Perché la teoria del pazzo con Trump non funziona
Il presidente americano usa minacce estreme contro l'Iran, ma il confronto storico con la strategia di Nixon in Vietnam ne rivela tutti i limiti, amplificati dalla dimensione pubblica e dalle conseguenze economiche globali
Nell'aprile del 1971, nell'Ufficio Ovale, Richard Nixon spiegava Henry Kissinger su come presentarsi ai nordvietnamiti: "Puoi dire 'non riesco a controllarlo'". "E lascia intendere che potresti usare armi nucleari". Nasceva così, nei canali segreti della diplomazia americana, quella che sarebbe diventata nota come la teoria del pazzo: l'idea che minacce estreme possano costringere l'avversario a sedersi al tavolo delle trattative.
Janan Ganesh, editorialista del Financial Times, riprende questo episodio per analizzare la strategia del presidente Trump nei confronti dell'Iran. La tesi è netta: se la teoria del pazzo non ha funzionato con Nixon, che la applicava nelle condizioni migliori possibili, ha ancora meno probabilità di funzionare oggi.
La prima differenza è la più evidente. Nixon agiva attraverso canali riservati: se avesse deciso di fare marcia indietro, nessuno lo avrebbe saputo. Trump, al contrario, ha minacciato pubblicamente di "cancellare una civiltà". La pressione per dare seguito a quelle parole diventa così enormemente più alta. Ed è proprio questo, scrive Ganesh, il motivo per cui i giochi di bluff funzionano meglio a porte chiuse.
La seconda differenza riguarda il peso economico del paese preso di mira. Il Vietnam degli anni Sessanta non era centrale per l'economia mondiale. L'Iran del ventunesimo secolo lo è in modo inequivocabile. Poche settimane di bombardamenti hanno già rischiato di innescare la peggiore crisi energetica degli ultimi cinquant'anni. Un'escalation potrebbe trasformare l'inflazione legata al prezzo del petrolio in una vera e propria carenza di approvvigionamento. Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ha dichiarato che i danni alle infrastrutture richiederanno anni per essere riparati, senza contare il possibile esodo di profughi nel caso in cui l'Iran diventasse uno stato fallito.
Ganesh individua un paradosso strutturale nella teoria del pazzo: la minaccia è troppo estrema per essere del tutto credibile, ma se viene messa in pratica, la strategia per definizione ha fallito.
C'è poi la questione dell'opinione pubblica. Nixon lo sapeva bene: se avesse usato armi nucleari in una guerra scelta, le già violente proteste contro il conflitto in Vietnam avrebbero potuto degenerare in una crisi sociale incontrollabile. Gli alleati si sarebbero allontanati. Il blocco comunista avrebbe conquistato una superiorità morale. Allo stesso modo, Trump non può permettersi un'escalation militare quando la guerra gode dell'appoggio di appena il 34 per cento degli americani. Le autocrazie, nota l'editorialista, sanno leggere la politica interna delle democrazie: come il Nord Vietnam seppe sfruttare le divisioni americane sulla guerra, così potrebbe fare l'Iran.
L'editorialista riconosce che esiste un argomento a favore della strategia: Trump è l'unico presidente americano eletto in questo secolo sotto il quale la Russia non ha lanciato un'invasione. Vladimir Putin attaccò la Georgia sotto George W. Bush, la Crimea sotto Barack Obama, l'Ucraina intera sotto Joe Biden. Tuttavia, osserva Ganesh, il campione statistico è troppo piccolo per escludere una semplice coincidenza. Allo stesso modo, la postura nucleare aggressiva di Ronald Reagan negli anni Ottanta sembrò incosciente all'epoca, eppure prima della fine del decennio i sovietici avevano ceduto quasi senza sparare un colpo. Ma "circostanziale" resta la parola chiave: stabilire un rapporto di causa ed effetto con sufficiente certezza è quasi impossibile.
Il bilancio storico parla chiaro, secondo Ganesh: Nixon applicò la teoria del pazzo nelle migliori condizioni possibili, in segreto e contro un paese privo di rilevanza economica globale, ottenendo quasi nulla. Quando passò davvero all'azione, bombardando Cambogia e Laos, il risultato fu danneggiare la reputazione degli Stati Uniti più che strappare concessioni all'avversario. Quattro anni dopo quella conversazione nell'Ufficio Ovale, i nordvietnamiti presero Saigon. Dei 58.220 americani morti nella guerra del Vietnam, oltre 20.000 persero la vita sotto Nixon e Kissinger.
L'editorialista del Financial Times conclude con un'osservazione sui mercati finanziari, dove nota una "disperazione" nel voler scorgere astuzia e premeditazione nei comportamenti più estremi di Trump. Questo, secondo Ganesh, ha distorto le valutazioni degli investitori, troppo ottimisti all'inizio della guerra e, a giudizio di Lagarde, ancora adesso. Anche ammettendo che Trump abbia una strategia riconducibile alla teoria del pazzo, osserva Ganesh, questo non significa che sia una buona strategia. Significa soltanto che il presidente ha una lettura discutibile della storia.