I memo segreti che dicevano a Tulsi Gabbard cosa fare in Congresso e in TV

Centinaia di documenti riservati dettavano leggi, posizioni e battute in tv all'ex deputata, poi capo dell'intelligence di Trump. Le prove indicano nel suo guru l'autore nascosto.

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I memo segreti che dicevano a Tulsi Gabbard cosa fare in Congresso e in TV

Per anni qualcuno ha detto in segreto a Tulsi Gabbard quali leggi proporre, quali posizioni difendere e perfino come comportarsi davanti alle telecamere. Lo rivela il Washington Post, che ha ottenuto centinaia di memo riservati con direttive e consigli destinati all'ex deputata democratica delle Hawaii, poi diventata direttrice dell'intelligence nazionale nell'amministrazione del presidente Donald Trump. Le prove raccolte dal giornale indicano come autore nascosto di quelle istruzioni il suo guru, il leader religioso Chris Butler.

Gabbard ha lasciato l'incarico la scorsa settimana. Alla guida dell'intelligence nazionale coordinava le agenzie di spionaggio statunitensi, dalla CIA, l'agenzia di intelligence americana, all'agenzia per la sicurezza nazionale NSA, oltre a una decina di altri organismi. Prima di arrivare al vertice dei servizi segreti era stata uno dei personaggi più mutevoli della politica americana: democratica conservatrice, poi beniamina della sinistra e alleata di Bernie Sanders, infine commentatrice di Fox News e repubblicana vicina a Trump.

I documenti, oltre 25.000 pagine, coprono gli anni di Gabbard al Congresso tra il 2011 e il 2017. Arrivavano da indirizzi di posta elettronica del dominio NineIsles.com, usato dall'ufficio di Butler e riservato ai suoi segretari e a pochi discepoli fidati. A consegnarli al giornale è stata Rebecca Saltzburg, un'ex adepta che aveva lavorato alla strategia digitale di diverse campagne elettorali di Gabbard prima di rompere con i vertici dell'organizzazione.

Butler, 78 anni, guida la Science of Identity Foundation (SIF), un gruppo nato da una costola del movimento Hare Krishna. I suoi seguaci praticano una forma di induismo centrata sulla devozione al dio Krishna, con regole su meditazione, yoga e alimentazione. Alcuni ex membri lo descrivono come una setta che isolava gli adepti dal mondo e in cui Butler pretendeva obbedienza totale e segretezza, accuse che l'organizzazione respinge. Gabbard è cresciuta nel gruppo, dove i suoi genitori avevano ruoli di primo piano. In passato ha definito Butler il suo guru.

I memo erano spesso trascrizioni, a volte frammentarie, di osservazioni pronunciate a voce. Secondo Saltzburg, Butler non usava il computer: dettava i consigli al telefono o ai segretari, che li mettevano per iscritto. La persona che impartiva gli ordini e a tratti umiliava Gabbard non era mai indicata per nome. Saltzburg ha spiegato che l'anonimato serviva a mascherare l'identità di Butler nel caso i testi fossero diventati pubblici, e che tutti i destinatari sapevano che la voce era la sua.

In un memo del gennaio 2015, su una dichiarazione che Gabbard doveva rilasciare dopo un discorso del presidente Barack Obama, l'autore la stroncava senza riguardi: "In primo luogo, a nessuno frega niente di cosa pensi del suo discorso sullo stato dell'Unione, a meno che tu non dica qualcosa di interessante. Non ci stai nemmeno provando. Sei diventata davvero pigra intellettualmente". In un altro documento la definiva "codarda" ed "evasiva" per come aveva commentato una proposta.

Confrontando i memo con l'attività parlamentare di Gabbard, il giornale ha trovato corrispondenze evidenti. In un documento del 2014 l'autore le ordinava di presentare una legge per punire i paesi i cui cittadini avessero combattuto per lo Stato islamico e di diffondere subito una dichiarazione. "Mettiti al lavoro domani mattina. Devi essere tu la leader su questo tema", diceva. Il giorno seguente Gabbard pubblicò una dichiarazione in quel senso. Una settimana più tardi presentò un disegno di legge alla Camera.

