La Russia è in grado di consegnare il gasolio promesso a Donald Trump, ma l'accordo annunciato dal presidente il 9 ottobre non basterà a far scendere i prezzi prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. È la tesi di Sergey Vakulenko, senior fellow del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino, in un'analisi scritta per il progetto Carnegie Politika e ripubblicata da Meduza. Secondo Vakulenko, senza una tregua sull'energia con l'Ucraina l'intesa resterà più una facciata che un vero aumento del diesel russo sul mercato mondiale. Alle casse di Mosca, inoltre, porterà pochissimo.
La Russia è da anni tra i maggiori esportatori di gasolio del mondo: nel 2025 le sue vendite all'estero valevano circa il 3% dei consumi globali e quasi il 10% dei volumi scambiati a livello internazionale. La guerra in Ucraina e le sanzioni occidentali hanno cambiato le destinazioni più che le quantità, rimaste intorno ai 40 milioni di tonnellate l'anno sia nel 2021 sia nel 2025. Al posto dell'Unione Europea e del Regno Unito sono arrivati la Turchia, il Brasile e i Paesi africani, mentre via terra il gasolio russo raggiunge l'Asia centrale e la Mongolia.
Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno però ridotto drasticamente il margine. Ad aprile la Russia aveva circa 3 milioni di tonnellate di gasolio al mese da esportare, a settembre ne restavano tra 300.000 e 350.000, anche per le oscillazioni stagionali dei consumi e la carenza sul mercato interno. A luglio Mosca ha vietato le esportazioni, salvo quelle previste dagli accordi con l'Asia centrale e la Mongolia, ma secondo i dati di carico delle petroliere tra 1,6 e 1,8 milioni di tonnellate hanno continuato a partire via mare, probabilmente sotto altri codici doganali. Vakulenko ritiene che le autorità lo sapessero e abbiano lasciato fare: la Russia ha pochi depositi per il gasolio e, quando si riempiono, le raffinerie devono rallentare, producendo così anche meno benzina.
Il gasolio per Trump si trova senza fatica
Per questo, secondo l'analista, i volumi promessi a Washington non creeranno grossi problemi a Mosca. Trump ha annunciato 300.000 tonnellate a ottobre, 500.000 a novembre e poi un milione, seguite da altri 3 milioni, per un totale di circa 4,8 milioni di tonnellate, mentre il Tesoro americano ha sospeso le sanzioni sul diesel russo fino ad aprile 2027. La soluzione più semplice, scrive Vakulenko, sarebbe riclassificare il gasolio che già esce dal Paese nonostante il divieto, sufficiente a coprire circa 500.000 tonnellate già a ottobre senza togliere carburante al mercato interno.
Verso la fine dell'inverno, inoltre, i consumi russi possono scendere del 25% rispetto a settembre, liberando fino a un milione di tonnellate al mese. Il 10 ottobre il governo russo ha già revocato in parte il divieto di esportazione: secondo Vakulenko non è un rischio per i consumatori, perché Mosca ha molti strumenti informali per convincere le compagnie a tenere da parte il carburante necessario.
Trump non teme una carenza di gasolio negli Stati Uniti, che ne producono più di quanto ne consumino e restano il primo esportatore mondiale, ma i prezzi alti, che irritano gli elettori a tre settimane dal voto. Per le raffinerie americane è anzi un periodo d'oro: di solito il gasolio costa il 20-30% più del greggio, ora costa il doppio e la differenza finisce nei loro conti. Il resto dell'economia invece ne soffre, dagli autotrasportatori all'agricoltura fino ai consumi, così chi ci perde è molto più numeroso di chi ci guadagna. Poiché negli Stati Uniti non esistono divieti né dazi sull'esportazione di gasolio, i prezzi interni si allineano a quelli mondiali e l'unico modo per abbassarli è aumentare l'offerta globale.
La strada più efficace, secondo Vakulenko, sarebbe sbloccare lo Stretto di Hormuz e le forniture di Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Trump però non riesce a ottenere una vittoria rapida sull'Iran, mentre una pace alle condizioni di Teheran gli costerebbe altro prestigio e consenso: per questo si è rivolto alla guerra tra Russia e Ucraina. La domanda di petrolio e derivati è rigida, quindi anche una piccola riduzione della carenza può far scendere i prezzi. Le 300.000 tonnellate di ottobre restano però poche per un mercato da 120 milioni di tonnellate al mese, di cui 30 scambiati a livello internazionale, mentre prima del 3 novembre non ne arriveranno altre.
Neppure l'annuncio dei volumi futuri sta spostando le aspettative, perché gli operatori sanno già che la Russia esporta tutto il gasolio che può, anche perché non avrebbe dove stoccarlo. Secondo una stima di Goldman Sachs riportata dalla CNBC, la prima tranche ridurrebbe i prezzi all'ingrosso di appena 1-2 dollari al barile, mentre l'intero accordo equivale a circa 10 giorni di consumi americani. Il mercato cambierebbe idea solo se la capacità di raffinazione russa potesse tornare dagli attuali 3,8-4 milioni di barili al giorno a 5,5 milioni. Per riuscirci l'Ucraina dovrebbe smettere di attaccare le raffinerie, una concessione che secondo Vakulenko Kyiv difficilmente farà, perché quegli attacchi sono una delle poche leve che ha per costringere Mosca ad allentare la pressione.
A Mosca restano poche decine di milioni al mese
Sulla carta l'accordo vale circa 7 miliardi di dollari ai prezzi attuali, per circa 5 milioni di tonnellate in 6 mesi, quasi la metà di quanto la Russia ha incassato ad agosto dall'export di petrolio e derivati. Contarli come guadagno sarebbe però un doppio conteggio, scrive Vakulenko, perché quel gasolio sarebbe stato venduto comunque, sia pure a condizioni peggiori. Mosca ci guadagna solo se si riducono gli sconti imposti dalle sanzioni, che sul diesel non erano grandi: le vendite in Brasile rendono meno di quelle in Europa soprattutto per i costi di trasporto, che restano alti perché le sanzioni europee sono ancora in vigore.
Senza quelle americane la Russia potrà usare navi esterne alla flotta ombra, ma non quelle degli armatori europei. Nel migliore dei casi il guadagno è di 30-40 dollari a tonnellata, qualche decina di milioni al mese, che andrà alle compagnie e solo in piccola parte al bilancio statale. Paradossalmente il bilancio russo ci guadagnerebbe se il prezzo del diesel scendesse. Il fisco russo non beneficia, infatti, dei prezzi più alti dei carburanti esportati, a differenza di quanto accade con il greggio attraverso la tassa sull'estrazione.
Anzi, più il carburante costa all'estero, più lo Stato deve versare alle compagnie attraverso il cosiddetto meccanismo di smorzamento, il sussidio che le compensa perché vendano in patria a prezzi regolati. Un effetto reale sui prezzi, in sintesi, passerebbe soltanto da una vera tregua degli attacchi sulle raffinerie, cioè proprio dalla concessione che Trump intende imporre a Zelensky e che Kyiv considera una delle sue ultime leve di pressione su Mosca.
