La guerra commerciale di Trump non ha mantenuto le promesse
La Corte suprema ha annullato la maggior parte dei dazi imposti dall'amministrazione Trump. Ma al di là della sentenza, i numeri mostrano già un bilancio negativo.
La Corte suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi la maggior parte dei dazi imposti dal presidente Trump, stabilendo che la legge usata come base giuridica non conferiva all'esecutivo il potere di imporli. La sentenza ha eliminato i dazi paese per paese, che rappresentavano circa il 73% del totale degli introiti generati dalla guerra commerciale. Trump ha risposto invocando un'altra norma per mantenere un dazio base del 10% sulle importazioni, ma restano dubbi sulla tenuta legale anche di questa mossa. Al di là della sentenza, però, vale la pena fermarsi a guardare cosa hanno prodotto concretamente questi dazi in oltre un anno di applicazione.
L'obiettivo dichiarato dell'amministrazione era triplice: riportare la produzione manifatturiera negli Stati Uniti, creare posti di lavoro nel settore operaio e ridurre il deficit commerciale. Su tutti e tre i fronti, i risultati sono stati deludenti. Il settore manifatturiero americano continua a perdere posti di lavoro, a cui si aggiunge un calo dell'occupazione nei trasporti e nella logistica. Anche l'edilizia, che aveva registrato una crescita, ha rallentato. Per un'amministrazione che ha costruito parte del suo consenso politico sui lavoratori manuali, si tratta di un dato particolarmente negativo.
Sul fronte dei prezzi, i dazi hanno contribuito a spingere verso l'alto il costo dei beni. Nell'ultimo anno i prezzi dei prodotti importati sono aumentati di oltre l'1,7%, con i beni durevoli, come elettrodomestici e automobili, in crescita del 2,1%. Può sembrare poco rispetto all'ondata inflazionistica del 2021-2022, quando i prezzi salivano oltre il 6% annuo, ma il confronto inganna. I prodotti manifatturieri tendono storicamente a diventare più economici nel tempo, quindi una crescita del 2% equivale in realtà a uno scostamento di 3-4 punti percentuali rispetto alla norma. L'inflazione sui beni durevoli corre oggi più veloce di qualsiasi momento registrato tra il 1994 e il 2020. A pagare il conto, secondo l'analisi di Apricitas Economics, sono stati soprattutto i consumatori americani, non i paesi esportatori.
I dazi avrebbero dovuto innescare anche un boom di investimenti nella costruzione di fabbriche sul territorio nazionale. Non è andata così. La costruzione di impianti produttivi è calata durante tutto il mandato, in parte perché si sono conclusi i progetti finanziati da leggi precedenti come il CHIPS Act. L'unico settore dove gli investimenti sono davvero esplosi è quello dei computer e dei data center, che però sono rimasti completamente esclusi dai dazi.
Anche il deficit commerciale, che i dazi del cosiddetto "Liberation Day" avrebbero dovuto correggere, ha raggiunto nel 2025 un nuovo record storico, superando i mille miliardi di dollari anche tenendo conto dell'inflazione. All'inizio dell'anno le importazioni erano aumentate bruscamente, perché le aziende si erano affrettate a fare scorte prima dell'entrata in vigore dei dazi. Il calo registrato nei trimestri successivi non ha compensato questo picco iniziale, e in parte riflette semplicemente una riduzione delle importazioni di farmaci, che sono rimasti esenti dai dazi ma sembravano a rischio all'inizio del 2025.

A tutto questo si aggiunge l'instabilità cronica della politica commerciale americana. Le minacce di Trump si sono susseguite senza sosta, spesso contraddette o ritirate nel giro di giorni: dazi al 100% sul Canada annunciati e mai applicati, pressioni sulla Svizzera per ottenere concessioni, accordi con Regno Unito, Unione europea e Giappone già messi in discussione. Questa imprevedibilità ha reso difficile per le imprese pianificare investimenti e per i partner commerciali capire a quali regole attenersi. Con la sentenza della Corte suprema, alcune delle misure più estreme sono cadute. Ma l'incertezza che ha caratterizzato il primo anno della seconda amministrazione Trump, secondo Apricitas Economics, è tutt'altro che risolta.