Insieme a un collega, il giornalista del Washington Post ha confrontato gli interventi di Gabbard in 32 interviste televisive tra il 2014 e il 2016 con i memo preparati per ciascuna: in 24 casi usò un linguaggio quasi identico a quello suggerito. In un'occasione un memo le indicava come rispondere a una domanda sulla sua esclusione da un dibattito presidenziale, con una frecciata sul non voler fare la vittima per essere rimasta fuori dalla festa. In televisione Gabbard riprese l'immagine quasi alla lettera.

Molti memo riguardavano la Siria, uno dei temi-bandiera di Gabbard, contraria a un intervento americano per rovesciare il dittatore Bashar al-Assad. Un documento dell'agosto 2016 le suggeriva di ribadire quella posizione anche di fronte alle immagini di un bambino di cinque anni ferito ad Aleppo, che in quei giorni avevano fatto il giro del mondo. "È la CIA che ha dato il via a tutto questo", diceva l'autore. Gabbard ripeté pubblicamente quell'accusa tre anni dopo. La stessa diffidenza verso i servizi segreti tornava nelle lezioni di Butler, che li descriveva come pieni di "pazzi assetati di potere".

Un memo del 2014 spingeva Gabbard a sostenere che i veterani potessero curarsi in qualsiasi ospedale a spese dello Stato, senza bisogno di un'autorizzazione preventiva. "Presenta davvero una proposta di legge. Falla approvare", diceva l'autore. Settimane dopo Gabbard firmò un editoriale su un quotidiano delle Hawaii che appoggiava quella linea. Un mese più tardi presentò una legge che eliminava proprio l'obbligo di autorizzazione preventiva per le cure private.

Alcuni memo anticipavano idee che Trump avrebbe poi fatto proprie. In due di essi l'autore sosteneva che il governo dovesse ragionare in un'ottica di "America first", lo slogan che sarebbe diventato il marchio del suo movimento. Un altro raccomandava di presidiare con la guardia nazionale i quartieri più degradati delle città. Durante la campagna del 2016 i discepoli di Butler raccolsero informazioni su alcuni stretti collaboratori del candidato repubblicano.

I documenti raccontano anche una seconda operazione: una rete di profili falsi sui social network e nei commenti dei siti di informazione, costruita per gonfiare il consenso attorno a Gabbard e difenderla dalle critiche. Decine di account anonimi o con nomi inventati, alcuni con biografie e foto fasulle, intervenivano sugli articoli che la riguardavano. Un profilo intestato a "Sandy Thomas" era in realtà gestito da una donna di nome Anna, un altro presentato come un padre di famiglia appassionato di falegnameria era controllato da una certa Becky. Saltzburg ha raccontato di avere avuto un ruolo di primo piano nel progetto, a tratti di guida.

In alcuni casi Gabbard sembrava partecipare in prima persona. Da un account Skype a suo nome arrivavano messaggi che segnalavano articoli e post da contrastare e rimproveravano il gruppo quando restava in silenzio. "Perché non abbiamo fatto commentare i nostri?", chiedeva uno di quei messaggi dopo che nessuno aveva replicato a un articolo critico del 2018. In altri scambi l'account invitava ad ammorbidire gli attacchi ad Assad: "Non c'è bisogno di chiamarlo dittatore sanguinario", diceva uno di essi.

I collaboratori indicavano il regista dell'operazione con un semplice "lui" o con l'iniziale "S", che secondo Saltzburg e altri quattro ex membri stava per Butler, noto tra i fedeli con diversi nomi spirituali. In una circostanza, temendo che alcuni giornalisti stessero per smascherare i profili falsi, l'uomo non identificato chiese di controllare se in un elenco universitario comparisse il suo nome. "Vedi se c'è il mio nome", ordinò. Gli risposero che nell'elenco c'era un certo Kurt Butler, ma nessun Chris Butler.

Messo di fronte ai documenti, Sunil Khemaney, descritto come il braccio destro di Butler e consigliere di Gabbard, ha offerto una spiegazione diversa. Ha dichiarato al Washington Post che la gran parte di quei materiali veniva da lui e da altri consiglieri, compreso il padre della deputata, il senatore statale Mike Gabbard, e che solo un paio di memo potevano risalire a Butler, limitatamente agli insegnamenti religiosi. "Non c'è alcuna prova che questo lavoro possa essere attribuito a Chris Butler", ha aggiunto.

