Guerra all'Iran: la miopia strategica americana
L'amministrazione Trump non ha anticipato la chiusura dello Stretto di Hormuz, le rappresaglie sui Paesi della regione né la successione alla guida del regime. Le munizioni si esauriscono, gli obiettivi di guerra restano confusi
Due settimane dopo l'inizio della guerra lanciata con Israele contro l'Iran, l'amministrazione Trump si trova di fronte a una serie di conseguenze che non ha previsto. Non ha anticipato la chiusura dello Stretto di Hormuz, le rappresaglie iraniane contro i Paesi della regione, la rapida successione alla guida del regime dopo l'uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, né l'impossibilità di provocare un cambio di regime restando soltanto nei cieli.
Secondo la CNN, infatti, alti funzionari dell'amministrazione hanno ammesso ai parlamentari, durante briefing classificati, di non aver pianificato per l'eventualità che l'Iran chiudesse lo Stretto di Hormuz. La ragione, hanno spiegato diverse fonti alla CNN, è che l'amministrazione riteneva che la chiusura avrebbe danneggiato Teheran più di Washington, una convinzione rafforzata dal fatto che l'Iran non aveva agito dopo i raid americani sulle strutture nucleari iraniane nell'estate del 2025.
"La pianificazione per prevenire esattamente questo scenario è stata un principio fondamentale della sicurezza nazionale americana per decenni", ha commentato alla CNN un ex funzionario che ha servito in amministrazioni sia repubblicane che democratiche. La sottovalutazione ha radici nel modo in cui il presidente Trump prende le decisioni di sicurezza nazionale, affidandosi a una cerchia ristretta di consiglieri. I segretari al Tesoro e all'Energia erano presenti in alcune riunioni di pianificazione, ma le analisi interministeriali sulle potenziali ricadute economiche, che nelle amministrazioni precedenti sarebbero state centrali, sono rimaste secondarie.
Dal punto di vista strettamente militare, il bilancio è chiaro: la vittoria sul campo di Stati Uniti e Israele è incontestabile. La flotta aerea e navale dell'Iran, il suo programma balistico, i radar e i sistemi di difesa antiaerea sono in gran parte distrutti. La decapitazione della leadership religiosa e securitaria del regime è stata impressionante fin dalle prime ore. Ma il problema è un altro: come si vince una guerra? Bisogna guardare gli obiettivi e quelli americani non hanno smesso di cambiare. Prima il programma nucleare, poi le capacità balistiche, poi il cambio di regime, con Trump che ha evocato un semplice ricalco del modello venezuelano dopo il rapimento del presidente Nicolás Maduro il 3 gennaio, dimostrando scarsa conoscenza delle specificità iraniane. Questa presentazione confusa degli obiettivi offre al presidente la flessibilità di dichiarare la fine della guerra in qualsiasi momento, ma rende dubbia ogni proclamazione di vittoria.
L'Iran, nel frattempo, ha dimostrato che anche in uno stato di debolezza può infliggere danni significativi. Giovedì Mojtaba Khamenei, il nuovo leader supremo, ha rotto il silenzio con la sua prima dichiarazione pubblica. Ha ordinato all'esercito di continuare a bloccare lo Stretto di Hormuz, ha promesso di vendicare i morti iraniani e ha suggerito la possibilità di aprire nuovi fronti in aree dove il nemico sarebbe vulnerabile. Ha anche chiesto ai Paesi vicini di chiudere le basi militari usate per attaccare l'Iran. Khamenei non è ancora apparso in video né in pubblico: tre funzionari iraniani hanno spiegato al New York Times che mostrare la propria posizione lo metterebbe in pericolo, aggiungendo che sarebbe rimasto ferito il primo giorno dell'attacco. Hamidreza Azizi, ricercatore presso l'Istituto tedesco per gli Affari internazionali e la Sicurezza, ha commentato al New York Times che il tono della dichiarazione è persino più aggressivo di quello del padre. "Chiunque stia prendendo le decisioni non mostrerà alcun segno di compromesso", ha detto.
