I quattro tipi di elettore nelle primarie Dem
Uno studio classifica gli elettori delle primarie in base a ideologia e priorità. Il gruppo decisivo è la "sinistra strategica", progressisti che antepongono la vittoria alla purezza ideologica
L'analista politico Liam Kerr ha pubblicato su WelcomeStack una classificazione degli elettori delle primarie democratiche che aiuta a capire le dinamiche interne al partito in vista delle elezioni di metà mandato del 2026 e delle presidenziali del 2028. Il modello si basa su due assi: l'ideologia, che va da sinistra al centro, e la priorità, che va dalla purezza ideologica alla volontà di vincere. Ne emergono quattro gruppi con peso e ruoli diversi.
Il punto di partenza è un dato strutturale: circa il 55 per cento degli elettori delle primarie democratiche si definisce progressista, liberal o socialista. I moderati sono in minoranza. Ma una fetta consistente di quegli elettori di sinistra vive una tensione tra cuore e testa, tra le proprie convinzioni ideologiche e il desiderio di candidare qualcuno in grado di vincere le elezioni generali. Questa tensione è il motore che decide l'esito di molte primarie.
L'analisi si appoggia su diversi sondaggi recenti: uno di Third Way su 1.400 probabili elettori delle primarie, uno del Manhattan Institute, think tank conservatore, su 2.593 democratici ed elettori di Kamala Harris, e un'indagine di NBC News. Il quadro che ne esce è coerente.
Il primo gruppo, che Kerr chiama "moderati maggioritari", rappresenta circa il 30 per cento degli elettori delle primarie. Sono moderati che danno priorità alla capacità di vincere e preferiscono candidati con posizioni centriste. Il secondo gruppo, circa il 15 per cento, è composto da moderati e conservatori che votano per il candidato mainstream non per calcolo strategico ma semplicemente perché le sue posizioni rispecchiano le loro.
Il terzo gruppo è la "sinistra pura", che pesa circa il 30 per cento. Qui si trovano due sottogruppi: un 15 per cento di elettori dichiaratamente socialisti, contrari al compromesso e convinti che la purezza ideologica conti più della vittoria, e un altro 15 per cento di progressisti che credono che il partito debba spostarsi ancora più a sinistra per conquistare nuovi elettori. Secondo l'analisi, questi ultimi tendono a essere più giovani e a vivere nel Nordest degli Stati Uniti.
Il quarto e più interessante gruppo è la "sinistra strategica", circa il 25 per cento. Sono progressisti e liberal che però danno priorità alla capacità di vincere. Kerr li definisce "il gruppo oscillante" e sostiene che il loro ruolo sia relativamente nuovo. Nel 2015 solo il 36 per cento dei democratici dava priorità alla capacità di vincere rispetto alle posizioni sui temi, e solo il 45 per cento si definiva liberal. Quattro anni dopo, nel 2019, il 60 per cento dava priorità alla capacità di vincere e la maggioranza si definiva liberal. Quando una parte di questi elettori di sinistra strategica si unisce ai moderati, la coalizione è sufficiente per far prevalere candidati centristi nelle primarie.
Il contesto più ampio mostra una tendenza di lungo periodo. Nel 1994 il 74 per cento dei democratici si definiva moderato o conservatore. Quella percentuale è scesa costantemente, perdendo in media un punto all'anno, fino all'attuale 43 per cento. A livello nazionale la quota di elettori che si definiscono liberal è passata dal 18 al 25 per cento, un aumento significativo in termini relativi ma che lascia comunque moderati e conservatori in netta maggioranza tra l'elettorato generale. Il divario crescente tra la composizione ideologica del partito e quella dell'elettorato nel suo complesso rappresenta, secondo l'analisi, un problema strutturale nella capacità dei democratici di candidare persone in grado di ottenere la maggioranza dei voti.
L'analisi segnala anche una battaglia interna per influenzare la sinistra strategica. La sinistra pura, scrive Kerr, pratica da tempo quello che definisce "offuscamento della eleggibilità": cerca di convincere gli elettori strategici che gli elettori oscillanti siano del tutto imperscrutabili, mentre milioni di potenziali socialisti aspetterebbero solo di essere mobilitati. La tesi è che il problema dei democratici non sia l'eccesso di radicalismo ma l'assenza di un candidato abbastanza progressista.
In questo quadro, Kerr sostiene che la ricerca di scienza politica e i risultati concreti dei candidati moderati eletti in distretti vinti da Trump possano indicare una strada praticabile. Il punto centrale dell'analisi resta questo: i moderati da soli non bastano a vincere le primarie democratiche, ma se la sinistra strategica continua a dare priorità alla vittoria, la coalizione tra questi due blocchi può ancora determinare l'esito delle competizioni interne al partito.