Il Senato conferma Kevin Warsh alla guida della Fed

La sua nomina è stata approvata con 54 voti a favore e 45 contrari, e sostituirà Jerome Powell dal 15 maggio. Trump pretende tassi più bassi, ma l’inflazione legata alla guerra in Iran complica la decisione della Banca Centrale.

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Il Senato conferma Kevin Warsh alla guida della Fed

Il Senato degli Stati Uniti ha confermato Kevin M. Warsh alla presidenza della Federal Reserve con 54 voti a favore e 45 contrari. Si apre così una fase delicata per il futuro della Banca Centrale americana, in questi due anni più volte attaccata dal presidente Donald Trump per non aver tagliato i tassi di interesse con la rapidità richiesta dalla Casa Bianca.

Warsh, nominato dallo stesso Trump, prenderà ora il posto di Jerome H. Powell, il cui mandato da presidente scade il 15 maggio. Quasi tutti i democratici hanno votato contro la sua nomina, con una sola eccezione, quella del senatore John Fetterman della Pennsylvania. Il timore, tra i democratici, è che il nuovo presidente possa cedere alle pressioni politiche e indebolire la tradizionale autonomia della Fed dal potere politico.

Trump ha già cercato di attaccare quell’autonomia in più occasioni. Ha tentato (finora senza successo) di rimuovere Lisa D. Cook, governatrice della Fed, sulla base di accuse non provate di frode ipotecaria. Il suo caso è ora davanti alla Corte Suprema, che dovrebbe pronunciarsi entro luglio. Il presidente ha anche insultato Powell, minacciato di licenziarlo e sostenuto un’indagine penale nei suoi confronti da parte del Dipartimento di Giustizia sulla ristrutturazione della sede della Banca Centrale.

Il caso Powell e il “cambio di tono”

Proprio quell’inchiesta è stata uno dei principali ostacoli alla conferma di Warsh. Thom Tillis, senatore repubblicano della North Carolina e membro della Commissione Banche, aveva promesso di bloccare ogni nomina alla Fed finché le cause legali contro Powell non fossero state ritirate. A fine aprile la procuratrice federale per il District of Columbia, Jeanine Pirro, ha fatto un passo indietro, pur lasciando aperta la possibilità di riaprire il dossier. Tanto è bastato a convincere Tillis a rimuovere il blocco, ma non per rassicurare Powell.

“Temo che questi attacchi stiano logorando l’istituzione della Banca Centrale e mettano a rischio ciò che davvero conta per i cittadini: la capacità di condurre la politica monetaria senza tenere conto di fattori politici”, ha dichiarato Powell nella sua ultima conferenza stampa da presidente. Il mese scorso ha annunciato che resterà alla Fed come governatore fino al gennaio 2028, promettendo di tenere un “basso profilo”. Ma la sua presenza continuerà a pesare, soprattutto perché Warsh ha già annunciato un “cambio di tono” in arrivo alla Banca Centrale.

Veterano di Wall Street ed ex governatore della Fed dal 2006 al 2011, Warsh vuole infatti rivedere il portafoglio di titoli di Stato e mutui detenuto dalla Banca Centrale americana, ripensare i dati con cui la Fed interpreta l’economia e cambiare anche il modo in cui vengono comunicate le decisioni future. Prima, però, dovrà costruirsi una credibilità da presidente indipendente. Durante l’audizione di conferma, i democratici lo hanno definito un “burattino” di Trump. Lui ha respinto l’accusa, ma a complicargli il compito restano le parole dello stesso presidente, che ha detto di voler scegliere solo qualcuno favorevole a tassi più bassi.

L’inflazione frena la svolta sui tassi

La guerra in Iran ha però indebolito le ragioni per un taglio dei tassi. L’aumento dei prezzi dell’energia ha spinto l’inflazione verso l’alto e alimentato il timore di pressioni più persistenti sui prezzi, soprattutto se il conflitto non si chiuderà rapidamente. Il mercato del lavoro, pur fragile, ha retto abbastanza da non rendere necessario un intervento immediato in questo senso. Gli investitori avevano già escluso un taglio dei tassi quest’anno e, nelle ultime settimane, hanno iniziato a valutare perfino l’ipotesi di un rialzo nel 2027.

Nessun funzionario della Federal Reserve ha finora chiesto apertamente di aumentare i tassi, ma cresce il fronte di chi ritiene che la Banca Centrale statunitense debba riconoscere una nuova realtà: oggi un rialzo è plausibile quanto un taglio. Se Warsh sceglierà di battersi comunque per una riduzione, troverà davanti a sé un’opposizione interna solida all’interno del Consiglio Direttivo. La sua prima riunione da presidente è fissata per il 16 e 17 giugno.

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