L'elettore antisistema, il vero ago della bilancia della politica americana

Un'analisi del giornalista G. Elliott Morris spiega perché Trump ha vinto nel 2016 e nel 2024, e cosa dovrebbero fare i Democratici per il 2028

L'elettore antisistema, il vero ago della bilancia della politica americana
Official White House Photo by Molly Riley

Non è la classica divisione tra destra e sinistra a decidere le elezioni americane. A fare la differenza, almeno nelle ultime tornate elettorali, è un sentimento diverso: la sfiducia nel sistema. È la tesi centrale di un'analisi pubblicata da G. Elliott Morris, giornalista ed esperto di dati elettorali, che si basa su un nuovo studio accademico dei politologi Christopher Williams e Leon Kockaya.

I due ricercatori hanno esaminato i dati del sondaggio quadriennale American National Election Studies per capire chi ha fatto pendere l'ago della bilancia nel 2016, nel 2020 e nel 2024. La loro conclusione è netta: esiste una categoria di elettori che non si riconosce né a destra né a sinistra, ma che diffida di entrambi i partiti, considera le élite corrotte e pensa che il sistema politico sia truccato a danno della gente comune. Sono gli elettori "antisistema", e quando votano in massa per un candidato, quel candidato vince.

Per misurare il sentimento antisistema, Williams e Kockaya hanno usato quattro domande del sondaggio: quanto ci si fida del governo di Washington, quanti funzionari si ritengono corrotti, se il governo spreca il denaro dei contribuenti e se governa nell'interesse di tutti o di pochi grandi gruppi di potere. A ogni elettore viene assegnato un punteggio da 0 a 1. Nel 2024, il valore medio era 0,72: l'americano medio condivide tre delle quattro posizioni antisistema. In altre parole, la sfiducia nelle istituzioni non è un fenomeno marginale, ma la norma.

Morris osserva che questa sfiducia ha radici concrete. Negli ultimi vent'anni gli americani hanno vissuto la crisi finanziaria del 2008, che ha punito i lavoratori e premiato le banche, guerre costose senza vittorie chiare e un'inflazione che tra il 2021 e il 2024 ha eroso il potere d'acquisto delle famiglie mentre i profitti delle grandi aziende crescevano. La concentrazione della ricchezza tra i 19 americani più ricchi è oggi il doppio di sei anni fa, e la mobilità sociale è peggiorata sensibilmente: un bambino nato nel 1950 in una famiglia con reddito medio aveva il 95% di probabilità di guadagnare più dei genitori al culmine della carriera. Oggi quella percentuale è ben sotto il 50%.

Lo studio di Williams e Kockaya dimostra che il sentimento antisistema è stato un fattore decisivo nelle vittorie di Trump. Nel 2016, gli elettori con il punteggio antisistema più alto avevano una probabilità di votare Trump superiore di 53 punti percentuali rispetto a quelli con punteggio zero, a parità di tutte le altre caratteristiche. Nel 2024 l'effetto si è attenuato ma è rimasto potenzialmente decisivo, con un divario di 36 punti percentuali. Nel 2020, invece, la relazione si è invertita: gli elettori più antisistema hanno votato leggermente di più per Biden, perché le questioni legate al Covid-19 hanno avuto un peso maggiore.

Il punto cruciale, sottolinea Morris, è che essere antisistema non significa essere di destra. Un altro studio del 2021 pubblicato sull'American Journal of Political Science da Joseph Uscinski e colleghi ha dimostrato che gli orientamenti antisistema sono quasi del tutto indipendenti dall'asse destra-sinistra: la correlazione tra i due è appena 0,066, praticamente zero. Molti elettori antisistema hanno posizioni economiche progressiste: sono favorevoli alla redistribuzione, alla spesa sociale e all'intervento dello Stato, ma non si fidano delle istituzioni che dovrebbero realizzare queste politiche. Non a caso, secondo lo studio di Uscinski, nel 2020 molti di loro votarono Bernie Sanders alle primarie democratiche e poi Trump alle elezioni generali.

Morris usa questi dati per ragionare sulle prossime elezioni. Il Partito Democratico, argomenta, è profondamente associato alle istituzioni: funzionari della sanità pubblica, amministratori universitari, burocrati federali, media tradizionali, classe professionale e manageriale. Kamala Harris nel 2024 ha incarnato questa immagine correndo come candidata della continuità, difendendo il bilancio dell'amministrazione Biden e presentandosi come garante responsabile del sistema esistente. Per gli elettori informati e ideologicamente motivati, era una proposta sensata. Per gli elettori antisistema, era esattamente il contrario di ciò che cercavano, indipendentemente dalle loro posizioni politiche.

Guardando al 2028, Morris sostiene che i Democratici dovrebbero tenere conto della dimensione antisistema nella scelta del candidato. Governatori come Gretchen Whitmer e Gavin Newsom, pur essendo politici di talento, sono costruttori di istituzioni per formazione e temperamento, e sono strettamente legati alla classe dei grandi donatori. Il loro messaggio funziona per il 28% circa di americani che si fida del governo federale, ma rischia di non raggiungere gli elettori antisistema decisivi in un'elezione combattuta.

La deputata Alexandria Ocasio-Cortez, nota come AOC, è secondo Morris una delle poche figure democratiche nazionali che occupano in modo credibile sia il quadrante antisistema sia quello progressista. È entrata in politica sconfiggendo alle primarie un veterano del partito, ha criticato con costanza l'influenza delle grandi aziende in entrambi i partiti e prima di fare politica lavorava come barista, non come avvocata d'affari. Morris precisa che non deve essere necessariamente lei la candidata, ma che i Democratici dovrebbero almeno ragionare su cosa significherebbe una campagna antisistema per il 2028.

La conclusione dell'analisi di Morris è che il dibattito interno ai Democratici, se spostarsi al centro per conquistare l'elettore mediano o a sinistra per mobilitare la base, è mal impostato. La vera sfida è competere sulla dimensione antisistema, scegliendo un candidato capace di attrarre quegli elettori che non ragionano in termini di destra e sinistra, ma di sistema contro popolo. Alle elezioni di metà mandato del 2026 potrebbe bastare non essere il partito al governo. Nel 2028, servirà qualcosa di più.

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