La guerra in Iran sta indebolendo Trump
Secondo l'Economist, il conflitto erode i tre superpoteri politici del presidente: il controllo della realtà, la capacità di fare leva sugli altri e il dominio sul Partito Repubblicano. E il conto alla pompa di benzina lo pagano soprattutto gli elettori degli Stati rossi.
L'Economist dedica la copertina e un'analisi approfondita alla guerra contro l'Iran lanciata dal presidente Trump, sostenendo che il conflitto sta sistematicamente smontando i pilastri su cui si regge il suo potere politico. La tesi del settimanale britannico è netta: anche una guerra breve cambierà la traiettoria del secondo mandato, ma "una che duri mesi potrebbe farlo precipitare".
Secondo l'Economist, Trump possiede tre superpoteri politici: la capacità di imporre la propria versione della realtà, l'uso spregiudicato della leva negoziale e il controllo sul Partito Repubblicano. La guerra in Iran li sta erodendo tutti e tre. Il presidente insiste di aver già trionfato, ma "la guerra racconta una verità tutta sua": nonostante la distruzione di infrastrutture e l'uccisione di leader iraniani, il regime sopravvive e i circa 400 chilogrammi di uranio quasi pronto per una bomba restano in circolazione.
L'Iran, scrive il settimanale, sta combattendo una guerra parallela contro l'industria energetica globale. Colpendo le navi nello Stretto di Hormuz e le infrastrutture dei Paesi vicini, Teheran sta ottenendo risultati concreti: il prezzo del petrolio Brent ha superato i 110 dollari al barile il 18 marzo, dopo un attacco missilistico iraniano contro un hub del gas naturale in Qatar. Il tempo, sostiene l'Economist, gioca a favore dell'Iran: gli Stati Uniti e Israele esauriranno gradualmente gli obiettivi da colpire e le batterie di intercettori, mentre l'Iran dispone ancora di molti droni. Se il traffico nello Stretto resta bloccato fino a fine aprile, il prezzo del petrolio potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile.
Sul fronte della leva negoziale, il settimanale osserva che gli altri Paesi hanno imparato a resistere alle pressioni di Trump. Quando il presidente ha chiesto agli alleati di aiutare a riaprire lo Stretto, avvertendo che la NATO avrebbe avuto "un futuro molto negativo" in caso di rifiuto, questi hanno declinato. Trump ha rapidamente cambiato versione, "facendo finta di non aver mai avuto bisogno di aiuto". L'Iran nel frattempo accumula leva: ha segnalato che concederà il passaggio sicuro nello Stretto alle navi di Paesi amici, usando l'accesso come strumento di trattativa. Potrebbe chiedere la revoca delle sanzioni, l'abbandono di alcune basi americane in Medio Oriente o un freno a Israele.
Il terzo superpotere in crisi è il controllo sul partito. Trump era stato eletto promettendo di risparmiare agli elettori guerre e inflazione. Finora tredici militari americani sono morti, il prezzo medio della benzina ha raggiunto i 3,88 dollari al gallone contro i 3,11 dell'insediamento e quello del diesel è salito a 5,09 dollari dai 3,72 iniziali. Il sostegno repubblicano alla guerra c'è ancora ma si sta indebolendo. Una frangia rumorosa del movimento MAGA, con in testa Tucker Carlson, parla apertamente di tradimento. In privato, scrive l'Economist, "molti repubblicani eletti sono furiosi" per il disprezzo di Trump verso la strategia e la sua presunzione di saperne più degli esperti. Le probabilità che i repubblicani perdano il controllo della Camera alle elezioni di metà mandato di novembre sono ora considerate alte, e quelle di perdere anche il Senato sono salite di dieci punti, attestandosi intorno al 50%.
L'Economist analizza nel dettaglio l'impatto economico sugli elettori. I prezzi del carburante sono aumentati di oltre il 20% in tutti gli Stati in bilico. Il dato è politicamente esplosivo perché, come ricorda il settimanale, quando i prezzi del carburante salgono gli elettori tendono a votare contro il presidente in carica: Gerald Ford, Jimmy Carter e George H.W. Bush persero tutti le elezioni dopo impennate del petrolio. In più, l'aumento colpisce di più gli Stati repubblicani, dove le tasse sulla benzina tendono a essere più basse e quindi il prezzo finale risente maggiormente dei rialzi del greggio. Giovani e latinos, due gruppi che nel 2024 avevano votato in massa per Trump, spendono una quota maggiore del loro reddito in carburante rispetto al resto degli americani.
L'Economist raccoglie anche le opinioni di analisti ed esperti. Victoria Coates della Heritage Foundation, un think tank vicino a Trump, ha dichiarato al settimanale che "se coopereranno, saranno risparmiati", riferendosi agli iraniani, e che nel medio termine la guerra rafforzerà il potere americano dimostrando che il presidente è disposto a usare la forza. Matthew Kroenig dell'Atlantic Council, ex consigliere del segretario di Stato Marco Rubio, ha sostenuto che il conflitto avrà messo indietro "di anni" i programmi di armamento iraniani, aggiungendo di non ritenere che la situazione possa trasformarsi in "un pantano". Kori Schake dell'American Enterprise Institute, altro think tank conservatore, ha invece attribuito il rifiuto degli alleati di aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo Stretto di Hormuz al "transazionalismo punitivo" di Trump, definendolo "una parte importante della ragione" per cui "nessuno è disposto" ad aiutare. Kurt Volker, ex inviato di Trump in Ucraina, ha detto all'Economist che il presidente credeva di poter replicare il blitz in Venezuela, una questione di "tre ore e hai finito", e che ora si trova "in una posizione orribile" perché i droni iraniani sono economici da produrre e costosi da abbattere.
La conclusione dell'Economist è una messa in guardia: "La politica di Trump dipende dalla forza che viene dal vincere. Se sembrerà un perdente, aspettatevi che cerchi vendetta. Un presidente più debole potrebbe diventarne uno più pericoloso". Il settimanale elenca le possibili reazioni: abbandonare la NATO, scaricare l'Ucraina per punire l'Europa, pretendere denaro da Giappone e Corea del Sud per la loro difesa, adottare posizioni massimaliste sui dazi. Sul fronte interno, Trump ha già appoggiato l'idea di revocare le licenze di trasmissione ai media critici sulla guerra, potrebbe intensificare lo scontro con la Federal Reserve e inviare agenti per l'immigrazione in più città governate dai democratici.