La rivista "The Nation" candida la città di Minneapolis al premio Nobel per la Pace 2026

La storica testata progressista americana ha presentato la candidatura della città del Minnesota per il riconoscimento 2026, dopo le proteste pacifiche contro le operazioni federali dell'immigrazione.

La rivista "The Nation" candida la città di Minneapolis al premio Nobel per la Pace 2026

I redattori della rivista americana The Nation hanno formalmente candidato la città di Minneapolis e i suoi abitanti al Premio Nobel per la Pace 2026. La candidatura, indirizzata al Comitato norvegese per il Nobel, riconosce la resistenza pacifica della città contro quelle che la testata progressista americana definisce come le violazioni dei diritti umani compiute dalle autorità federali statunitensi durante operazioni di controllo dell’immigrazione in città.

Nella loro dichiarazione ufficiale, gli editori sottolineano che sarebbe la prima volta, nella storia del Premio istituito nel 1901, che una città viene proposta per questo riconoscimento. Tradizionalmente, il Nobel per la Pace è stato infatti assegnato a singoli individui o a organizzazioni. The Nation, che nel corso degli anni ha annoverato nel proprio comitato editoriale anche figure di primo piano insignite del Nobel, tra cui il reverendo Martin Luther King Jr., ritiene tuttavia che Minneapolis abbia non solo soddisfatto, ma addirittura superato gli standard del Comitato nella promozione di "democrazia e diritti umani" e nell’impegno a favore di "un mondo meglio organizzato e più pacifico".

Gli eventi all’origine della candidatura risalgono al dicembre 2025, quando il presidente Donald Trump e la sua Amministrazione hanno dispiegato a Minneapolis migliaia di agenti armati e mascherati dell’Agenzia per l’Immigrazione (ICE) e della Polizia di Frontiera (Border Patrol). La città, multirazziale e multietnica, con quasi 430.000 abitanti, sarebbe stata — secondo l'annuncio della candidatura — teatro di operazioni mirate contro diverse comunità di immigrati, con un conseguente clima diffuso di paura e insicurezza.

Il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha dichiarato alla fine di gennaio che l’operazione federale è stata "più una tragica opera di intimidazione nei confronti delle persone che una questione di sicurezza" e ha accusato le autorità di "discriminare i suoi abitanti esclusivamente sulla base dell’etnia". Secondo The Nation, i residenti avrebbero subito numerosi abusi, tra cui molestie, detenzioni, espulsioni e lesioni personali.

Gli episodi più gravi, che hanno scosso l’opinione pubblica americana e internazionale, riguardano ovviamente le uccisioni di due residenti di Minneapolis da parte di agenti federali: la poetessa e madre di tre figli Renee Nicole Good e l’infermiere di terapia intensiva Alex Jeffrey Pretti. Le loro morti hanno suscitato un’ondata di indignazione collettiva e di proteste, riaccendendo il dibattito sulla condotta delle forze federali.

In risposta a questi eventi, funzionari eletti, leader religiosi e rappresentanti sindacali di Minneapolis e del Minnesota hanno promosso forme di protesta non violenta, richiamandosi ai diritti garantiti dalla Costituzione degli Stati Uniti, che tutela la libertà di riunione e il diritto di petizione per ottenere riparazione delle ingiustizie. La popolazione di Minneapolis e delle comunità vicine ha aderito con manifestazioni pacifiche di massa, portando decine di migliaia di persone nelle strade nonostante il freddo intenso. Le proteste hanno unito la richiesta di ritiro degli agenti federali dalla città a cori come:

"Niente odio, niente paura… gli immigrati sono i benvenuti qui".

I residenti hanno inoltre dato prova di forte solidarietà reciproca, prendendosi cura dei vicini presi di mira a causa del colore della pelle o della lingua parlata. Molti hanno consegnato generi alimentari a chi temeva di uscire di casa e fornito sostegno economico a coloro che non hanno potuto lavorare a causa delle operazioni federali, ritenute da critici e cittadini lesive dei diritti fondamentali e della dignità delle persone coinvolte.

Nella dichiarazione di candidatura, The Nation afferma che, attraverso tutti questi atti di coraggio e solidarietà, la popolazione di Minneapolis ha sfidato una cultura di paura, odio e brutalità che — secondo la rivista — continua a segnare non solo gli Stati Uniti, ma anche molti altri Paesi. La resistenza non violenta dei cittadini, si legge ancora, ha catturato l’attenzione e l’immaginazione sia a livello nazionale sia internazionale.

A questo proposito, la vedova di Renee Nicole Good ha dichiarato: "Loro hanno le pistole, noi abbiamo i fischietti". Quei fischietti, utilizzati dai residenti per avvisarsi a vicenda in caso di pericolo, hanno assunto un significato simbolico più ampio: per molti rappresentano un richiamo collettivo contro la violenza esercitata da istituzioni che prendono di mira in modo ingiusto e irresponsabile i propri cittadini.

Gli editori della rivista citano ampiamente Martin Luther King Jr., che fu corrispondente per i diritti civili di The Nation dal 1961 al 1966. Quando ricevette il Premio Nobel per la Pace nel 1964, King affermò che il riconoscimento apparteneva a coloro che si muovono "con determinazione e un maestoso disprezzo per rischi e pericoli per stabilire un regno di libertà e una regola di giustizia". Egli riteneva essenziale dimostrare che "la non violenza non è una passività sterile, ma una potente forza morale capace di produrre trasformazione sociale". Il 10 dicembre 1964, ricevendo il Premio Nobel ad Oslo, dichiarò inoltre:

"Prima o poi tutte le persone del mondo dovranno trovare un modo per vivere insieme in pace, trasformando questa imminente elegia cosmica in un salmo creativo di fratellanza".

The Nation conclude la candidatura affermando che la popolazione di Minneapolis ha incarnato proprio quell’amore e quella forza morale evocati da King. Per questo motivo, i redattori dichiarano di essere orgogliosi di proporre la città e i suoi abitanti per il Premio Nobel per la Pace.

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