Perché i dazi di Trump non hanno fatto crollare l'economia
Gli economisti temevano la recessione, il presidente prometteva una rinascita. Otto mesi dopo, l'economia americana ha retto ma il settore manifatturiero soffre.
Quando il presidente Trump ha annunciato ad aprile i dazi più alti degli Stati Uniti da quasi un secolo, ha promesso che avrebbero rivitalizzato il settore manifatturiero americano e rilanciato l'economia. Gli economisti invece hanno previsto un disastro per il PIL, con le probabilità di recessione salite vertiginosamente. Entrambi avevano torto.
Secondo i dati disponibili fino a settembre, l'economia americana ha tenuto. Il PIL del secondo trimestre ha registrato una crescita del 3,8%, il tasso più alto in quasi due anni. Le probabilità di recessione nell'anno successivo sono scese sotto il 25%. Ma le promesse di Trump si sono rivelate altrettanto infondate. Gli Stati Uniti hanno visto poche evidenze di un ritorno su larga scala della produzione dall'estero, mentre il settore manifatturiero ha tagliato circa 54.000 posti di lavoro da quando Trump è entrato in carica.
Il motivo principale per cui i dazi non hanno provocato gli effetti devastanti previsti è che i dazi effettivamente applicati sono molto più bassi di quelli annunciati. Secondo uno studio di Gita Gopinath e Brent Neiman, economisti di Harvard e Chicago, il tasso di dazio statutario era del 27,4% a settembre, ma il tasso effettivo pagato dagli importatori era solo del 14,1%. Questa differenza è dovuta a esenzioni per prodotti e aziende specifiche, all'utilizzo dell'accordo commerciale USMCA tra Stati Uniti, Messico e Canada, e ai tempi di spedizione che ritardano l'applicazione dei nuovi dazi.
Tuttavia, anche questi dazi ridotti stanno danneggiando l'economia americana in modi che Trump non aveva previsto. Il problema centrale è che i dazi colpiscono i beni intermedi, cioè i componenti che le aziende americane importano per produrre altri beni. Quasi la metà delle importazioni americane sono beni intermedi, non prodotti finali. Questo viola un principio fondamentale dell'economia fiscale, noto come teorema di Diamond-Mirrlees, secondo cui tassare i beni intermedi è sempre peggio che tassare i beni finali o i fattori di produzione come il lavoro.
Il settore manifatturiero americano ha subito una contrazione per nove mesi consecutivi. L'indice dei responsabili degli acquisti per il manifatturiero dell'Institute for Supply Management si è attestato a 48,2 a novembre, sotto la soglia di 50 che separa espansione da contrazione. Molti produttori hanno citato il panorama tariffario in continuo cambiamento come principale ostacolo, affermando che rende impossibile pianificare o procedere con grandi decisioni di investimento.
Gli studi mostrano che il pass-through dei dazi ai prezzi di importazione è quasi completo. Quando viene imposto un dazio del 10%, gli importatori americani finiscono per pagare dall'8% al 10% in più, dazio incluso. Gopinath e Neiman stimano un tasso di pass-through del 94% nel 2025, il che significa che gli Stati Uniti sopportano quasi interamente il costo dei dazi, mentre gli esportatori stranieri raramente riducono i loro prezzi per assorbire l'impatto.
Questo ha portato a cambiamenti drastici nei flussi commerciali. La quota delle esportazioni cinesi nelle importazioni americane è crollata dal 22% alla fine del 2017 a circa l'8% a settembre 2025. Paesi come India e Vietnam hanno guadagnato quote significative, anche se resta da determinare quanto di questo aumento rifletta valore aggiunto locale rispetto a produzione cinese semplicemente re-indirizzata attraverso questi esportatori.
Sul fronte delle entrate, i dazi hanno effettivamente portato denaro nelle casse federali. Le entrate doganali nell'anno fiscale 2025 hanno raggiunto circa 195 miliardi di dollari, più del doppio dei 77 miliardi raccolti l'anno precedente. Ma questo è ben lontano dai mila miliardi promessi da Trump, e irrisorio rispetto ai 2.400 miliardi raccolti dalle tasse sul reddito individuale nel 2024.
Ciò che ha salvato l'economia da conseguenze più gravi è stato il boom dell'intelligenza artificiale. Secondo stime di Pantheon Macroeconomics, senza gli investimenti legati all'AI il PIL americano sarebbe cresciuto a un tasso annualizzato di appena lo 0,6% nel primo semestre, la metà del tasso effettivo. Le aziende legate all'AI hanno rappresentato l'80% dei guadagni delle azioni americane nel 2025, con Nvidia, Microsoft e Apple che da sole costituiscono più di un quinto della capitalizzazione di mercato dell'S&P 500.
L'inflazione, temuta dagli economisti, è aumentata ma meno del previsto. Si è mantenuta intorno al 3%, sopra l'obiettivo del 2% della Federal Reserve ma sotto le aspettative di molti economisti. I dazi toccano solo una banda ristretta dei prezzi al consumo, mentre abitazioni e benzina hanno contribuito a mantenere sotto controllo l'inflazione complessiva. Gli economisti prevedono che i prezzi più alti si materializzeranno man mano che le aziende esauriranno le scorte acquistate prima dei dazi.
Otto mesi dopo il "Liberation Day", come Trump ha chiamato l'annuncio dei dazi, né il boom economico promesso dal presidente né il collasso previsto dagli economisti si sono verificati. L'economia ha resistito grazie a fattori esterni come l'AI, mentre il settore manifatturiero che i dazi dovevano proteggere continua a soffrire per gli stessi dazi sui componenti di cui ha bisogno per produrre.