I Dem moderati non sono più moderati

Due nuove indagini mostrano che anche gli elettori centristi vogliono tassare i ricchi e regolare le grandi aziende, sfidando la narrazione dominante a Washington

I Dem moderati non sono più moderati
Adam Schultz

Il centro del Partito Democratico americano si è spostato a sinistra, e i dati lo dimostrano. Due sondaggi recenti indicano che gli elettori democratici che si definiscono "moderati" hanno posizioni molto più progressiste di quanto la classe dirigente centrista del partito voglia ammettere. A scriverlo è Perry Bacon, editorialista della New Republic, testata progressista americana, in un'analisi che mette in discussione uno dei presupposti più radicati della politica statunitense: l'idea che i moderati democratici vogliano un partito più centrista.

Il primo sondaggio, commissionato dalla stessa New Republic e condotto a gennaio dalla società Embold Research su circa 2.400 elettori democratici attivi nelle primarie, rivela che solo il 12 per cento si definisce "moderato" e un altro 21 per cento si colloca nella fascia "da moderato a liberal". Ma anche tra questi elettori le posizioni sono sorprendentemente progressiste. Circa il 70 per cento dei moderati ritiene che i democratici siano "troppo timidi" nel tassare i ricchi, le grandi aziende e nel perseguire le imprese che violano la legge. Una chiara maggioranza chiede anche una regolamentazione più severa delle grandi aziende tecnologiche. Meno del 5 per cento pensa che il partito sia "troppo aggressivo" su questi temi.

Sulle altre questioni, dalla spesa pubblica alla lotta al cambiamento climatico ai diritti della comunità Lgbtq, la stragrande maggioranza dei moderati considera le posizioni del partito "adeguate". Nel complesso, circa il 70 per cento dei democratici moderati approva la linea economica del partito, contro un 15 per cento che la giudica troppo a sinistra e un altro 15 per cento che la considera troppo a destra. Sui temi sociali, il 65 per cento si dice allineato con il partito, mentre il 25 per cento lo trova troppo progressista e il 10 per cento troppo conservatore.

Il secondo gruppo di dati proviene da sondaggi condotti da Strength in Numbers e Verasight, che confermano la tendenza: il 74 per cento dei democratici moderati è favorevole alla creazione di un sistema sanitario a pagatore unico, il cosiddetto single-payer, e il 67 per cento sostiene l'aumento delle tasse per le famiglie con redditi superiori a 400 mila dollari. Secondo un'indagine di Data for Progress del mese scorso, il 70 per cento dei moderati ha un'opinione favorevole del senatore Bernie Sanders, da sempre la figura di riferimento della sinistra del partito, contro solo il 20 per cento che lo giudica negativamente.

Bacon sottolinea che questi numeri smentiscono un racconto ricorrente negli ultimi dieci anni, rafforzatosi dopo la sconfitta alle presidenziali del 2024: l'idea che l'ala progressista sia composta da intellettuali fuori dal mondo, distanti dalla base elettorale. I dati suggeriscono invece che i moderati condividono il populismo economico crescente nel partito e ne vogliono di più. Sui temi sociali, la difesa dei diritti delle persone transgender e del diritto all'aborto non genera il disagio che molti commentatori centristi attribuiscono alla base moderata.

Esistono naturalmente delle differenze interne. I progressisti sono ancora più a sinistra: nel sondaggio della New Republic, il 63 per cento ritiene che i democratici siano troppo conservatori sui temi economici, e il 93 per cento li giudica troppo timidi nei confronti dei ricchi. Dal punto di vista demografico, il blocco moderato comprende più afroamericani, persone senza laurea, elettori tra i 50 e i 65 anni e famiglie con redditi sotto i 50 mila dollari. I progressisti sono mediamente più giovani, più bianchi, più ricchi e più istruiti. Bacon osserva anche che nessuno di questi sondaggi ha posto domande su posizioni più radicali, come il definanziamento della polizia o la cancellazione del debito studentesco, che avrebbero potuto mostrare un divario maggiore tra le due anime del partito.

Questi dati hanno conseguenze politiche concrete. Bacon nota che i politici associati al centrosinistra del partito adottano già posizioni populiste. Le nuove governatrici Mikie Sherrill del New Jersey e Abigail Spanberger della Virginia si oppongono alle operazioni dell'Immigration and Customs Enforcement nei loro Stati. Il senatore dell'Arizona Ruben Gallego, che sta valutando una candidatura presidenziale per il 2028, ha avvertito le aziende che collaborano con l'amministrazione Trump che i democratici le smantelleranno una volta tornati al potere. In Texas, il candidato al Senato James Talarico corteggia i moderati attaccando i più ricchi.

L'analisi di Bacon si chiude con una critica diretta a Third Way, il gruppo centrista che la settimana precedente aveva organizzato una conferenza in cui strateghi e politici moderati avevano attaccato le idee progressiste. In un'intervista al New York Times, il presidente di Third Way Jon Cowan aveva elogiato i politici democratici critici dei sindacati degli insegnanti e favorevoli a una linea più dura sull'immigrazione, annunciando che il gruppo avrebbe sostenuto candidati centristi nelle primarie del 2028. Secondo Bacon, questa strategia è fuori tempo: non siamo più nel 1992 e non ci sono prove che gli elettori democratici vogliano candidati che prendano le distanze dalle politiche progressiste.

Focus America non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.