La guerra in Iran sta diventando un grosso problema per Trump
Il conflitto fa crollare i consensi del presidente, viola le sue promesse elettorali e rischia di trascinare l'economia mondiale in recessione. I sondaggi mostrano un'opposizione trasversale, anche tra i repubblicani.
Donald Trump ha vinto le elezioni del 2024 con due promesse: non coinvolgere gli Stati Uniti in nuove guerre e abbassare i prezzi. Cinque settimane dopo l'inizio del conflitto con l'Iran, il 28 febbraio 2026, entrambe le promesse sono infrante. Il prezzo medio della benzina è salito del 42%, da 2,90 a 4,13 dollari al gallone (0,66 euro al litro e 0,94 euro al litro), e i sondaggi registrano un'opposizione alla guerra che non ha precedenti nella storia recente delle operazioni militari americane.
Solo il 38,6% degli americani sostiene il conflitto in Iran, contro il 54,1% che lo disapprova. Secondo la media ponderata di Nate Silver, il tasso di approvazione netto della guerra è di -15,5 punti, mentre in quella di FiftyPlusOne l'approvazione è addirittura negativa di 27 punti. Il sondaggio più recente della CNN, condotto dall'istituto SSRS tra il 26 e il 30 marzo, mostra che il 66% disapprova l'azione militare, con un'opposizione salita di 13 punti al 43% rispetto al sondaggio condotto nei primi giorni di guerra. Solo il 34% approva la decisione di intervenire. Il confronto con il passato è impietoso: nei primi giorni dell'invasione dell'Iraq nel 2003, il 59% degli americani riteneva che la guerra valesse il costo in vite umane e risorse. Oggi, per l'Iran, la percentuale è del 29%.
La questione centrale per il futuro politico di Trump è che l'opposizione non arriva solo dai democratici, ormai quasi unanimi nel disapprovare il conflitto (94%), o dagli indipendenti (74% contrari). La frattura attraversa il Partito Repubblicano stesso. Secondo il sondaggio CNN/SSRS, il 28% dei repubblicani disapprova l'azione militare. Sull'ipotesi di inviare truppe di terra, che il presidente ha lasciato come opzione aperta, il 51% dei repubblicani è contrario, secondo i sondaggi del sito FiftyPlusOne. Persino tra i repubblicani che si identificano con il movimento MAGA, l'invio di soldati incontra più opposizione (32%) che sostegno (25%), secondo la CNN. I repubblicani non-MAGA, quelli che avevano dato a Trump la vittoria nel 2024, sono passati in poche settimane da un saldo positivo di 25 punti a favore della guerra a un saldo negativo di 23 punti.
Il gradimento complessivo di Trump è sceso sotto il 40% nella nostra media, attestandosi al 38,9%. Ma è sui singoli temi che il quadro si fa più allarmante per la Casa Bianca. Il gradimento sulla gestione dei prezzi e dell'inflazione ha toccato il minimo storico a meno 33, il dato peggiore del suo secondo mandato e vicino ai minimi raggiunti da Joe Biden. La gestione dell'Iran, che dopo i bombardamenti della scorsa estate era a meno 7, è precipitata a meno 27. Solo il 33% degli americani ritiene che Trump abbia un piano chiaro per gestire la situazione in Iran.
La dinamica dei prezzi della benzina aggiunge una dimensione economica al problema politico. Come ha mostrato un'analisi del New York Times, esiste una correlazione storica tra il prezzo alla pompa e il gradimento presidenziale: dalla crisi energetica di Jimmy Carter nel 1979 al crollo di George W. Bush nel 2008, la benzina cara ha regolarmente eroso il consenso dei presidenti in carica. La polarizzazione ha reso i tassi di approvazione presidenziale più stabili negli ultimi quindici anni, ma la velocità dell'aumento attuale, oltre un dollaro in poche settimane, potrebbe cambiare le cose: nel febbraio scorso, durante il discorso sullo stato dell'Unione, Trump si vantava di una benzina sotto i 2,30 dollari. Oggi in alcuni stati supera i 5 dollari al gallone, in alcune contee i 6.
Il rischio non è solo americano. Un'analisi del Fondo Monetario Internazionale ha concluso che qualunque scenario legato al conflitto porta a prezzi più alti e crescita più lenta. I paesi poveri importatori di energia in Africa, Asia e America Latina sono i più vulnerabili, con un rischio concreto di insicurezza alimentare. Anche l'Europa, già colpita dallo shock energetico della guerra in Ucraina, affronta una situazione peggiore degli Stati Uniti. La società di ricerca Capital Economics ha assegnato una probabilità di due terzi a una rapida conclusione del conflitto e a un ritorno alla normalità dei flussi petroliferi, ma nello scenario avverso prevede recessioni in diverse regioni del mondo. La Federal Reserve, da parte sua, ha congelato i tassi di interesse in attesa di capire l'impatto inflazionistico della guerra, mentre la possibilità di un rialzo è aumentata.
Lo Stretto di Hormuz resta il nodo strategico irrisolto. L'Iran ha dimostrato di poter controllare il passaggio attraverso cui transita un quinto del petrolio e del gas naturale mondiali. L'esperto di politica iraniana Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University, ha dichiarato a New York Magazine che lo Stretto è diventato per Teheran più importante del programma nucleare: non offriva deterrenza reale, mentre il controllo della via d'acqua è l'unica ragione per cui l'Iran sta sopravvivendo a questo conflitto. Secondo Nasr, Trump si trova di fronte a tre opzioni: abbandonare il campo lasciando il conflitto irrisolto, escalare con un'invasione terrestre, oppure negoziare. Nel discorso di mercoledì sera dalla Casa Bianca, il presidente ha detto che nel giro di due o tre settimane gli Stati Uniti avrebbero raggiunto i loro obiettivi militari, ma ha anche dichiarato che toccherà ad altri paesi riaprire lo Stretto di Hormuz. Dopo questa dichiarazione, i prezzi del petrolio sono saliti dell'8%.
La media dei sondaggi sul voto per il Congresso in vista delle elzioni di metà mandato dà i democratici in vantaggio di circa sei punti. I dati Gallup sull'identificazione per partito mostrano un vantaggio democratico di dieci punti, un ribaltamento rispetto al 2024. Nelle elezioni suppletive tenute finora, i democratici hanno superato i loro margini del 2020 di nove punti in media. I dati storici sulla relazione tra gradimento presidenziale e risultato delle midterm mostra che il vantaggio democratico potrebbe crescere ulteriormente, perché un presidente a meno 17 punti netti di gradimento produce storicamente un distacco maggiore di quello attualmente registrato nei sondaggi generici. Con un vantaggio democratico tra i sette e i nove punti, stati come Texas, Ohio e Florida diventerebbero competitivi, non solo quelli tradizionalmente in bilico.
Trump ha costruito la sua immagine politica sulla promessa di un'economia forte e dell'assenza di nuove guerre. La guerra in Iran ha demolito entrambi i pilastri. Il paradosso è che il presidente sembra consapevole dell'importanza dei sondaggi. Ma sui numeri che contano, quelli degli indipendenti e dei repubblicani moderati, la traiettoria è inequivocabilmente negativa. È molto più facile perdere un sostenitore che convincere un oppositore. E una volta perso il consenso, Trump storicamente non lo recupera.