Le quattro brutte opzioni di Trump per la guerra in Iran
Secondo un'analisi dell'Economist, il presidente non ha ancora scelto una strategia perché ogni strada presenta rischi enormi: negoziare, ritirarsi, continuare i bombardamenti o intensificare il conflitto
La guerra americana in Iran è entrata nella quarta settimana senza una strategia chiara. Secondo un'analisi pubblicata dall'Economist, il presidente Donald Trump si trova di fronte a quattro opzioni per proseguire il conflitto, ma nessuna garantisce di porre fine alle ostilità né di risolvere la crisi economica che ne è derivata. Il problema di fondo, secondo la testata britannica, è che gli Stati Uniti hanno avviato questa guerra "con una strategia difettosa, a partire dall'incapacità di prevedere che l'Iran avrebbe chiuso lo Stretto di Hormuz".
L'incoerenza della comunicazione presidenziale è il primo elemento che emerge. Venerdì Trump ha dichiarato che la guerra potrebbe essere "vicina alla conclusione" e che gli obiettivi militari erano stati in gran parte raggiunti. Sabato ha dato all'Iran un ultimatum di 48 ore per riaprire lo Stretto, minacciando di "colpire e distruggere le centrali elettriche iraniane, a partire dalla più grande".
La prima opzione è il negoziato, ma l'Economist la giudica la meno probabile. L'Iran, attaccato due volte mentre era impegnato in colloqui con gli americani, è comprensibilmente riluttante ad avviare un nuovo round diplomatico. La leadership iraniana è nel caos: il nuovo leader supremo, Mojtaba Khamenei, non è stato visto in pubblico da quando ha assunto l'incarico il 9 marzo. Non è chiaro nemmeno chi possa parlare a nome del regime. L'Oman, che aveva mediato i due round precedenti, ha irritato i vicini del Golfo con la sua posizione favorevole all'Iran durante il conflitto, e questi insisterebbero per un mediatore alternativo, probabilmente il Qatar. Anche sul merito, le posizioni restano distanti: gli Stati Uniti chiederebbero limiti al programma missilistico iraniano e la fine del sostegno alle milizie arabe, mentre l'Iran chiede risarcimenti di guerra e la chiusura delle basi militari americane nella regione.
La seconda opzione è dichiarare vittoria e ritirarsi. Alcuni consiglieri spingono Trump in questa direzione: potrebbe annunciare che le capacità militari iraniane sono state distrutte, la marina affondata, le fabbriche di missili ridotte in macerie. Secondo l'Economist, sarebbe "l'opzione più trumpiana", quella di vendere una campagna militare inconcludente come una vittoria decisiva. Trump lo fece già a giugno, quando dichiarò che il programma nucleare iraniano era stato "distrutto" dai raid americani, per poi descrivere quello stesso programma come una minaccia otto mesi dopo. Il prezzo della benzina negli Stati Uniti è già salito del 34% in un mese, ma la maggioranza della base repubblicana sostiene ancora la guerra, e concluderla ora darebbe allo shock petrolifero sette mesi per attenuarsi prima delle elezioni di metà mandato a novembre. Restano però problemi gravi: l'Iran conserverebbe circa 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60% e una rinnovata determinazione a trasformarlo in un'arma nucleare. Manterrebbe inoltre il controllo sullo Stretto di Hormuz, abbandonando il principio che per quasi mezzo secolo ha guidato la politica americana in Medio Oriente: garantire il flusso di petrolio dal Golfo Persico. Gli Stati del Golfo sarebbero furiosi. Alcuni funzionari iraniani hanno già ipotizzato di imporre pedaggi alle navi in transito nello Stretto.
La terza strada è continuare con i bombardamenti aerei per altre settimane. Molti funzionari israeliani preferirebbero questa opzione: il capo dell'esercito ha dichiarato che la campagna proseguirà per tutta la Pasqua ebraica, che termina il 9 aprile. Gli attacchi iraniani con missili e droni contro Israele e gli Stati del Golfo sono scesi da quasi mille nel primo giorno di guerra a una media inferiore a cento al giorno. Alcuni falchi a Washington sostengono che poche settimane in più ridurrebbero ulteriormente quel numero o provocherebbero il collasso del regime. Ma l'Economist osserva che "non c'è alcuna garanzia che funzioni". Finché l'Iran riesce a mantenere attacchi sporadici alle navi, può tenere chiuso lo Stretto e negare a Trump una vittoria. Il 21 marzo, due missili balistici hanno colpito il sud di Israele ferendo oltre 160 persone, dopo che i tentativi di intercettarli sono falliti. Nel frattempo i costi economici crescerebbero e gli attacchi iraniani esaurirebbero le scorte di intercettori per la difesa aerea in Israele e nel Golfo.
Resta l'escalation, che il segretario al Tesoro Scott Bessent ha descritto il 22 marzo con la formula "escalare per de-escalare". Trump potrebbe colpire le centrali elettriche iraniane, ordinare ai marines di compiere sbarchi anfibi per conquistare l'isola di Kharg, sede del principale terminale petrolifero iraniano, o le tre isole contese tra Iran ed Emirati Arabi Uniti vicino allo Stretto, oppure inviare commandos per mettere in sicurezza l'uranio arricchito iraniano. I rischi sarebbero enormi. I marines dovrebbero poi difendere le isole sotto costanti attacchi di droni. L'Iran ha già minacciato di colpire le centrali elettriche e gli impianti di desalinizzazione degli Stati del Golfo se gli americani attaccano la sua rete elettrica. L'attacco missilistico balistico iraniano del 18 marzo contro l'impianto di gas naturale liquefatto del Qatar ha causato danni tali che, secondo i funzionari qatarioti, il 3% della fornitura mondiale di gas liquefatto potrebbe restare fuori servizio fino a cinque anni.
Il punto centrale dell'analisi dell'Economist è che nessuna di queste opzioni potrebbe effettivamente concludere la guerra. Trump potrebbe dichiarare vittoria, ma l'Iran potrebbe continuare a tenere chiuso lo Stretto, scommettendo sul fatto che rendere il conflitto ancora più costoso scoraggerà attacchi futuri. Potrebbe proseguire i bombardamenti per settimane e ritrovarsi allo stesso punto. L'escalation non è un fine in sé: conquistare l'isola di Kharg non risolve nulla se l'Iran rifiuta di negoziarne la restituzione. "Avendo iniziato questa guerra", conclude la testata, Trump "non ha un modo facile per finirla".