Guerra all'Iran, Trump apre all'uso delle riserve strategiche di petrolio per frenare il caro-benzina
La decisione arriva mentre lo Stretto di Hormuz è paralizzato dagli attacchi iraniani, tra navi cargo colpite e il greggio sopra i cento dollari.
Il presidente Donald Trump ha annunciato oggi che gli Stati Uniti attingeranno alla Strategic Petroleum Reserve per contenere l'aumento dei prezzi alla pompa provocato dalla guerra in Iran. Questo annuncio arriva mentre la media nazionale dei prezzi della benzina negli Stati Uniti ha toccato i 3,578 dollari al gallone e l'8 marzo il greggio ha superato per la prima volta dal 2022 la soglia dei 100 dollari al barile. Secondo il Rapidan Energy Group, nei primi 9 giorni di conflitto è stato interrotto il 20% dell'offerta di petrolio mondiale, più del doppio del record stabilito durante la crisi di Suez del 1956-57.
«Lo faremo e poi la riempiremo di nuovo. L'ho già riempita una volta e lo farò ancora», ha dichiarato Trump durante una visita in Kentucky, parlando della riserva strategica americana. «Per ora la ridurremo un po' e questo farà scendere i prezzi». Poche ore prima, l'International Energy Agency aveva già raccomandato ai governi dei Paesi membri di rilasciare congiuntamente fino a 400 milioni di barili dalle scorte strategiche dei Paesi membri, nella più grande operazione coordinata mai proposta dall'agenzia.
La riserva strategica americana, tuttavia, si trova ai livelli più bassi degli ultimi decenni: al 6 marzo conteneva circa 415 milioni di barili. L'ex presidente Biden ne aveva venduto oltre il 40% nel 2022 per contenere i prezzi dopo l'invasione russa dell'Ucraina, e gli Stati Uniti hanno recuperato solo 200 milioni di barili nel 2024 tramite nuovi acquisti o la cancellazione di altre vendite programmate.
Lo Stretto di Hormuz sotto attacco
La crisi energetica è alimentata dalla paralisi dello Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per circa un quinto del petrolio mondiale. Ieri l'intelligence americana ha ricevuto indicazioni secondo cui l'Iran avrebbe iniziato a posare mine nel canale. Trump ha poi confermato che le forze statunitensi hanno distrutto 16 imbarcazioni posamine. L'ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, ha dichiarato che la missione americana mira a eliminare la capacità dell'Iran di minacciare la navigazione nello Stretto, sottolineando che gli attacchi iraniani con missili e droni sono drasticamente diminuiti.
Eppure nella stessa area, 3 navi cargo sono state poi colpite da attacchi non ancora attribuiti con certezza, dopo che Teheran rivendicato il controllo della rotta marittima minacciando di colpire qualsiasi nave in transito. Ali Larijani, il massimo responsabile per la sicurezza nazionale iraniana, ha scritto che lo Stretto di Hormuz «sarà uno Stretto di pace e prosperità per tutti, oppure uno Stretto di sconfitta e sofferenza per i guerrafondai».
Il risultato è che la portarinfuse thailandese Mayuree Naree è stata danneggiata a circa undici miglia nautiche a nord dell'Oman: venti marinai sono stati tratti in salvo, ma tre risultano ancora dispersi. La Star Gwyneth, battente bandiera delle Isole Marshall, ha riportato danni allo scafo a 50 miglia a nord-ovest di Dubai senza feriti tra l'equipaggio. Una terza imbarcazione, una portacontainer giapponese, ha subito danni minori vicino agli Emirati Arabi Uniti.
Trump: «La guerra finirà presto»
Nonostante la crisi sui mercati, il presidente ha ribadito in una breve intervista telefonica con Axios che il conflitto si concluderà «presto» perché «non c'è praticamente più nulla da colpire». «La guerra sta andando alla grande, siamo molto avanti rispetto alla tabella di marcia», ha aggiunto.
Tuttavia, la fiducia del presidente contrasta con le indicazioni dei vertici militari e diplomatici: funzionari americani e israeliani si preparano ad almeno altre 2 settimane di bombardamenti, e nessuna direttiva interna è stata emessa su una data di cessazione delle ostilità. Il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato, da parte sua, che le operazioni proseguiranno «senza alcun limite di tempo, per tutto il tempo necessario».
Gli errori di calcolo dell'Amministrazione Trump
Secondo un'inchiesta del New York Times, basata su interviste con una decina di funzionari americani, l'Amministrazione Trump ha largamente sottovalutato la risposta iraniana. Il Segretario all'Energia Chris Wright, il 18 febbraio, aveva escluso rischi significativi per i mercati energetici, ricordando che durante gli attacchi dello scorso giugno i prezzi del petrolio si erano mossi appena. In privato, diversi consiglieri del presidente condividevano la stessa lettura, liquidando in maniera veloce gli avvertimenti su una possibile guerra economica iraniana attraverso la chiusura delle rotte marittime.
Lo stesso Hegseth ha ammesso ieri che l'aggressività della risposta iraniana contro i Paesi vicini ha colto il Pentagono parzialmente di sorpresa, definendola però «un segnale di disperazione del regime». La confusione interna all'Amministrazione è emersa anche quando Wright ha pubblicato sui social media la notizia — poi rivelatasi falsa — di una scorta navale americana riuscita nello Stretto di Hormuz: il post ha fatto salire improvvisamente i mercati prima di essere cancellato, provocando nuove turbolenze.
A peggiorare le cose, dopo un briefing riservato ai parlamentari, il senatore democratico Christopher Murphy ha dichiarato che l'Amministrazione «non ha un piano per lo Stretto di Hormuz e non sa come riaprirlo in sicurezza».
La ricerca di una via d'uscita dal conflitto
Sul piano operativo, il Segretario di Stato Marco Rubio e Hegseth hanno delineato negli ultimi giorni 3 obiettivi circoscritti del conflitto: distruggere la capacità missilistica dell'Iran, smantellare le fabbriche di missili e annientare la marina iraniana. Si tratta però di una formulazione più contenuta rispetto ai 4 obiettivi enunciati da Trump il 28 febbraio, che includevano anche la neutralizzazione dei gruppi proxy e la garanzia che Teheran non ottenesse accesso all'arma nucleare.
La pressione per trovare una via d'uscita dalla guerra si è intensificata con l'impennata dei costi: il Pentagono ha utilizzato 5,6 miliardi di dollari in munizioni nei soli primi due giorni di guerra, un dato molto superiore a quanto dichiarato pubblicamente. Intanto, oltre 43 mila cittadini americani sono rientrati dal Medio Oriente dall'inizio delle operazioni, ma il Dipartimento di Stato ha comunicato che molti di questi hanno rifiutato i voli charter governativi, preferendo restare o prenotare voli commerciali.