A un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, repubblicani e democratici hanno già intentato decine di cause sulle regole del voto. I ricorsi indicano su quali fronti potrebbe aprirsi lo scontro legale dopo le elezioni, qualora i risultati venissero contestati. Il Comitato Nazionale Repubblicano (RNC), l'organismo che guida il partito a livello nazionale, dichiara di avere aperto in totale 179 cause "per l'integrità del voto" in 37 Stati. Le controversie spaziano dalle regole per sigillare le buste delle schede inviate via posta in North Carolina al ruolo del governo federale in un sistema elettorale che la Costituzione affida ai singoli Stati.
I due partiti si avvicinano al voto con sospetti opposti. L'Amministrazione Trump insiste, senza prove, sul fatto che l'iscrizione nelle liste elettorali di persone prive della cittadinanza americana sia un problema diffuso. A luglio il presidente ha dichiarato che il Dipartimento della Sicurezza Interna aveva individuato "circa 278.000 non cittadini registrati per votare alle elezioni federali" in 4 Stati. Decenni di studi mostrano invece che i casi di persone senza cittadinanza americana che si registrano o votano sono rarissimi. I democratici ricordano, inoltre, che Trump tentò di ribaltare la sconfitta del 2020 e che di recente ha invitato i suoi sostenitori a "imbrogliare il più possibile" alle midterm.
Temono quindi una serie di iniziative repubblicane che potrebbero andare dall'intimidazione degli elettori al sequestro delle schede elettorali. Per i repubblicani, invece, si tratta di misure di buon senso. In North Carolina quest'anno hanno vinto una causa che impone alla Commissione Elettorale statale di cancellare dalle liste chi dichiara di non essere cittadino americano nel questionario per la selezione dei giurati. In Arizona l'RNC ha impugnato la decisione di un tribunale che aveva bloccato l'obbligo di dimostrare la cittadinanza per registrarsi al voto. La Corte Suprema ha accettato di esaminare il caso, ma solo dopo le elezioni di novembre. I democratici considerano questa strategia come l'ennesimo pretesto per imporre regole restrittive che ostacolano anche chi ha tutto il diritto di votare.
I contenziosi elettorali sono in deciso aumento dal 2000, quando la decisione della Corte Suprema di fermare il riconteggio in Florida fu determinante per la vittoria di George W. Bush nelle contestate presidenziali di quell'anno. Secondo Rick Hasen, docente di diritto all'Università della California a Los Angeles, da allora il numero medio annuo delle cause elettorali è circa triplicato. "Lo dico con rammarico: ricorriamo sempre più spesso ai tribunali", ha osservato Jeh Johnson, avvocato ed ex Segretario alla Sicurezza Interna, durante un recente forum sull'integrità del voto in Georgia. "Ormai c'è un'intera categoria di avvocati esperti di diritto elettorale che deve tenersi pronta per la notte delle elezioni".
Diverse decisioni della Corte Suprema hanno già inciso sulle prossime elezioni. Ad aprile i giudici hanno svuotato di significato una legge federale che tutelava il peso elettorale delle minoranze (il Voting Rights Act), consentendo così a diversi Stati a maggioranza repubblicana di ridisegnare i collegi a proprio favore. A settembre i giudici della Corte Suprema hanno bloccato il piano dell'Amministrazione Trump per limitare il voto per posta attraverso il servizio postale federale. Il 25 settembre hanno invece dato ragione al presidente, permettendo agli Stati di tornare a usare una banca dati federale per verificare la cittadinanza degli iscritti nelle liste elettorali.
La battaglia sui dati degli elettori
Il tentativo più ambizioso di individuare gli iscritti privi del diritto di voto è quello in corso da parte del Dipartimento di Giustizia guidato dal Procuratore Generale Todd Blanche, che ha chiesto a tutti gli Stati di fornire le liste elettorali complete, senza oscurare i dati personali. Alcuni hanno rifiutato, richiamando la tutela della privacy e il fatto che la Costituzione attribuisce le competenze sulle elezioni agli Stati e al Congresso, non al potere esecutivo. Il Dipartimento li ha citati in giudizio, ma finora i tribunali hanno respinto 26 di queste cause, secondo il Brennan Center for Justice, un centro studi che si occupa di diritto di voto e democrazia. Molte decisioni sono già state impugnate.
Il Dipartimento sostiene che le liste servano a incrociare i nominativi con le banche dati federali, compresa quella oggetto della recente decisione della Corte Suprema. Per Elisabeth Frost, responsabile del contenzioso di Elias Law Group, uno studio legale di Washington che ha seguito numerose cause importanti per conto del Partito Democratico, questi ricorsi rivelano un'Amministrazione sempre più "ossessionata dall'ottenere i dati degli elettori in ogni modo possibile". Frost ha spiegato al New York Times di temere che quei dati possano servire a cancellare dalle liste elettori coloro che hanno legittimamente diritto di votare oppure ad alimentare ricostruzioni false e confuse con cui mettere in dubbio, o contestare formalmente, le attese vittorie democratiche di novembre.
Dopo le elezioni del 2020 gli alleati di Trump presentarono più volte dati errati nei ricorsi con cui volevano cercare, inutilmente, di ribaltare la vittoria di Joe Biden. Quest'anno, secondo Frost, persino il mancato accesso alle informazioni potrebbe diventare un'arma ulteriore. L'Amministrazione potrebbe infatti sostenere: "Abbiamo cercato di ottenere questi dati, ma gli Stati non ce li hanno forniti, quindi nessuno dovrebbe credere ai risultati".