Diversi indizi raccolti dal giornale puntano però verso Butler. In una raccolta di 173 pagine di consigli politici, in un passaggio sull'immigrazione, l'autore ricordava di avere lavorato da ragazzo alle Hawaii: Butler è cresciuto lì, mentre Khemaney e Mike Gabbard no. In 19 memo, quasi tutti dedicati alla fede di Gabbard, chi parlava sembrava identificarsi con Butler. Khemaney, inoltre, è conosciuto dentro la SIF come "Syd", mentre l'iniziale "S" dei documenti rimandava al guru: un memo risultava perfino indirizzato da Syd a S, segno che erano due persone diverse.

Per stabilire chi avesse dettato i memo, il giornale ha chiesto aiuto anche all'intelligenza artificiale. Ha sottoposto al chatbot Claude un'analisi stilometrica, una tecnica che usa la statistica per attribuire la paternità dei testi, confrontando i memo con un archivio di quasi 7.000 pagine di lezioni di Butler e con gli scritti di Mike Gabbard e Khemaney. Il programma ha concluso che le osservazioni nei memo sembravano opera di una sola persona, molto più probabilmente Butler. Ha notato per esempio che "duplistic", una parola inesistente usata al posto di "duplicitous", compariva una volta nei memo e nove volte nelle lezioni di Butler. Lo stesso chatbot ha però avvertito di non poterne avere la certezza.

L'interesse di Butler per la politica viene da lontano. Figlio di un medico di sinistra, iniziò a insegnare il culto di Krishna e la meditazione dopo aver lasciato l'università alle Hawaii alla fine degli anni Sessanta, raccogliendo seguaci convinti che fosse in comunicazione diretta con il dio. In un opuscolo del 1975 scrisse che "i politici incapaci andrebbero rimossi dai loro seggi" e sostituiti da "persone sante". L'anno seguente alle Hawaii nacque un partito, Independents for Godly Government, con 14 candidati: nessuno fu eletto e un'inchiesta giornalistica accertò poi che diversi erano seguaci di Butler.

Gabbard e Butler hanno sempre negato un rapporto politico. Nel 2017 Butler disse al New Yorker che prendere posizione su un tema "è qualcosa di cui ogni individuo deve farsi carico da solo". Nel 2019, a un giornalista del Washington Post che le chiedeva se Butler fosse stato il suo mentore in politica, Gabbard rispose seccamente: "No, no, per niente".

Di fronte alle domande del giornale, l'entourage di Gabbard e la SIF hanno reagito attaccando l'inchiesta e la fonte. Una portavoce ha invitato a lasciar perdere la storia, definendola "l'ennesimo attacco infondato e bigotto alla fede" della direttrice. La SIF ha parlato di "bigottismo anti-indù". La fondazione ha poi sostenuto che Saltzburg, dopo essere stata arrestata per avere ospitato per breve tempo un'adolescente in fuga che denunciava abusi, avesse chiesto 250.000 dollari all'organizzazione minacciando danni d'immagine. Saltzburg ha confermato la richiesta, presentandola come un risarcimento per sé e i propri figli. I procuratori del Texas hanno poi archiviato il caso dell'adolescente per insufficienza di prove. Pur attaccando la fonte, la SIF non ha mai messo in dubbio l'autenticità dei documenti.

Gabbard ha lasciato la guida dell'intelligence questo mese, dopo che al marito è stato diagnosticato un raro tumore alle ossa. In una nota il suo capo di gabinetto ha liquidato l'inchiesta come "accuse legate a un fallito tentativo di estorsione da 250.000 dollari". Resta una frase che attraversa gli anni: nel 2014 un memo suggeriva a Gabbard di dire che prendeva ogni decisione pensando "alla sicurezza, all'incolumità e alla libertà del popolo americano". Quella formula apre le sue memorie del 2024 ed è diventata il suo mantra al vertice dei servizi segreti, ripetuta dal discorso d'insediamento alle audizioni in Senato.

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