Il senatore repubblicano del North Carolina Thom Tillis ha attaccato Donald Trump in due durissimi messaggi privati, inviati il 22 maggio e il 6 giugno e pubblicati venerdì 2 ottobre dalla newsletter Playbook di Politico. I messaggi saranno inclusi in How to Lose Friends and Antagonize Presidents ("Come perdere amici e inimicarsi i presidenti"), il libro autobiografico del senatore, che ha deciso di non ricandidarsi. L’uscita è prevista per il 6 ottobre per Broadside Books, marchio del gruppo HarperCollins.
Nel messaggio del 6 giugno, Tillis contestava la versione di Trump sulla loro rottura e negava che il presidente lo avesse mai minacciato direttamente di sostenere un suo avversario alle primarie. "Come ho già detto, lei non mi ha MAI minacciato di voler appoggiare un mio rivale alle primarie. Capisco che possa confondermi con i tanti repubblicani che ha minacciato in passato, ma con me non lo ha MAI fatto", ha scritto il senatore. "Se mi avesse mai minacciato direttamente di appoggiare un mio rivale alle primarie, le avrei detto subito di andare a farsi fottere e avrei annunciato immediatamente il mio ritiro. Riservi quelle minacce e quei giochetti psicologici ai codardi e agli sciocchi".
Trump aveva però prospettato pubblicamente una sfida alle primarie contro il senatore: il 28 giugno 2025, dopo che Tillis aveva votato contro l’avanzamento della sua grande legge di bilancio, il presidente aveva scritto su Truth Social che "numerose persone" si erano fatte avanti per sfidare il senatore. Il giorno successivo, Tillis aveva annunciato che non si sarebbe ricandidato.
Lo scontro sul fondo per i risarcimenti
Il messaggio del 22 maggio rispondeva a un post pubblicato quel giorno da Trump su Truth Social, dopo che Tillis aveva criticato il fondo da 1,776 miliardi di dollari istituito dal Dipartimento di Giustizia per risarcire chi sostiene di essere stato perseguito per motivi politici. Tra i potenziali beneficiari figuravano anche gli imputati per l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.
Nel post, il presidente definiva Tillis come un senatore "debole e inefficace", un "pignolo" e un "RINUNCIATARIO". Sosteneva che avesse abbandonato la corsa per la rielezione dopo aver saputo che non avrebbe ricevuto il suo appoggio e lo accusava di trascorrere gli ultimi mesi del mandato con i suoi "amici RINO", acronimo usato per bollare i "repubblicani solo di nome", "fregando il Partito Repubblicano".
In privato, Tillis gli ha replicato che le sue critiche nascevano dalla preoccupazione per il presidente, non dall’ostilità nei suoi confronti: "Voglio ancora aiutare, ma non accetto queste stronzate da nessuno, nemmeno da lei, signor presidente. Riservi questa merda ai codardi a cui non importa nulla se lei fallisce. A me importa, e in questo momento stiamo fallendo".
Il dissenso dalla Fed alla guerra in Iran
Da quando ha annunciato che non si sarebbe ricandidato, Tillis ha preso più volte le distanze da Trump e dal suo partito. A gennaio si era opposto alla conferma di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, bloccandone l’avanzamento nella Commissione Banche del Senato finché il Dipartimento di Giustizia non avesse chiuso l’indagine sull’allora presidente della Fed, Jerome Powell. Ha ritirato la sua opposizione soltanto ad aprile, dopo la chiusura dell’indagine.
Ha inoltre definito il fondo per i risarcimenti come "un salvadanaio per teppisti". A settembre è stato uno dei quattro repubblicani che hanno votato al Senato per limitare i poteri di guerra del presidente contro l’Iran. "Credo che il massimo atto di lealtà sia essere in grado di dire la verità al presidente", ha affermato la settimana scorsa, come riferito da Newsweek.
