Il deficit commerciale Usa segna il record nel 2025, i dazi triplicano i costi per le imprese

Il disavanzo commerciale ha raggiunto i 1.240 miliardi di dollari nonostante la politica protezionistica di Trump. Una ricerca del JPMorganChase Institute rivela intanto che le aziende americane di medie dimensioni hanno visto triplicare il peso fiscale legato alle nuove tariffe doganali.

Il deficit commerciale Usa segna il record nel 2025, i dazi triplicano i costi per le imprese

Il deficit commerciale degli Stati Uniti ha raggiunto un livello record nel 2025, mettendo ulteriormente in discussione l’efficacia della strategia protezionistica promossa dal presidente Donald Trump. Secondo i dati pubblicati dal Bureau of Economic Analysis e dal Census Bureau del Dipartimento del Commercio, il disavanzo commerciale è aumentato del 2,1% rispetto all’anno precedente, toccando quota 1.240 miliardi di dollari, il valore più alto mai registrato.

Il saldo complessivo — che comprende beni e servizi — si è attestato a 901,5 miliardi di dollari, in lieve calo dello 0,2%. In passato Trump aveva dichiarato sui social media di attendersi un surplus commerciale entro la fine dello scorso anno.

Nel solo mese di dicembre il deficit commerciale è cresciuto del 32,6%, raggiungendo 70,3 miliardi di dollari, ben oltre le previsioni degli economisti interpellati da Reuters e Bloomberg, che stimavano un disavanzo di 55,5 miliardi. L’aumento è stato determinato da una crescita del 3,6% delle importazioni — trainata da componenti informatici e veicoli a motore — a fronte di un calo dell’1,7% delle esportazioni, dovuto in gran parte alla riduzione delle spedizioni di oro.

Un anno di forte volatilità commerciale

Il 2025 è stato caratterizzato da un’elevata instabilità nei flussi commerciali, con le imprese americane che hanno reagito in maniera diversa ai ripetuti annunci sui dazi da parte dell’Amministrazione Trump. Le importazioni di oro e prodotti farmaceutici hanno registrato forti oscillazioni, poiché molte aziende hanno anticipato gli acquisti per evitare l’entrata in vigore di tariffe più elevate.

Nel corso dell’anno, l’aliquota media dei dazi imposti sulle merci provenienti dall'estero è salita dal 2,6% al 13%, secondo i ricercatori della Federal Reserve di New York. L’Amministrazione Trump ha giustificato l’introduzione di dazi su prodotti come acciaio, mobili da cucina e sanitari per il bagno con motivazioni legate alla sicurezza nazionale. Il presidente ha anche invocato un’emergenza economica per imporre una dazio di base sulle merci provenienti da numerosi Paesi, in occasione di un evento denominato “Liberation Day” lo scorso aprile.

Le tensioni generate dall’inasprimento dei dazi hanno però provocato forti reazioni sui mercati finanziari, inducendo la Casa Bianca a rivedere parzialmente le misure e ad avviare nuovi negoziati commerciali. La Corte Suprema è ora stata chiamata a esprimersi sulla legittimità della dichiarazione di emergenza.

I costi dei dazi sulle imprese americane

Una nuova analisi del JPMorganChase Institute, pubblicata oggi, evidenzia intanto che i dazi pagati dalle imprese americane di medie dimensioni — ovvero quelle con ricavi compresi tra 10 milioni e un miliardo di dollari e meno di 500 dipendenti — sono triplicati nel corso dell’anno.

Queste aziende, che nel complesso impiegano circa 48 milioni di lavoratori negli Stati Uniti, hanno dovuto gestire l’aumento dei costi trasferendolo in parte sui consumatori attraverso prezzi più elevati, riducendo il personale o comprimendo i margini di profitto. "Si tratta di un cambiamento significativo nei loro costi operativi", ha dichiarato Chi Mac, direttore della ricerca economica dell’istituto.

Lo studio si inserisce in un numero crescente di analisi che mettono in dubbio l’affermazione dell’Amministrazione Trump secondo cui sarebbero i Paesi stranieri a sostenere il peso dei dazi. Kevin Hassett, direttore del National Economic Council della Casa Bianca, ha criticato duramente una ricerca della Federal Reserve di New York che attribuiva quasi il 90% dell’onere dei dazi a imprese e consumatori americani, definendola "imbarazzante" ed "il peggior paper nella storia del sistema della Federal Reserve".

L’analisi del JPMorganChase Institute indica inoltre un parziale riorientamento delle catene di approvvigionamento: i pagamenti verso la Cina sono, infatti, diminuiti del 20% rispetto ai livelli di ottobre 2024. Resta tuttavia incerto se ciò rifletta un effettivo spostamento delle filiere produttive o semplicemente un transito delle merci attraverso altri Paesi asiatici con dazi meno elevati.

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