La banca dati si chiama SAVE, acronimo di Systematic Alien Verification for Entitlements. I controlli sulla cittadinanza effettuati attraverso questo sistema hanno però già prodotto numerosi errori. Questa settimana la procuratrice della contea di Maricopa, in Arizona, ha reso noti i risultati di un'indagine su 60 presunti elettori senza cittadinanza americana, individuati anche attraverso SAVE: 52 di questi erano effettivamente cittadini statunitensi. Gli altri 8, tra cui 5 indipendenti, 2 repubblicani e 1 democratico, avevano invece votato in alcune elezioni a partire dal 2012. La procuratrice, repubblicana, ha riconosciuto che quei numeri non avrebbero cambiato l'esito di alcuna elezione passata e ha ricondotto le iscrizioni irregolari a un errore nel sistema statale di rinnovo delle patenti.
Secondo diversi esperti, la decisione della Corte Suprema sull'uso di SAVE avrà un impatto limitato sulle elezioni di midterm. La legge federale vieta infatti le cancellazioni sistematiche dalle liste elettorali nei 90 giorni che precedono il voto, pur consentendo quelle effettuate caso per caso. Lori Ringhand, esperta di diritto elettorale dell'Università della Georgia, teme però che alcuni Stati possano decidere di cancellare molti elettori dalle loro liste elettorali sostenendo di averne esaminato singolarmente le posizioni. "Ci sarà una zona grigia", ha detto al New York Times. "Non mi sorprenderebbe se uno Stato provasse a forzare la mano".
Il voto dall'estero e i timori dei democratici
Un altro fronte, meno seguito, riguarda i cittadini americani che vivono all'estero e non hanno mai risieduto negli Stati Uniti, i cosiddetti "never residents". Tra loro ci sono figli di militari che compiono 18 anni all'estero mentre i genitori sono in servizio. L'RNC e i suoi alleati hanno intentato cause in diversi Stati per privarli del diritto di voto: hanno vinto in North Carolina, mentre i ricorsi in Michigan e Nebraska sono stati respinti. In altri Stati, invece, le decisioni sono ancora attese.
Questa settimana il Comitato Nazionale Democratico (DNC) ha citato in giudizio il Dipartimento della Difesa, accusandolo di aver violato la legge federale modificando il modulo destinato agli americani all'estero in modo da rendere più difficile l'iscrizione nelle liste elettorali. Tra i citati in giudizio figura anche l'Office of Management and Budget, ovvero l'ufficio federale che si occupa del bilancio e della gestione amministrativa: secondo i democratici, avrebbe consentito le modifiche senza il necessario preavviso pubblico.
Il precedente più significativo risale alle elezioni del 2024 in North Carolina. Un candidato repubblicano alla Corte Suprema statale, sconfitto dal rivale democratico per meno di 800 voti, tentò di far annullare decine di migliaia di schede, comprese quelle di militari e di circa 300 cittadini americani residenti all'estero che non avevano mai risieduto negli Stati Uniti. La controversia si trascinò per mesi nei tribunali. "Il North Carolina potrebbe essere stato un banco di prova per loro", ha detto Jane Kleeb, vicepresidente del DNC. Secondo Kleeb, dopo il 3 novembre i repubblicani potrebbero cercare nuovamente di far invalidare in tribunale le schede degli elettori all'estero o di altri gruppi.
Gli esperti di diritto elettorale ritengono invece che gli eventuali ricorsi dei democratici dopo il voto potrebbero concentrarsi sulle cancellazioni dalle liste decise all'ultimo momento, una preoccupazione di lunga data. In Kentucky una causa promossa da un gruppo progressista si è conclusa ad agosto con l'adozione di un nuovo regolamento, che rende più rigorosi i controlli prima di cancellare un elettore dalle liste elettorali sulla base di un presunto trasferimento in un altro Stato.
A settembre diverse organizzazioni per la difesa dei diritti civili e sindacati hanno presentato un ricorso sostenendo che le operazioni dell'Amministrazione contro l'immigrazione irregolare, insieme all'ipotesi di inviare agenti armati ai seggi, costituiscano un'intimidazione illegale degli elettori. Il DNC ha inoltre chiesto in tribunale i documenti governativi sul possibile impiego di agenti federali ai seggi. In una seconda causa, il DNC ha chiesto al Dipartimento di Giustizia i documenti relativi a "qualsiasi sequestro pianificato di schede, macchine per il voto e altri componenti del sistema elettorale". Il timore dei democratici è che l'Amministrazione voglia tentare di bloccare lo spoglio o la certificazione dei risultati. Nell'ambito di quest'ultima causa, finora non è stato consegnato alcun documento.
Per Derek Muller, docente di diritto all'Università di Notre Dame, questi ultimi due ricorsi servono soprattutto a rendere pubbliche le preoccupazioni del Partito Democratico, che ad ottenere risultati veri e propri nelle corti. "Alcune cause servono solo a rassicurare il pubblico, o la propria base, sul fatto che il partito sta prestando attenzione a determinate questioni", ha spiegato. "Allo stesso tempo mostrano che il Partito è consapevole di questi rischi e si sta preparando a qualsiasi evenienza nel caso qualcosa cambi dopo le elezioni".
