Perché il nuovo tentativo di Trump di regolare il voto postale sarà un fallimento
Il presidente vuole che il servizio postale rifiuti le schede di chi non compare in una lista federale di cittadini, ma la Costituzione non gli dà questo potere. L'obiettivo reale potrebbe essere un altro.
Donald Trump ha firmato martedì un nuovo ordine esecutivo sulle elezioni che, tra le altre cose, incarica il Dipartimento della sicurezza interna di creare un elenco di tutti i cittadini americani maggiorenni e ordina al servizio postale degli Stati Uniti di rifiutare le schede elettorali inviate per posta se il nome del votante non compare in una lista di elettori idonei fornita dallo Stato mesi prima del voto. Si tratta del secondo ordine esecutivo di Trump in materia elettorale dopo quello firmato a marzo 2025, che è già stato in gran parte bloccato dai tribunali.
Secondo un'analisi pubblicata da Slate, rivista online americana che si occupa di politica, cultura e attualità con un taglio orientato a sinistra, l'ordine è destinato a subire la stessa sorte del precedente. A scriverla è Richard L. Hasen, giurista esperto di diritto elettorale. La tesi centrale è che il provvedimento sia non solo incostituzionale ma anche materialmente inapplicabile prima delle elezioni di novembre, e che il suo vero scopo sia alimentare confusione e sfiducia nel sistema elettorale americano.
Il problema giuridico di fondo è che la Costituzione americana non assegna al presidente alcun ruolo nella gestione delle elezioni. Lo ha stabilito con chiarezza la giudice federale Colleen Kollar-Kotelly quando ha bloccato parti del primo ordine esecutivo di Trump sulle elezioni, scrivendo che la Costituzione non consente al presidente di imporre modifiche unilaterali alle procedure elettorali federali. L'articolo 1, sezione 4, della Costituzione attribuisce agli Stati il potere di stabilire le regole per le elezioni al Congresso, con la possibilità per il Congresso stesso di intervenire. Il decimo emendamento riserva inoltre agli Stati il diritto di gestire le proprie elezioni locali. Il presidente, in questo quadro, non ha competenze.
Il nuovo ordine esecutivo presenta anche un altro problema costituzionale: tenta di esercitare un controllo diretto sul servizio postale, che il Congresso ha trasformato in agenzia indipendente con il Postal Reorganization Act del 1970. Trump aveva già tentato di dare ordini a un'altra agenzia indipendente, la Election Assistance Commission, con il primo ordine esecutivo sulle elezioni, ma i tribunali glielo hanno impedito. È probabile, secondo l'analisi di Hasen, che accada lo stesso con il servizio postale.
C'è poi la questione pratica dei tempi. L'ordine prevede complesse procedure di regolamentazione sia per il Dipartimento della sicurezza interna sia per il servizio postale, oltre a nuove regole per gli Stati su questioni come il tipo di buste da utilizzare e i sistemi di tracciamento delle schede. Cambiamenti di questa portata non possono essere realizzati in pochi mesi, come ha dimostrato l'esperienza caotica delle elezioni del 2020 durante la pandemia. A questo si aggiunge un problema specifico: il nuovo ordine non prevede alcun meccanismo per gli elettori che si trasferiscono in un nuovo Stato o si registrano per la prima volta nelle settimane precedenti il voto, che resterebbero esclusi dal voto per posta perché non presenti nella lista dello Stato.
Hasen nota che il provvedimento firmato da Trump è più debole di quanto i sostenitori delle teorie sulla frode elettorale sperassero. Una bozza di ordine esecutivo trapelata al Washington Post prevedeva la dichiarazione di emergenza nazionale e il controllo presidenziale su tutti gli aspetti delle elezioni federali, dalla registrazione alle macchine per il voto, con il divieto quasi totale del voto per posta. Trump ha optato per una versione ridimensionata, che tuttavia resta illegale secondo l'analisi del giurista.
Lo stesso Trump sembra consapevole delle difficoltà legali. Al momento della firma ha dichiarato alla stampa che l'ordine verrà probabilmente impugnato, attaccando preventivamente i giudici che potrebbero bloccarlo. Secondo Hasen, questo conferma che l'obiettivo non è vincere in tribunale ma mantenere viva la narrazione secondo cui il voto per posta è sinonimo di brogli, cosa che Trump sostiene senza prove. L'effetto, scrive Hasen, è duplice: da un lato convince i suoi sostenitori che i democratici hanno bisogno di imbrogliare per vincere, dall'altro mette in dubbio le regole del voto a pochi mesi dalle elezioni, scoraggiando la partecipazione e alimentando sfiducia nella democrazia. Il rischio, secondo il giurista, è che il danno alla fiducia nel sistema elettorale sopravviva a lungo all'ordine esecutivo stesso, che potrebbe essere bloccato dai tribunali nel giro di giorni.