mare nel mondo, è chiuso dalla fine di febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno colpito l'Iran. Il traffico di petroliere è crollato del 70 per cento. Di fronte a questi numeri, il dibattito pubblico si è concentrato subito sui rischi di inflazione e recessione. Ma secondo l'economista Brian Albrecht, che ne ha scritto sulla sua newsletter Economic Forces, questa lettura è superata: si basa su un'immagine dell'economia americana che non esiste più.

La tesi di Albrecht parte da un principio semplice. Quando il prezzo del petrolio sale, in ogni paese i consumatori ci perdono e i produttori ci guadagnano. L'effetto netto a livello nazionale dipende da una sola cosa: se il paese è un importatore o un esportatore netto di energia. L'Arabia Saudita, che esporta circa 7 milioni di barili al giorno, incassa una fortuna quando i prezzi salgono. Il Giappone, che non produce quasi nulla e importa tutto, si impoverisce. Il meccanismo è lineare: i soldi che un consumatore giapponese paga in più per ogni barile finiscono nelle casse di un produttore saudita, senza che nessun produttore giapponese ne catturi il beneficio.

Per decenni gli Stati Uniti sono stati nella posizione del Giappone. Negli anni Duemila importavano tra i 10 e i 12 milioni di barili al giorno. Albrecht calcola che quando il prezzo del greggio raddoppiò tra il 2009 e il 2011, passando da 50 a 100 dollari, il trasferimento netto verso i produttori stranieri fu di circa 180 miliardi di dollari l'anno, pari all'1 per cento del Pil. Era un salasso reale.

Ma la rivoluzione dello shale oil, accelerata nel corso degli anni Dieci, ha ribaltato la situazione. Nel 2023 gli Stati Uniti hanno esportato 10,15 milioni di barili al giorno di prodotti petroliferi e ne hanno importati 8,51 milioni, con un saldo positivo di 1,64 milioni di barili al giorno. A questo si aggiunge il gas naturale liquefatto: gli Stati Uniti sono il primo esportatore mondiale, con 15 miliardi di piedi cubi al giorno nel 2025. Il paese oggi è un esportatore netto di energia.

Applicando la stessa formula che prima dava un risultato negativo, Albrecht stima che con un prezzo superiore di 50 dollari rispetto ai livelli pre-crisi, gli Stati Uniti guadagnano circa 30 miliardi di dollari l'anno dal solo petrolio. Sommando il gas naturale, il beneficio netto sale a una cifra compresa tra 60 e 70 miliardi l'anno. Non è molto rispetto a un'economia da 30 mila miliardi di dollari, ma il segno è positivo: il paese nel complesso ci guadagna, non ci perde.

Un indizio di questa nuova realtà è visibile nello spread tra Brent e West Texas Intermediate, il riferimento per il greggio americano. Il divario si è allargato a circa 10 dollari, più del doppio della forbice abituale di 2-5 dollari. Il Brent riflette il prezzo di ogni barile esposto alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Il Wti riflette un mercato interno protetto dalla produzione di shale.

Anche sul fronte dell'inflazione, Albrecht invita a ragionare in modo diverso. Per un paese importatore, un aumento del prezzo del petrolio è una doppia mazzata: l'offerta si contrae perché i costi di produzione salgono, e la domanda cala perché il reddito esce dal paese. Per un esportatore, invece, lo shock sull'offerta resta, i costi di produzione aumentano, ma il reddito generato dalle esportazioni compensa sul lato della domanda. Il risultato è più inflazione ma meno rischio di recessione. L'Europa dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 è il caso classico di stagflazione da importatore. Gli Stati Uniti, anche allora, ne furono toccati molto meno.

Albrecht segnala però un rischio concreto di politica monetaria. L'indice dei prezzi al consumo include direttamente la benzina e il gasolio, e apparirà allarmante. Ma il deflatore del Pil, che misura i prezzi della produzione interna, racconta una storia più calma. Se la Federal Reserve reagisse al dato più visibile con una stretta aggressiva, rischierebbe di provocare proprio quella recessione che lo shock petrolifero, da solo, non causerebbe.

Ma se il paese nel complesso ci guadagna, perché il petrolio a 118 dollari fa male? Perché produttori e consumatori non sono le stesse persone. Le compagnie energetiche e i titolari di diritti minerari incassano guadagni enormi. I lavoratori subiscono un taglio ai salari reali. Albrecht lo quantifica con un calcolo basato sulla struttura dei costi dell'economia americana. L'energia pesa per circa il 6 per cento dei costi totali, il lavoro per il 58 per cento. Il rapporto è di circa un decimo. Il prezzo del petrolio è salito del 70 per cento, ma il gas naturale, che copre metà del consumo energetico americano, si è mosso poco. L'aumento composito è intorno al 35 per cento. Un decimo di 35 fa 3,5: il taglio stimato ai salari reali è del 3-4 per cento.

È un colpo sensibile, ma incomparabile con gli anni Settanta. Allora l'economia era molto più energivora, il gas naturale era legato al prezzo del petrolio, e quando il greggio quadruplicò i salari reali crollarono del 15-20 per cento. Certo, nessuno è solo un lavoratore: chi possiede azioni di compagnie energetiche o fondi pensione esposti al settore può compensare in parte. Ma per la maggioranza delle persone, il reddito è soprattutto la busta paga. E i lavoratori, a differenza del capitale che può spostarsi dove i rendimenti sono migliori, non possono trasferirsi. Sono loro, alla fine, a pagare il conto.

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