La guerra in Iran allontana Trump dall'Asia e avvicina la Cina ai suoi obiettivi
Il presidente rinvia il vertice con Xi Jinping a metà maggio. Pechino osserva in silenzio mentre gli Stati Uniti spostano risorse militari dal Pacifico al Medio Oriente
Tre presidenti americani sono entrati alla Casa Bianca promettendo di concentrarsi sulla Cina. Tutti e tre hanno finito per impantanarsi in Medio Oriente. Donald Trump non fa eccezione: la guerra contro l'Iran, iniziata il 28 febbraio insieme a Israele, ha fatto saltare i piani di un vertice con Xi Jinping previsto tra fine marzo e inizio aprile. L'incontro si terrà a Pechino il 14 e 15 maggio, ha annunciato la Casa Bianca mercoledì. Trump e la first lady Melania ospiteranno poi Xi e la moglie Peng Liyuan a Washington in una data ancora da definire.
Il rinvio di circa sei settimane è il segnale più evidente di come la guerra in Iran stia ridisegnando le priorità della politica estera americana. Trump per settimane aveva presentato il vertice di Pechino come un appuntamento decisivo per discutere di commercio, difesa e diplomazia. Il 17 marzo ha cambiato rotta: meglio restare a Washington per seguire le operazioni militari. Alla domanda di un giornalista se l'Iran fosse diventato un problema più grande della Cina, ha risposto: "L'Iran per me è solo un'operazione militare. Una cosa che era in gran parte finita in due o tre giorni". La realtà racconta altro: il Pentagono ha chiesto un bilancio supplementare di 200 miliardi di dollari, un segnale che il conflitto potrebbe durare molti mesi.
La decisione di entrare in guerra contraddice la strategia di sicurezza nazionale della stessa amministrazione Trump. Il documento, pubblicato a dicembre, stabiliva che il tradizionale focus americano sul Medio Oriente "sarebbe diminuito" a favore dell'emisfero occidentale e dell'area Asia-Pacifico. In particolare, gli Stati Uniti avrebbero dovuto sfidare la Cina sul commercio e rafforzare la deterrenza militare lungo la "prima catena di isole", la fascia che va dal Giappone alle Filippine fino a Taiwan. Elbridge Colby, oggi sottosegretario alla Difesa, aveva scritto un libro sulla necessità di una "strategia di negazione" centrata su Taiwan e aveva criticato lo spreco di risorse in Ucraina e Medio Oriente, mettendo in guardia contro un "conflitto significativo" con l'Iran. Ora quegli stessi funzionari, un tempo chiamati "prioritizers", sostengono pubblicamente la guerra voluta dal presidente.
Gli effetti sugli equilibri in Asia si vedono già. Gli Stati Uniti stanno spostando verso il Medio Oriente un gruppo d'attacco di portaerei, fino a 2.500 Marines da Okinawa, componenti del sistema antimissile THAAD dalla Corea del Sud e missili intercettori Patriot dall'Asia. Nei primi due giorni di guerra le forze americane hanno consumato munizioni per un valore stimato di 5,6 miliardi di dollari, e potrebbero servire anni per ricostituire le scorte. Zack Cooper, studioso di strategia americana in Asia all'American Enterprise Institute, ha dichiarato al New York Times che "la guerra in Iran dimostra quanto sia difficile per gli Stati Uniti concentrarsi sull'Asia", aggiungendo che la situazione "spingerà alcuni Paesi a diversificare le proprie alleanze e potrebbe incoraggiare la Cina nel medio-lungo termine".
Pechino osserva con un silenzio calcolato. A differenza della maggior parte dei leader del G20, Xi Jinping non ha commentato il conflitto. La Cina può permettersi questa posizione per diverse ragioni, come riporta Bloomberg: mentre gli Stati Uniti puntavano sui combustibili fossili, estraendo più petrolio che mai e chiudendo parchi eolici offshore, Xi ha accelerato sulle rinnovabili. Circa metà delle nuove auto vendute in Cina sono elettriche, il che riduce la vulnerabilità al prezzo del petrolio. E Pechino ha ancora il carbone come riserva strategica. Nel breve periodo la guerra conviene a Xi: le sanzioni americane su petrolio russo e iraniano, che la Cina ha sempre denunciato come "egemoniche", si stanno allentando; la potenza militare americana è stata messa in difficoltà dai droni; gli alleati di Washington hanno ignorato la richiesta di Trump di inviare forze nel Golfo.
Eppure la situazione non è priva di rischi per Pechino. L'aumento del prezzo del petrolio danneggia le fabbriche cinesi, motore di un'economia ancora squilibrata. Le aziende cinesi hanno investimenti consistenti in tutto il Medio Oriente che non vogliono veder distrutti. Non a caso i diplomatici cinesi hanno iniziato a muoversi, esortando l'Iran a "cogliere ogni opportunità di pace". Yun Sun, studiosa dello Stimson Center in visita in Cina, ha detto al New York Times che "la valutazione prevalente a Pechino è che il presidente Trump abbia calcolato male l'esito della guerra prima di lanciarla". La Cina preferisce non farsi coinvolgere direttamente e non sta discutendo l'invio di forze militari nella regione, come Trump aveva chiesto.
Prima ancora della guerra, l'approccio di Trump alla Cina aveva sollevato dubbi tra funzionari americani in carica e non. A differenza di Joe Biden, Trump chiama Xi "un ottimo amico" e raramente menziona gli avanzamenti militari e tecnologici cinesi o la situazione dei diritti umani. La sua amministrazione ha revocato i controlli sulle esportazioni di chip semiconduttori avanzati verso la Cina e, secondo il New York Times, ha ritardato una vendita di armi a Taiwan da 13 miliardi di dollari già approvata dal Congresso per non compromettere il vertice di Pechino. I dazi sui prodotti cinesi, annunciati con clamore, sono stati congelati dopo che Pechino ha minacciato di bloccare le esportazioni di minerali critici lavorati verso gli Stati Uniti.
Ryan Hass, studioso della Brookings Institution ed ex diplomatico in Cina, ha spiegato al New York Times che "il prolungarsi della guerra con l'Iran costringerà Trump a giocare con una mano più debole con Pechino", perché "ha semplicemente meno spazio per minacciare credibilmente un'escalation se le sue richieste non vengono soddisfatte". R. Nicholas Burns, ambasciatore in Cina durante l'amministrazione Biden, ha osservato che "la credibilità della Cina come alleata dell'Iran e del Venezuela è stata messa in discussione", dato che Pechino "non ha messo in campo nulla che si avvicini a una risposta diplomatica efficace per difendere nessuno dei due".
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, interrogata sul fatto che il nuovo calendario del viaggio in Cina significhi che la guerra sarà conclusa entro metà maggio, ha risposto: "Abbiamo sempre stimato circa quattro-sei settimane, potete fare il calcolo".