Guerra all'Iran: due errori speculari nel dibattito americano

Mentre il conflitto entra nella terza settimana, sostenitori e critici dell'intervento sottovalutano ciascuno un pezzo del problema. E Teheran potrebbe dettare le condizioni della pace

Guerra all'Iran: due errori speculari nel dibattito americano
U.S. Central Command Public Affairs

La guerra americana e israeliana contro l'Iran ha superato le due settimane di bombardamenti e il dibattito negli Stati Uniti si è polarizzato in due campi, ciascuno dei quali commette un errore sostanziale. È la tesi di Eliot Cohen, professore emerito alla Johns Hopkins University e editorialista dell'Atlantic, che si sovrappone in modo significativo all'analisi di Nate Swanson, ex direttore per l'Iran nel Consiglio per la sicurezza nazionale e oggi ricercatore dell'Atlantic Council, pubblicata su Foreign Affairs.

Cohen sostiene che i favorevoli alla guerra riconoscono la goffaggine con cui l'amministrazione Trump ha presentato le sue ragioni e il fatto di essere entrata nel conflitto con un solo alleato visibile, Israele, ma considerano questi peccati veniali. Quello che ammirano è la ferocia dell'offensiva contro la Repubblica islamica e la disponibilità del presidente a resistere nonostante l'aumento dei prezzi del petrolio e il malcontento nella sua stessa base elettorale. Ma sbagliano, scrive Cohen, perché in qualsiasi guerra il sostegno interno è essenziale. L'amministrazione non ha ottenuto dal Congresso l'autorizzazione all'uso della forza militare, come invece fece l'amministrazione di George W. Bush in due occasioni. Il presidente non ha tenuto un discorso organico dalla Casa Bianca per spiegare le ragioni del conflitto. Il segretario alla Difesa si limita a vantarsi o sminuire ma non spiega, il vicepresidente sembra nascosto e il segretario di Stato, che ricopre anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale, è concentrato su Cuba. Quando poi si è scoperta la necessità di alleati per liberare lo Stretto di Hormuz e scortare le navi, l'atteggiamento prepotente e sprezzante dell'amministrazione ha generato una comprensibile avversione tra i governi stranieri.

L'analisi di Swanson su Foreign Affairs conferma e approfondisce queste criticità dal punto di vista strategico. Il presidente Trump è andato in guerra contro un paese di 92 milioni di abitanti senza un piano chiaro per il dopoguerra. Inizialmente ha dichiarato che la vittoria sarebbe arrivata quando il popolo iraniano si fosse sollevato per smantellare la Repubblica islamica, una richiesta che Swanson definisce straordinaria e irrealistica. La brutale repressione di gennaio non ha prodotto defezioni significative dal regime o dagli apparati di sicurezza, e i dirigenti iraniani hanno dimostrato di essere disposti a uccidere quanti cittadini necessario per restare al potere.

Swanson ricostruisce la dinamica interna iraniana attraverso quella che chiama la "proporzione 20-20-60": il 20 per cento degli iraniani vuole la caduta della Repubblica islamica, il 20 per cento è pronto a morire per difenderla e il restante 60 per cento desidera semplicemente una vita migliore. L'amara ironia, secondo Swanson, è che l'approccio americano e israeliano ha regalato al regime un'opportunità: la morte dell'ayatollah Ali Khamenei, ucciso nell'attacco congiunto, gli ha conferito un martirio che ha distolto l'attenzione dai fallimenti della Repubblica islamica, ha elevato il figlio intransigente del leader supremo e ha spostato l'attenzione della nazione sulla sopravvivenza a un'aggressione esterna, marginalizzando la maggioranza silenziosa.

Ma se i sostenitori della guerra sottovalutano la malagestione strategica dell'amministrazione, i suoi oppositori, argomenta Cohen, ignorano la gravità del problema Iran. La spinta della Repubblica islamica verso le armi nucleari è stata rallentata ma mai fermata da sabotaggi, accordi diplomatici e attacchi. L'Iran ha sviluppato un vasto arsenale di missili balistici e droni e puntava a espanderlo fino a rendere impossibile qualsiasi difesa adeguata. Il regime ha massacrato migliaia dei propri cittadini e ha colpito obiettivi civili in una dozzina di paesi. Cohen ricorda i complotti iraniani per assassinare Trump rivelati dal Dipartimento di Giustizia nel 2024 e la storia di attentati terroristici che risale alla fondazione della Repubblica islamica. Gli Stati Uniti hanno provato di tutto con l'Iran, dall'ignorare il problema alle sanzioni, fino all'accordo sul nucleare che avrebbe allentato la pressione economica in cambio di un semplice rinvio del programma atomico, senza affrontare il terrorismo e l'arsenale missilistico. Tutto ha fallito, e chi critica l'approccio di Trump generalmente non propone un'alternativa plausibile.

La situazione sul campo, secondo l'analisi di Swanson, si sta avvicinando a un punto di svolta in cui tutte le opzioni sono negative. Nonostante i danni catastrofici alla marina iraniana e ad altri rami delle forze armate, l'Iran non ha bisogno di successi militari quotidiani: basta infliggere danni periodici sufficienti a tenere in tensione i mercati, i partner regionali e l'opinione pubblica americana. Attacchi con droni contro le petroliere nello Stretto di Hormuz, responsabile di un quinto della fornitura globale di petrolio, possono bastare a paralizzare il traffico marittimo. Continuare la campagna aerea produce rendimenti decrescenti, perché i bersagli principali sono già stati colpiti. L'alternativa di inviare truppe di terra comporta rischi enormi ed è esattamente ciò che Trump, da candidato, promise ripetutamente di non fare. Armare fazioni etniche o politiche interne sarebbe una ricetta per il disastro, perché frammenterebbe l'opposizione e rischierebbe di alimentare conflitti regionali e migrazioni di massa.

L'obiettivo strategico dell'Iran, conclude Swanson, è imporre costi così alti agli Stati Uniti e ai paesi del Golfo da spingere Trump verso un cessate il fuoco che includa restrizioni alle future azioni israeliane. In sostanza, Teheran vuole costringere il presidente a scegliere tra gli interessi di sicurezza di Israele e la stabilità dei mercati globali. Per ottenere un cessate il fuoco formale, l'Iran chiederà quasi certamente garanzie che gli Stati Uniti limitino futuri attacchi israeliani, una richiesta enorme considerando la dipendenza di Israele dall'assistenza militare americana. La guerra che Trump ha iniziato, scrive Swanson, non ha un buon finale. E Cohen, dall'altra parte del dibattito, concorda su un punto fondamentale: dopo due settimane di bombardamenti su un paese più grande di Gran Bretagna, Francia e Germania messe insieme, è fatuo pensare di sapere come andrà a finire. Quello che manca a entrambi gli schieramenti, secondo Cohen, è una misura di onestà intellettuale.

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