La strategia iraniana nello Stretto di Hormuz mostra un buon livello di pianificazione. Per anni gli analisti militari ritenevano che l'Iran non avrebbe chiuso il passaggio perché ne aveva bisogno per esportare il proprio petrolio. Invece, secondo Lloyd's List Intelligence, almeno dieci petroliere e gasiere iraniane cariche hanno attraversato lo Stretto dal primo marzo in poi. La Cina, principale cliente dell'Iran, si è protetta in anticipo aumentando le scorte: ha importato il 15,8 per cento di petrolio in più a gennaio e febbraio rispetto all'anno precedente. La geografia favorisce Teheran: il canale è largo appena 30 chilometri nel punto più stretto e costeggia il confine meridionale iraniano, consentendo all'Iran di combinare piccole imbarcazioni, sottomarini, droni, mine navali e fuoco da terra. "Lo Stretto di Hormuz è un problema difficile, quasi impossibile da risolvere con i soli mezzi militari", ha dichiarato al New York Times il generale in pensione S. Clinton Hinote, che negli anni Duemila studiò gli scenari di aggressione iraniana per l'aviazione americana. Il suo team concluse che l'unico modo per garantire militarmente l'apertura del canale sarebbe occupare con forze di terra la costa iraniana. "A meno di questo, l'unica soluzione duratura è diplomatica", ha detto.
L'esercito americano ha dichiarato di aver distrutto fino a 30 navi posamine iraniane, ma giovedì l'Iran ha cominciato a usare imbarcazioni più piccole di cui i Guardiani della Rivoluzione dispongono a centinaia. L'operazione di sminamento potrebbe richiedere settimane ed essere estremamente pericolosa per i marinai americani. Intanto, dal 28 febbraio almeno 16 petroliere e navi commerciali sono state attaccate nel Golfo Persico, secondo un'analisi del New York Times. L'Iraq ha sospeso tutte le operazioni nei suoi terminali petroliferi dopo l'attacco a due petroliere al largo delle sue coste, e l'Oman ha chiuso un importante terminal per ragioni di sicurezza.
Il costo militare del conflitto alimenta crescenti preoccupazioni. Secondo il Financial Times, gli Stati Uniti hanno consumato "anni" di munizioni critiche dall'inizio della guerra. Lo hanno riferito tre persone a conoscenza della situazione. Il consumo riguarda in particolare i missili da crociera Tomahawk, di cui la Marina ha acquistato solo 322 esemplari negli ultimi cinque anni a un costo unitario di 3,6 milioni di dollari. Il Center for International and Strategic Studies ha stimato che ne siano stati usati 168 nelle sole prime 100 ore di conflitto. I primi sei giorni sono costati 11,3 miliardi di dollari secondo una valutazione del Pentagono. Il radar di un sistema antiaereo Thaad, di cui gli Stati Uniti possiedono pochi esemplari, è stato colpito da un attacco in Giordania, spingendo la Corea del Sud ad assistere preoccupata al ritiro di emergenza di alcuni sistemi di difesa dal proprio territorio. Il senatore democratico Mark Kelly ha sintetizzato il problema alla televisione: gli americani sparano missili da milioni di dollari ciascuno, mentre gli iraniani lanciano droni da 30.000 dollari l'uno. Il Pentagono si prepara a chiedere al Congresso fino a 50 miliardi di dollari di fondi supplementari, ma lo scontro politico si annuncia aspro. La senatrice repubblicana Lisa Murkowski ha avvertito che il Congresso non firmerà un assegno in bianco.
La guerra mette in luce anche una divergenza crescente tra Stati Uniti e Israele. I due alleati sono entrati nel conflitto in osmosi ma non condividono le stesse priorità. Israele ragiona in termini esistenziali. Trump, dietro le bravate sui successi militari, cerca una conclusione rapida e un trofeo da esibire, consapevole che la guerra non è popolare tra gli americani. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nella sua prima conferenza stampa dall'inizio del conflitto, ha riconosciuto che gli attacchi potrebbero non bastare a rovesciare il regime iraniano. "Un regime viene rovesciato dall'interno", ha detto Netanyahu.